domenica 12 aprile 2009
giovedì 9 aprile 2009
Scioperati
In questo periodo mi sento quasi un costituzionalista. Forse perché ultimamente mi ritrovo spesso a parlare della deriva che il nostro paese sta prendendo e della carta pesta che certa gentaglia al potere vorrebbe fare con
Finora.
Non bastava infatti la bizantina regolamentazione del diritto di sciopero (legge 146/1990 sclerotizzata dalla 83/2000) nei servizi pubblici essenziali legati alla salute, all'istruzione, alla sicurezza e alla libera circolazione. A queste norme adesso si aggiungeranno le chiose della brutta legge delega appena passata che porteranno, di fatto, all’impossibilità di esercitare un diritto. Una legge che riguarda per ora solo il settore dei trasporti ma che fornirà chiaramente le indicazioni per il Testo Unico sul diritto di sciopero che dovrà essere redatto dal governo entro due anni. Due, a mio parere, sono gli aspetti più opinabili di queso pastrocchio legislativo: l’ulteriore peggioramento dell’adesione preventiva e lo sciopero virtuale. Per quanto riguarda il primo punto la legge prevede che potranno proclamare uno sciopero nel settore dei trasporti solo quei sindacati che hanno complessivamente almeno il 50% della rappresentanza – sono tanti i sindacati che rientrano in questa categoria, vero? In alternativa, le organizzazioni che hanno almeno il 20% (percentuale che possono ottenere anche consociandosi) possono ricorrere al referendum preventivo, che deve registrare un consenso di almeno il 30% dei lavoratori. Nei servizi di particolare rilevanza, anche se non si dice quali siano, sarà obbligatoria la comunicazione preventiva (dieci giorni, nei fatti due settimane prima) di adesione allo sciopero da parte del singolo lavoratore: un modo per consentire alle aziende di sostituire chi protesta o per provvedere alla dissuasione. Infine, per evitare “l’effetto annuncio”, la revoca degli scioperi dovrà essere comunicata con largo anticipo.
Capisco che queste norme siano state fatte per ridurre gli scioperi selvaggi e per salvaguardare anche i diritti delle persone colpite dalla protesta, ma norme simili rendono il diritto di sciopero se non impossibile, almeno molto difficile da esercitare. Sarebbe interessante capire inoltre perché sia necessaria una verifica del consenso per proclamare uno sciopero ma non ce ne vuole una quando si fanno piattaforme o si firmano contratti… Misteri della burocrazia autoritaria. Infine la ciliegina sulla torta, la genialata di questa leggina: il cosiddetto “sciopero virtuale”. Vale a dire che il lavoratore resta al lavoro ma decide di non percepire lo stipendio, mentre all’azienda viene comminata una multa da devolvere in beneficenza. Come a dire: oltre al danno la beffa. Non solo lavori in una situazione di disagio ma se protesti devi lavorare pure senza stipendio! Ad onor del vero si tratta di una forma di sciopero esistente da tempo ma che non è quasi mai utilizzata perché alla fine gli unici disagi patiti sono quelli dei lavoratori che protestano. Ma cosa non si va ad inventare quel gran genio di Sacconi? Il ministro, bontà sua, ha voluto rendere più agevole la possibilità per il lavoratore di restare al lavoro. Senza rinunciare allo stipendio, unica postilla onorevole in questa legge, però con un segno distintivo al braccio, come ha affermato il ministro stesso senza paura di risultare ridicolo: “Penso a una fascia al braccio che indica uno stato di malessere”. E allora riflettete un attimo: il lavoratore rimane sul posto di lavoro, percepisce lo stipendio, l’azienda va avanti come se niente fosse a parte una fascia al braccio del lavoratore che indica uno stato di malessere… Lo sciopero smette di avere senso: una forbicina spuntata contro il muro di gomma dell’autorità.
giovedì 2 aprile 2009
Mettiamo la testa a partito
A stretto giro di valzer il ballo del potere ha folgorato ancora... Brutta cosa l’ingordigia. La voglia di primeggiare, il desiderio di arraffare ancora. Può capitare così che l’insigne statista di Ceppaloni, Clemente Mastella, senza colpo ferire sia tornato nuovamente al centro destra. Eppure non molto tempo era passato dall’annuncio, con tanto di scenografici lucciconi agli occhi, che all’amore per il governo preferiva l’amore della sua famiglia. Ma si sa, una primadonna come il Clementino non poteva certo rimanere lontano dalla scena della politica. Così poche settimane dopo lo si era visto ronzare come un moscone intorno a Berlusconi: e sappiamo tutti attorno a cosa ronzano le mosche – ok, metafora abusata. Dialogo impossibile tuttavia, impossibile e comprensibile. Perché Mastella era troppo compromesso per trovare un appoggio immediato in qualsiasi compagine politica di una certa importanza.
Ma non dopo un anno. La gente dimentica velocemente, e anche le poche migliaia di voti che si riesce a rastrellare con un partitino secondario come l’Udeur possono far comodo in tempi di maretta. Mastella, o la pallina del flipper. Perché non è semplice avere contezza di quante volte Mastella sia passato da una parte all'altra. Prima democristiano, poi Ccd-Udc, poi ancora l’Udr del pikkonatore, trasformato infine con un colpo di reni in Udeur. E nel mezzo un continuo saltellare da una parte e dall’altra, dalla destra alla sinistra stendendo accordi, inscenando diritture morali e improvvisando matrimoni politici di pura convenienza. L’Udeur ritorna a destra? Poco male, almeno il centrosinistra alle prossime elezioni non avrà a che fare con un partito schizofrenico, dalla dubbia coerenza, che prima dice di voler stare con una coalizione e poi la prende allegramente a cozzate.
E per un figliol prodigo che ritorna all’ovile aggiungiamo un posto a tavola ad un ulteriore appecoronamento dei tempi pasquali. AN, nella figura del suo comandante in carica Gianfranco Fini, infatti si è sciolta per convergere nel Popolo delle Libertà del Silvietto Nazionale. Il 22 marzo Gianfranco Fini ha liquidato a Roma sessant’anni di postfascismo italiano concludendo l’ultimo congresso del partito che seguì la discutibile eredità del Movimento Sociale Italiano, che a sua volta aveva fatto propria, dopo la seconda guerra mondiale, l’inquietante eredità del Partito Fascista. “Si chiude una fase della destra”, ha dichiarato il camerata Fini, “non si tratta né di un regalo né di uno sdoganamento. Le idee non si sdoganano, le idee si affermano”.
Già.
Ecco perché il figlio di Argenio Fini, volontario della X Mas, l’uomo che fino a una decina d’anni fa considerava Mussolini il più grande statista del secolo, il delfino di un Almirante xenofobo ed antisemita, ha sconfessato tutto il suo passato. Perché le idee si affermano. E in questo caso l’idea che sembra accompagnare il travagliato percorso politico di Fini e di AN è quella del trasformismo. Fini ha imparato la grandiosa ed avvilente lezione gattopardesca: trasformarsi per non morire.
Sagace il gerarchetto.
Fini ha continuato a profittare del bacino elettorale del Cavaliere Nero sciogliendo furbescamente un partito destinato alla morte per asfissia: al contrario delle varie Riaffondazioni comuniste, che per voler continuare nel loro percorso di rossi duri e puri sono stati abbandonati anche dalla propria base. Il “liberale” Fini ha inoltre abbassato gradualmente i toni allontanandosi dallo stile demagogico e urlato di Berlusconi per differenziare la propria figura da quella del leader attuale, in modo da preparare il terreno ad un futuro avvicendamento nella guida del neonato Popolo delle “Libertà”. L’attempato balilla sembra infine voler rassicurare l’italiano medio, per sua natura poco avvezzo alle divisioni nette e ancor meno agli estremismi politici, che lui non è più il comandante di una compagine di fascisti nostalgici, ma il leader di un partito che vuole un’Italia moderna, scattante, garantista, imperniata sul rispetto delle istituzioni e della Costituzione, aperta all’economia di mercato, tollerante, multireligiosa e multietnica.
Come sia possibile realizzare un’Italia simile con certa gentaglia al governo non è dato sapere. Ma si sa, nella politica italiana la retorica ha sempre goduto di sana e robusta Costituzione.
mercoledì 1 aprile 2009
Mal d'Africa
Ecco dunque le parole esatte del Papa: “Penso che la realtà più efficiente, più presente e più forte nella lotta contro Aids sia proprio la Chiesa cattolica con le sue strutture, i suoi movimenti e comunità. Penso a Sant’Egidio che fa tanto nella lotta contro l’Aids, ai camilliani, alle suore a disposizione dei malati. Non si può superare il problema dell’Aids solo con i soldi, che pure sono necessari, se non c’è anima che sa applicare un aiuto. E non si può superare questo dramma con la distribuzione di preservativi, che al contrario aumentano il problema. La soluzione può essere duplice, l’umanizzazione della sessualità e una vera amicizia verso le persone sofferenti, la disponibilità anche con sacrifici personali ad essere con i sofferenti. Questa è la nostra duplice forza: rinnovare l’uomo interiormente, dargli forza spirituale e umana per avere un comportamento giusto e insieme la capacità di soffrire con i sofferenti nelle situazioni di prova. Mi sembra la giusta risposta che la Chiesa dà, un contributo importante”.
Questo è quanto.
È indiscutibile l’affermazione del Papa: la distribuzione dei preservativi non sconfigge l’Aids ma ne aumenta il problema. L’ha detto, e su questo non ci piove. Il problema di Benedetto XVI credo però sia comune non tanto ai cattolici, quanto a molti intellettuali in genere: parlo della lontananza dalla realtà, parlo della pragmaticità che manca a molti intellettuali abituati a fini esercizi retorici ma incapaci di agire concretamente. Papa Ratzinger voleva dire in realtà – con parole sbagliate – che l'incentivo all'utilizzo del preservativo rafforza l'idea che il sesso sia un semplice strumento di piacere, svincolandolo dall'importanza etica che invece dovrebbe avere. La procreazione, almeno nella dottrina cattolica, o più in generale nell’idealità laica, agnostica e perché no, anche atea, un rapporto fisico tra due persone volto al piacere reciproco: ma che questo avvenga nel profondo rispetto del corpo e dell'anima di chi ci sta accanto.
Ecco, io credo, qual era il senso delle parole del Papa. Nazinger ha parlato attraverso la dottrina proponendo una soluzione a lungo termine ma dimenticando il problema immediato, vale a dire la catastrofica emergenza sanitaria che impedisce all'Africa di rialzarsi. Il vecchietto teutonico non ha compreso, da fine intellettuale qual è definito, i risvolti negativi che una frase quale “i preservativi aumentano il problema dell’Aids” potrebbe avere tra i credenti. Un errore di percezione, una comunicazione pericolosamente monca. Perché non tutti avranno ascoltato o letto per intero il discorso dell'omino bianco, perché non tutti avranno capito la sottigliezza del suo ragionamento, perché una dichiarazione arzigogolata verrà ridotta e banalizzata, per forza di cose, a concetti semplici. In buona o in cattiva fede. E allora passerà la considerazione più ovvia, viste le premesse: se il preservativo aumenta il problema dell'Aids allora non bisogna usare il preservativo. Condannando alla malattia se non a morte milioni di persone. Un personaggio pubblico, il sovrano di uno Stato straniero, il capo della Chiesa cattolica e l'autorità morale per eccellenza dei cristiani non può permettersi tali leggerezze.
Perché è un dato di fatto che i profilattici sono uno strumento indispensabile per contrastare la diffusione delle malattie veneree.
Certo ha ragione anche il pastore tedesco quando afferma che il problema reale del continente nero è un altro: quello delle cure mediche, il diritto alla salute che purtroppo in Africa è un diritto negato. L’uso del preservativo, è bene ripeterlo, rimane indispensabile, ma da solo non può bastare. A questo si dovrebbero affiancare le cure, che dovrebbero essere accessibili a tutti, gratuite, in barba alle logiche perverse delle multinazionali che producono e brevettano farmaci. Infine, la prevenzione e soprattutto una maggiore conoscenza dei meccanismi di contagio da parte delle persone. Solo così si potrà cominciare a fronteggiare il problema, in Africa e nel resto del mondo: altrimenti è solo uno sproloquiare su aria fritta che non risolve niente. A parte qualche titolone scandalizzato sui giornali, si capisce.
martedì 31 marzo 2009
sabato 21 marzo 2009
L'omeopatia al potere
Certamente qualificata la Prestigiacomo visto che le aziende di famiglia non brillano certo per rispetto delle norme ambientali. Ministro inquinatore? No, parliamo solo di omeopatia al potere: il simile cura il simile. Contro l’inquinamento usiamo le competenze di una persona le cui aziende di famiglia contribuiscono a rendere ancora più inquinato il cosiddetto triangolo della morte, Priolo – Augusta – Melilli, e ad avvelenare la vita di chi vi lavora e di chi vi abita. Partiamo dai dati. Stefania Prestigiacomo è titolare del 21,5% della “Fincoe” con sede a Casalecchio di Reno (BO) ma con interessi in Sicilia. La medesima quota è detenuta anche dalla sorella Maria Pia e dal padre Giuseppe: 21,5% moltiplicato per tre fa 64,5%, vale a dire la maggioranza assoluta dell’azienda. Da qui comincia il balletto di partecipazioni: la “Fincoe” è proprietaria al 99% della “Coemi s.p.a” di Priolo, la “Coemi s.p.a.” controlla il 59,1% della “Vetroresina Engineering Development” – in sigla VED – di Priolo. A sua volta il 22,5% della VED appartiene al Gruppo “Sarplast s.p.a.” di Priolo, gruppo di cui Giuseppe Prestigiacomo ha il 6,29%. Complicato? Un tantino, ma credo vi sarete fatti un’idea di quanto sia importante la famiglia Prestigiacomo nel polo industriale siracusano. Tuttavia aspettate a gridare allo scandalo, o quantomeno al conflitto di interessi, per un ministro dell’Ambiente che possiede una così massiccia partecipazione in aziende petrolchimiche.
La Sarplast è fallita nel 1997: secondo le indagini della procura di Siracusa sono stati registrati ammanchi di diverse decine di milioni di euro scomparsi dai conti della società madre e di quelle controllate attraverso numerose operazioni illecite. Problemi ai quali si aggiungono pendenze con il fisco per circa tre milioni di euro, e dal 2000 un’indagine per lesioni colpose. Tre operai hanno avuto infatti figli con malformazioni congenite, altri operai si sono ritrovati dopo dieci anni i polmoni distrutti dalle polveri sottili. Ma non è abbastanza. L’ufficio di Medicina del Lavoro di Messina qualche anno fa riscontrò nelle urine degli operai addetti all’impianto cloro-soda della “Coemi s.p.a.” concentrazioni di mercurio molto al di sopra del limite consentito dalla legge. Forse qualcuno avrebbe dovuto controllare meglio le condizioni sanitarie in cui lavoravano i dipendenti delle proprie società? E infine: perché Sebastiano Guzzardi, l’operaio della VED che per primo denunciò una possibile relazione tra le condizioni di lavoro nella fabbrica di proprietà dei Prestigiacomo e le malformazioni riscontrate a suo figlio e ad altri bambini di operai, perché Guzzardi fu invitato minacciosamente a desistere dalla sua battaglia attraverso lettere avvocatesche? Perché solo dopo le indagini della procura di Siracusa furono installati degli aspiratori per tutelare i polmoni degli operai?
Forse qualcuno aveva il carboncino bagnato, forse qualche Golia era talmente sicuro del proprio potere da non pensare che un minuscolo Davide potesse levare la propria voce di protesta e reclamare semplici diritti. Certo qui non si fanno processi alle intenzioni, ma una questione almeno sarebbe interessante capire: ammesso e non concesso che la Prestigiacomo sia un buon ministro, per quale masochistico motivo, visto il pedigree, vista la genealogia, visti i precedenti familiari, il nostro Presidente del Consiglio ha deciso di donarle il Dicastero all’Ambiente?
giovedì 12 marzo 2009
Ritorno alle origini
Chissà come mai è il sogno a suggerirci le scelte giuste. “L’inconscio ci comunica coi sogni frammenti di verità sepolte” diceva un raffinato siculo cantore qualche tempo fa. E allora, pur nella mia maledetta razionalità, ascolto spesso con la giusta deferenza la mia dimensione onirica. Con la sua capacità di farti vedere la luce dall’abisso in cui ti stai cacciando, con una follia lucida fatta di pensieri aggrovigliati e flussi d’incoscienza, con il passo zoppicante e l’occhio sbieco di chi ti fa guardare ciò che sei stato e ciò che sei. Ciò che vorresti essere e ciò che temi di diventare. Ciò che vuoi conservare di te e ciò che vuoi mandare al rogo senza troppi risentimenti.
Mi manca, scrivere.
Scrivere davvero intendo. Scrivere con lo stomaco, scrivere con il cuore, dipingere su un foglio – sia esso lo schermo di un computer, sia essa la carta di un bloc notes – il paesaggio assorto dei miei pensieri.
Scrivere di me, per me.
Per non ritrovarmi all'improvviso come una macchinetta del caffè, a dispensare squallidi surrogati a prezzi stracciati da ingollare senza troppi pensieri per poi pensare subito ad altro. Voler tornare invece al rassicurante gorgoglio e alla fiera lentezza di una napoletana scalcagnata, strumento di tortura e piacere per pochi palati: per non perdersi, per non smarrire se stessi. Perché la collaborazione per l'ufficio stampa ritorni ad essere una collaborazione, un modo per arrotondare qualche decina di euro e non un'incombenza soffocante. Perché non voglio più togliere tempo allo studio e ad una laurea da conseguire che ormai non posso più trascurare. Perché non voglio più anteporre un comunicato stampa ad una serata con i miei amici più cari. Perché non voglio più trascurare le persone che voglio bene per rendere un servizio a perfetti sconosciuti. Perché non voglio più essere costretto a preferire una marchetta da duemila battute su una mostra di quadri piuttosto che una serata trascorsa insieme alla mia ragazza. Perché non voglio più inquinare il mio modo di scrivere, scorticare una frase che stento a riconoscere mia... Perché non voglio più snaturare me stesso.
Voglio tornare ad essere quello che ero. E allora riparto da qui, da questo blog. Tornerò a scrivere non appena potrò: anche quando non potrò. Perché non si possono ignorare a lungo i sussurri della Luna senza patirne le conseguenze.

