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giovedì 25 giugno 2009

Riserva indiana

ovvero
Modesta riflessione sul suicidio assistito della sinistra italiana


Dopo un po’ subentra la stanchezza della ripetizione. Una vox clamans che rimbomba necessariamente fra le pareti di sabbia del vuoto circostante… È desolante vedere l’ombra di un’idea ridotta in poltiglia da diecimila piccoli capetti capaci di litigare anche per il colore delle calze dei propri candidati. Cosa fanno due elettori di sinistra? Almeno tre partiti: una freddura che sicuramente avrete sentito anche voi in questi giorni. E la cosa più desolante è che è vera. Perché la sinistra è certamente masochista, l’attuale sinistra caricatura della propria gloriosa tradizione intendo.

Non posso credere infatti che gente di media cultura, che ci si figura tutto sommato intelligente, abbia voluto coscientemente perdere le elezioni per futili divergenze, che abbia definitivamente abbandonato la gente reale per pascersi di parole e di autoreferenzialità… Per capirci, ho avuto modo di assistere ad un comizio di Riaffondazione Comunista a Catania e, di sbieco, a uno di Sinistra e Libertà prima delle elezioni europee e di ascoltare dal palco parole completamente fuori dal mondo reale: lotta di classe, partito antimperialista. Anche belle parole, come partito antifascista. Eppure è stato come assistere al suicidio per ottusità di un gruppo politico. Perché non si può parlare di lotta di classe nel 2009 quando la classe operaia, politicamente parlando, non esiste più, quando l’operaio medio ora vota Lega al Nord e UDC o PDL al Sud. Non si può parlare nel 2009 di partito antifascista o di partito antimperialista: ottimi concetti, lodevoli, ma il Paese reale, la gente reale, non può considerarli come priorità.

Perché non sono priorità per una famiglia che deve tirare la cinghia per arrivare alla fine del mese. Perché il lavoratore a tempo determinato sarà pure orgogliosamente antifascista e antimperialista, però con lo stipendio che prende non riesce a campare. Perché il pensionato ricorderà con piacere le conquiste di civiltà portate avanti dalla sinistra dei suoi tempi, eppure non può fare a meno di sentirsi indifeso e abbandonato dalla classe politica attuale. Perché il tanto vituperato bamboccione mantenuto dalla famiglia, che magari cerca disperatamente di rendersi indipendente non può sperare in un futuro con le quattro lire elemosinate dal proprio donatore di lavoro.

Perché potersi ribellare, di questi tempi, è un lusso. Paradossalmente. È un paradosso perché di solito dovrebbe essere proprio il bisogno a spingere alla ribellione, a stravolgere l’ordine delle cose, per ottenere maggiori diritti. Il fatto è che viviamo in una sorta di terra di mezzo: lontani nella quasi totalità dei casi dalla disperazione più nera, ma lontani anche, in molti casi, da una qualità di vita dignitosa per un paese civile.

E allora i tanti si accontentano del poco che hanno perché non si può mai sapere, tirano avanti e vedono il mondo della politica come una realtà estranea alla propria esistenza, da avvicinare quel tanto che basta magari per ottenere un favore. Questa è la verità. Ed ecco perché la sinistra si suicida: perché corre appresso ai “figli d’arte”, ai centri sociali avulsi dalla quotidianità, ai ragazzini viziati dai genitori sessantottini, perché magari organizzerebbe raccolte di fondi per la Palestina ignorando invece i bisogni delle persone a loro più prossime. Per l’ennesima volta lo ripeto: la sinistra muore coscientemente perché non vive più tra la gente, perché si batte per principi di civiltà pur importanti ma non prioritari nella vita quotidiana, perché si rinchiude in un meccanismo autoreferenziale e in uno sterile voto di rappresentanza: avete presente quei comizi, magari partecipati, con tante bandiere rosse e proclami accesi? Quelli sono comizi che non porteranno a niente: perché parleranno a gente che è già d’accordo con quelle idee, gente che la pensa già come chi sta sul palco. Lotta di classe? Bravi! Partito antimperialista? Fico! Partito antifascista? Così ti voglio! Berlusconi bla bla bla e ancora bla? Giustissimo! Va bene, ma poi? Lo sappiamo tutti che razza di farabutto è il Cavaliere Nero, parliamo d’altro per favore. Quali i provvedimenti per far sentire il cittadino più sicuro, quali le proposte economiche per uscire dall’impasse e dalla crisi, quali i suggerimenti per migliorare la qualità di vita del cittadino, per riportare fiducia nelle istituzioni?

Il Nulla. E il Nulla Nulleggia, ricordava giustamente il professor Umberto Eco in passato.

Che rabbia perciò vedere dei partiti che in tempi di crisi dovrebbero compattarsi, dovrebbero raccogliere percentuali altissime di consensi e invece non solo sono votati da quattro gatti, ma hanno pure l’incoscienza di dividersi per il voto utile, per il sogno utile e altre puttanate simili. Per rimanere perciò a casa a girarsi i pollici e a pensare alle rivoluzioni antimperialiste e al prossimo corteo pro Palestina. Non vi siete chiesti perché la Lega e l’Italia dei Valori hanno guadagnato così tanti punti in queste ultime elezioni? Ma perché parlano il linguaggio della gente, perché stanno attenti alle esigenze del Paese: la Lega con toni eccessivi e fuori luogo, fascisti, razzisti e demagogici, Di Pietro con un sano e tutto sommato innocuo populismo di sinistra. E una persona come me e come milioni in Italia, nel caso in cui decidesse follemente di andare a votare non saprebbe più per chi votare. Almeno io non so più per cosa votare da tanto tempo.

Non un partito di destra o di centrodestra, perché estraneo al mio pensiero, alla mia etica e dalla mia prassi. Non il PD, un partito senza anima, senza veemenza e senza futuro che tuttavia – pura statistica – partorisce di tanto in tanto proposte al limite dell’accettabile. Non Di Pietro, che pur facendomi simpatia non riscuote la mia fiducia per certe sue tirate populiste e un antiberlusconismo che alla fine finirà per stancare. Non certo questa sinistra (anche se apprezzo persone concrete come Diliberto), in generale completamente avulsa dal paese reale…

E allora? O crei un partito da te, o non voti, o decidi di votare per opportunismo, o per ideale, o turi il naso e scegli il meno peggio. Oppure si presentano rare occasioni in cui puoi votare per una persona che vale davvero e che ti senti orgoglioso di definire “tuo rappresentante”.

Stavolta ho votato Rosario Crocetta, e, sensazione insolita dopo un'elezione, sono orgoglioso di averlo votato.


giovedì 2 aprile 2009

Mettiamo la testa a partito

A stretto giro di valzer il ballo del potere ha folgorato ancora... Brutta cosa l’ingordigia. La voglia di primeggiare, il desiderio di arraffare ancora. Può capitare così che l’insigne statista di Ceppaloni, Clemente Mastella, senza colpo ferire sia tornato nuovamente al centro destra. Eppure non molto tempo era passato dall’annuncio, con tanto di scenografici lucciconi agli occhi, che all’amore per il governo preferiva l’amore della sua famiglia. Ma si sa, una primadonna come il Clementino non poteva certo rimanere lontano dalla scena della politica. Così poche settimane dopo lo si era visto ronzare come un moscone intorno a Berlusconi: e sappiamo tutti attorno a cosa ronzano le mosche – ok, metafora abusata. Dialogo impossibile tuttavia, impossibile e comprensibile. Perché Mastella era troppo compromesso per trovare un appoggio immediato in qualsiasi compagine politica di una certa importanza.


Ma non dopo un anno. La gente dimentica velocemente, e anche le poche migliaia di voti che si riesce a rastrellare con un partitino secondario come l’Udeur possono far comodo in tempi di maretta. Mastella, o la pallina del flipper. Perché non è semplice avere contezza di quante volte Mastella sia passato da una parte all'altra. Prima democristiano, poi Ccd-Udc, poi ancora l’Udr del pikkonatore, trasformato infine con un colpo di reni in Udeur. E nel mezzo un continuo saltellare da una parte e dall’altra, dalla destra alla sinistra stendendo accordi, inscenando diritture morali e improvvisando matrimoni politici di pura convenienza. L’Udeur ritorna a destra? Poco male, almeno il centrosinistra alle prossime elezioni non avrà a che fare con un partito schizofrenico, dalla dubbia coerenza, che prima dice di voler stare con una coalizione e poi la prende allegramente a cozzate.


E per un figliol prodigo che ritorna all’ovile aggiungiamo un posto a tavola ad un ulteriore appecoronamento dei tempi pasquali. AN, nella figura del suo comandante in carica Gianfranco Fini, infatti si è sciolta per convergere nel Popolo delle Libertà del Silvietto Nazionale. Il 22 marzo Gianfranco Fini ha liquidato a Roma sessant’anni di postfascismo italiano concludendo l’ultimo congresso del partito che seguì la discutibile eredità del Movimento Sociale Italiano, che a sua volta aveva fatto propria, dopo la seconda guerra mondiale, l’inquietante eredità del Partito Fascista. “Si chiude una fase della destra”, ha dichiarato il camerata Fini, “non si tratta né di un regalo né di uno sdoganamento. Le idee non si sdoganano, le idee si affermano”.


Già.


Ecco perché il figlio di Argenio Fini, volontario della X Mas, l’uomo che fino a una decina d’anni fa considerava Mussolini il più grande statista del secolo, il delfino di un Almirante xenofobo ed antisemita, ha sconfessato tutto il suo passato. Perché le idee si affermano. E in questo caso l’idea che sembra accompagnare il travagliato percorso politico di Fini e di AN è quella del trasformismo. Fini ha imparato la grandiosa ed avvilente lezione gattopardesca: trasformarsi per non morire.


Sagace il gerarchetto.


Fini ha continuato a profittare del bacino elettorale del Cavaliere Nero sciogliendo furbescamente un partito destinato alla morte per asfissia: al contrario delle varie Riaffondazioni comuniste, che per voler continuare nel loro percorso di rossi duri e puri sono stati abbandonati anche dalla propria base. Il “liberale” Fini ha inoltre abbassato gradualmente i toni allontanandosi dallo stile demagogico e urlato di Berlusconi per differenziare la propria figura da quella del leader attuale, in modo da preparare il terreno ad un futuro avvicendamento nella guida del neonato Popolo delle “Libertà”. L’attempato balilla sembra infine voler rassicurare l’italiano medio, per sua natura poco avvezzo alle divisioni nette e ancor meno agli estremismi politici, che lui non è più il comandante di una compagine di fascisti nostalgici, ma il leader di un partito che vuole un’Italia moderna, scattante, garantista, imperniata sul rispetto delle istituzioni e della Costituzione, aperta all’economia di mercato, tollerante, multireligiosa e multietnica.


Come sia possibile realizzare un’Italia simile con certa gentaglia al governo non è dato sapere. Ma si sa, nella politica italiana la retorica ha sempre goduto di sana e robusta Costituzione.

mercoledì 29 ottobre 2008

La Casta. E poi mi tocca dare ragione a Beppe Grillo

Cosa non si fa per difendere un collega.

Forse pochi di voi conosceranno il senatore Nicola Di Girolamo. Un oscuro rappresentante del popolo italiano eletto nella lista Pdl collegio Europa che non ha mai fatto parlare di sé per meriti politici. Semmai per demeriti etici e legali. Dovete sapere che il signor Di Girolamo è un senatore abusivo, un individuo che, pur di essere eletto in Parlamento, ha inventato una residenza in Belgio nonostante viva stabilmente in Italia. Sin da giugno il Gip di Roma ha disposto per lui gli arresti domiciliari per nove reati tra cui abuso d’ufficio, falsa dichiarazione d’identità, falso ideologico e attentato ai diritti politici del cittadino. Robetta non da poco insomma, per cui il signor Di Girolamo rischia fino a dieci anni di carcere. Tuttavia a causa dell’immunità parlamentare il Gip ha dovuto richiedere il nullaosta alla giunta per le autorizzazioni in modo da procedere nei confronti del senatore truffatore. Ma ecco il prevedibile colpo di scena.

I suoi colleghi di casta si sono opposti fermamente all’arresto prodigandosi con fervore bipartisan e lo hanno salvato, travalicando anche le decisioni dei giudici, con l’affermazione che il pericolo d’inquinamento delle prove non esiste. L’arresto, dunque, non è strettamente necessario. Nonostante il Gip abbia citato nella richiesta di nullaosta le pressioni ricevute da alcuni testimoni affinchè mentissero ai magistrati e favorissero il belga fasullo.

204 senatori contrari all’arresto, 43 favorevoli, praticamente tutti dell’Italia dei Valori a parte qualche disperso piddino. Peccato ci sia stato il voto segreto, altrimenti avrei voluto vedere le facce della cosiddetta opposizione, Pd ed Udc votare contro l’arresto di un senatore che non ha il diritto di sedere a palazzo Madama e che ha truffato cittadini e colleghi. E qui arriva la parte più comica – o vergognosa, dipende dai punti di vista. Secondo i senatori che hanno difeso Di Girolamo l’arresto comprometterebbe il plenum del Senato, che scenderebbe da 315 a 314 impedendone le attività. Che cosa impedisca la sostituzione del senatore usurpatore con il primo dei non eletti della sua lista non è dato sapere. Certo è che un simile fervore garantista nei confronti di un palese truffatore è indice di quanto la nostra classe politica sia degenerata. Marcia dentro, senza possibilità di riscatto.

sabato 12 aprile 2008

I nostri petti contro i loro fucili

Post breve, lapidario. Come quella che metteremo sulla nostra terra martedì mattina dopo aver letto i risultati – fin troppo scontati - delle elezioni… Partiamo dall’assioma fondamentale: votare centro-destra in Sicilia è immorale. Quando si decide di candidare come presidente della regione un figuro quale Lombardo, degno erede di Totò Vasa-Vasa, un uomo che ha fatto delle reti clientelari la norma della sua politica, non credo si abbiano altre alternative. Mi spiace per Sonia Alfano, gran brava ragazza, ma l’unica persona capace di contrastare lo strapotere di Lombardo & Co. temo sia Anna Finocchiaro: con tutti i suoi difetti, pur nell’inciucio con Leoluca Orlando, pur nella lottizzazione a priori degli eventuali posti nella cabina di regia della regione. Non ho voluto nemmeno ascoltare un suo comizio. Tanto, non la voterò per il programma che presenta, la voterò solo perché rappresenta l’unica speranza per arginare l’esondazione di poteri grigi ai livelli più alti del governo regionale.

È immorale votare centro-destra in Sicilia. Non si possono accettare le parole di un invasato appartenente a quello schieramento che definisce Mangano, l’arcinoto stalliere di Arcore, come eroe. Perdonate la dietrologia, ma non posso allontanare dalla mia mente che queste parole siano messaggi ben precisi rivolti ad altrettanto ben precise categorie di sostenitori… Weltroni, nel suo inevitabile populismo elettorale dice che annienterà la mafia, la ‘ndrangheta e la camorra (se davvero possedesse gli strumenti giusti per fare questo diventerei un sostenitore assoluto del Pd), Berlusconi e Dell’Utri definiscono eroe un mafioso reo confesso e condannato per reati di mafia. Scusate, amici del PdL, se populisticamente ritengo ancora eroi quanti sono morti per mano delle mafie.

Immorale votare centro-destra in Sicilia. Gente che minaccia – perché di minaccia si tratta – di dare un ministero a Bossi, ormai povera macchietta di sé: l’uomo che vuole imbracciare i fucili contro lo Stato, l’uomo condannato per vilipendio al tricolore, l’uomo proveniente da una formazione che ha sempre considerato il Sud Italia come una palla al piede salvo poi allearsi con partiti quali MPA per semplice convenienza: un voto per unire, vota Lega Nord – Mpa... Meno male che ho lo stomaco forte, altrimenti i conati non si conterebbero nemmeno. Volo pindarico: non dimentichiamo infine Berlusconi che, come un bimbo, vuole giocare con le figurine. Esempio di scuola infatti lo ha chiamato. Ipotizzare le dimissioni del capo dello Stato per riequilibrare il rapporto tra maggioranza e opposizione? Ce l’ho, ce l’ho, mi manca… Scusate se penso ancora che il presidente della Repubblica debba essere una figura super-partes, scusate se penso che le due Camere debbano governare nell’interesse di tutti gli italiani e non solo di una parte.

Voterò, non voterò? Sapete come la penso. Eppure non riesco a pensare altri cinque anni con il Cavaliere Nero: sarebbe uno sfregio ai concetti più elementari della democrazia. Non so, non lo so davvero. Il voto utile… Eppure dovrei essermi stancato di turare il naso e votare il meno peggio.

Vorrei davvero votare con passione. Come la prima volta, emozionato per quella matita copiativa e quel foglio che mi stavano consegnando in mano… Votavo, esprimevo il mio consenso! Contavo.

Perché stavolta non riesco? Voto utile. Timocrazia contro demagogia. Che tristezza.

giovedì 20 marzo 2008

Mettiamoci una croce sopra

Eravamo stati così tranquilli. Uno zombie come presidente del Consiglio e un’accozzaglia di partiti che offendevano la definizione storica di sinistra – basti pensare alla presenza di Mastella, il ritratto più deprimente del politico italiano medio. Congiunture infelici e salassi draconiani per una “sinistra” al potere ormai incapace di stare dietro ai bisogni primari della gente, ormai proiettata in una dimensione di banchieri ed industriali. E adesso Veltroni impavido scopritore dell’acqua calda, cavalier servente dei precari e delle loro esigenze. Tutti di corsa a contendersi i precari e a candidarli, magari ventesimi, nelle liste dei propri partiti. Destra, centrino, pseudo-sinistra, sinistra-parodia.

Tutto fa brodo d’altronde, politica non olet: e allora candidiamo la giovane precaria, l’operaio della Thyessen, l’invalido del lavoro, il soldato sequestrato, il parente delle vittime di mafia. Candidiamo vecchi fascisti, nuovi comunisti, mettiamo nella grande fogna della politica criminali e gente condannata dalla magistratura attraverso giusti processi (perseguitati politici nella personalissima definizione di Bondi): teniamo quello, cacciamo quell’altro. Arraffiamo voti. Acquistiamo consensi. Conquistiamo il potere. Candidature feticcio per nuove formazioni politiche che puzzano già di naftalina. Perché cambieranno pure i nomi dei partiti, si legherà ai fili di burattino qualche nuovo nome per poterlo in seguito manovrare ma la struttura di fondo rimarrà sempre la stessa. Immutabile. O forse no?

Nuove elezioni. Che perdita di tempo.

In mezzo ai denti sono costretto ad ammettere che queste ricombinazioni di politici e di schieramenti sembrano aver sistemato un po’ di cose riportando i partiti nel loro alveo naturale. Pensateci un attimo. Forza Italia, Alleanza Nazionale, Lega ed MPA con l’UDC che abbandona la nave dei destri: il Partito delle Libertà, una formazione di destra che finalmente ha tolto di mezzo ogni ipocrisia linguistica di quel centro. Centro-destra. via la parola centro e rimane ciò che loro sono sempre stati: un partito di destra, con tutte le pericolose derive ideologiche che questo comporta. Gente a-morale – non immorale badate bene, a-morale, lontana da ogni morale – che ha eliminato la parola scrupoli dal proprio vocabolario e si permette anche di candidare individui come Ciarrapico, fascista irredento. Tra l’altro, a Berlusconi non sembra vero di poter recitare il ruolo del gerarca stracciaprogrammi ora che anche Fini è diventato comprimario di facciata… Senza dimenticare Lega ed MPA, due formazioni che, come credo saprete, non godono del mio rispetto. La prima per ovvii motivi geografici oltre che politici, la seconda perché ripropone in termini alquanto sospetti il trito ritornello autonomista che in Sicilia ha purtroppo significato solo una cosa: accorati appelli all’autodeterminazione ma nei fatti solo reti clientelari e personalismi.

Spostiamoci al centro, il Grande Centro casinista. Casini riesuma lo scudo crociato ripulendolo dalla terra della prima Repubblica sotto cui era stato sepolto… Possibile che l’Italia debba sempre avere bisogno di una mummia moderata, ipocrita, oscurantista e confessionale? Intrepido difensore delle famiglie (lui stesso ne ha due da difendere), Pierferdy ha deciso di attaccarsi scientemente alla sottana dei preti rinverdendo il legame tra politica e Chiesa che tanti danni ha provocato negli anni allo Stato italiano. Non dimenticate poi che Casini ha avuto la faccia tosta di candidare Cuffaro in Sicilia: sa perfettamente che Cuffaro porterà una vagonata di voti e finge di non ricordare che una eventuale – scontata a dirla tutta – elezione di Totò Vasa-Vasa al parlamento gli salverà scientificamente il culetto da una condanna definitiva. E dulcis in fundo lui. L’escluso, il rinnegato, l’autoreferenziale, la più grande faccia di bronzo della politica italiana recente atteggiata a vittima… Mastella. Il Clementino che nessuno voleva e che ha deciso di stare fermo un giro ripartendo, lui dice, dall’umiltà di chi gli è stato davvero vicino nei momenti meno facili della sua vicenda politica e giudiziaria. Mastella, a cui Boselli aveva proposto la posizione di capolista per il Senato, da indipendente, nelle liste socialiste per mero interesse: anche in questo caso non dobbiamo dimenticare che Mastella in Campania raccoglie una barca di voti, utilissimi ai socialisti per sfondare lo sbarramento dell’otto per cento al Senato. Incredibilmente Mastella ha rifiutato: rielezione certa, ma permaloso com’è ha preferito mettersi da parte. Almeno per ora, che credete: lo ritroveremo presto federato con il grande centro casinista, ne sono certo.

La sinistra… Che desolazione la “sinistra”. Da una parte abbiamo il partito democratico di Ualter Ueltroni. Federato con radicali e dipietrini, aspirapolvere di consensi dei riformisti, contenitore vuoto che eliminando dalle sue alleanze la sinistra propriamente detta e ogni estremismo spera di raccattare i voti degli indecisi. Rassicurante, parolaio, vuoto, capace di parlare per ore senza dire nulla e di ripetere triti e ritriti luoghi comuni, Ueltroni. Ho preso un abbaglio tempo fa, quando temevo che il Pd si alleasse con Udc ed An: adesso come tanti sono terrorizzato da un inciucio, da una grosse Koalition, dal mostro a due teste che invita i propri elettori al voto utile… Il Veltrusconi. Cose che nemmeno Asimov.


Dall’altra parte rimangono gli antagonisti, i sinistri, quelli che un tempo erano duri e puri e che adesso si rivestono dei colori sgargianti dell’arcobaleno: Rifondazione, i Comunisti Italiani, i Verdi e qualche altra sigla che rappresenta poche centinaia di persone. Non lontani da discorsi demagogici, dall’ideologia rigida ed impermeabile, aperti, progressisti, e tuttavia nascondono al proprio interno logiche quasi staliniste nella suddivisione di ruoli e poteri.

Incerto. Confuso. Deluso… Pur essendo ancora convinto della pericolosità di Berlusconi e camerati non riesco a trovare una personalità dello schieramento opposto in cui naturaliter sono stato costretto a scegliere negli anni scorsi. Il meno peggio, turarsi il naso ed andare avanti. Ma adesso? Non riesco a votare la Sinistra Arcobaleno, perdonatemi, una sinistra trasformata in triste parodia di se stessa… Il voto utile, allora? Certo. Per non lasciare l’Italia in mano a (post e neo)fascisti, ad intolleranti, a gente lontana dalla morale capace solo di aumentare l’ingiustizia sociale attraverso voti di scambio e clientelismi di ogni sorta. Per non lasciare l’Italia in mano al nano cabarettista, con il suo triste ed offensivo sense of humour da camerata che fa ridere solo Bondi ed Emilio Fede. Il voto utile, certo. Ma utile a chi? Votare PD proprio non ce la faccio… Scusate. Non riesco a digerire i discorsi di una coalizione che è stata al governo e che ha deluso profondamente i propri elettori pur di mantenere il centrismo riformista, non riesco a digerire le parole di un uomo che ritiene ormai superata la lotta di classe… Nei termini dei decenni scorsi sicuramente la lotta di classe è più che sepolta, ma non credo che, cambiate le parole, il concetto sia poi così antiquato. E poi, ditemi, siete proprio sicuri – mettete la mano sul fuoco – che dopo le elezioni il Weltrusconi sarà solo una creatura immaginata da chi grida con eccessivo allarmismo “Al lupo! Al lupo!”? Sento già puzza di bruciato.

E allora? Allora allora. Sto meditando una scelta. In parziale convergenza con le mie simpatie libertarie, vigliacca forse, irresponsabile, se volete. Inutile certamente al buon governo del Paese… Votare scheda nulla. Andare al seggio e tracciare una croce lungo tutta la scheda. Non mi sento rappresentato da nessuno, mi sembrano tutti uguali e tutti a fare gli stessi identici discorsi per una costante e limpida perpetuazione del potere. L’indimenticato Carletto Bukovski diceva che la differenza tra democrazia e dittatura sta tutta in questo: in democrazia voti e poi prendi ordini, in dittatura non devi perdere tempo a votare…

Non vedo alcuna luce per l’Italia. Non ho speranze né soluzioni. Non so che fare.