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martedì 6 maggio 2008

Il paese di Pirandello #3


Il volantino che esplicita il voto di scambio ancora mi mancava. Che schifo.

sabato 5 gennaio 2008

Sine spe sine metu

La mia terra, ubriaca di morti ammazzati, stordita di criminali in galera, si avvede poco o niente della cappa che la soffoca ancora. Non emergenza ma perfida cronica malattia, che sembra resistere ed attecchire, anzi, vivere rigogliosa in simbiosi. Mafie… Mafia. Quante volte ho detto questa parola, quante volte ne ho scritto, quante ore ho sprecato in inutili discussioni tra gente che la pensava allo stesso modo, che si batteva le mani e si faceva i complimenti per la forza perlocutoria delle immagini di legalità che riusciva a suscitare...

Ieri sera a Palazzolo Acreide ho assistito alla consegna annuale del premio intitolato alla memoria di Pippo Fava, giornalista e direttore de “I Siciliani” ucciso due volte, con le pallottole dalla mafia e con le parole dalla Catania bene di quegli anni. 5 gennaio 1984, anno orwelliano. Dove poteva accadere che il presidente degli industriali siciliani dichiarasse pubblicamente di chiudere in fretta questa vicenda e di non parlare più di mafia, parola che faceva paura agli investitori e li faceva allontanare dalla Sicilia. Interventi forti quelli di ieri sera, dal coordinatore dell’associazione antiracket di Palazzolo al presidente della Confindustria siciliana, da Roberto Morrione, a Claudio Fava, ai ragazzi di AddioPizzo – insigniti giustamente del premio. Due note stonate invece i saluti del vicesindaco di Palazzolo e dell’assessore provinciale all’istruzione. Non che fossero cattivi interventi, pavidi o ambigui. Erano semplicemente i soliti interventi. Mafia… bla bla, cultura della legalità… bla bla, istituzioni… bla bla, sviluppo e territorio… il solito pistolotto imparato a memoria e vomitato all’infinito. Parole, vuote come le orbite di un cieco abituato al suo mondo di oscurità. Come se la mafia fosse una categoria dello spirito che aleggia, impalpabile, sulla terra di Sicilia.

Ormai anche i figli dei mafiosi, i bambini, sanno che parlare della mafia come qualcosa di cattivo procurerà loro un bel voto a scuola e la lode delle maestre. L’importante è però che rimanga un’astrazione, una lotta fumettistica dei buoni contro i malvagi: basta ricordare ogni tanto qualche morto per mano mafiosa, i capi mafiosi in carcere, partecipare a qualche bella coreografica manifestazione antimafia (magari organizzata dai mafiosi stessi che se la cantano e se la suonano), basta guardare qualche fiction in tv e si ha la coscienza a posto. Come se la mafia non fosse fatta di persone, come se non avesse invece nomi e cognomi, volti, facce di gente che vedi tutti i giorni e con cui sei costretto a convivere. Persone accanto alle quali vivi, lavori. Persone che ti prestano quel denaro che la banca si rifiuta di prestarti, a tassi, certo, non proprio agevolati. Persone che ti chiedono un contributo per la famiglia e se rifiuti passano alle minacce, e poi alle ritorsioni, e poi alle pistolettate. Persone che trafficano armi e droga e che, non sapendo come spendere i soldi guadagnati sul sangue e sulla pelle di altri, candeggiano i propri denari in attività assolutamente lecite. Persone che ti scavalcano nei posti di lavoro, che inquinano gli appalti e che cercano di convincerti, qualora per sorte o caso ne avessi vinto uno, di lasciar perdere con strumenti persuasivi di grande impatto. Persone che ti sorridono, che ti danno pacche sulla spalla, che conoscono il tal politico e anzi ne sono amici intimi, avendo fatto accordi tra gentiluomini che solo dei malpensanti potrebbero definire voto di scambio…

Nomi e cognomi.

Pensavo a questo mentre il signor Caligiore, coordinatore dell’associazione antiracket di Palazzolo Acreide, gioiva al pensiero del boss Gianfranco Cavarra finalmente in carcere. Ammiravo lo sguardo fiero di Caligiore, la schiena diritta e la dignità di chi non si è piegato, l’orgoglio di poter pronunciare pubblicamente il nome dell’uomo che voleva imporre il suo volere all'azienda di famiglia. Gianfranco Cavarra. Quello stesso uomo che sedici anni prima era venuto a chiedergli denaro in cambio di protezione. Riflettevo su questo: sul coraggio di un uomo capace di riunire attorno a sé un piccolo ma tenace gruppo di imprenditori del suo paese e di guidarli contro l’abuso, l’illegale, il terrore. Riflettevo sul perché Caligiore sia ancora tra di noi a portare la sua testimonianza e Libero Grassi sia invece morto, mi chiedevo perché Pippo Fava sia stato ucciso dalla mafia e invece Lirio Abbate sia ancora vivo. La differenza credo sia una sola, abissale. Per Grassi, per Fava, così come per Rostagno, per De Mauro, per Impastato, per Rizzotto, per dalla Chiesa, per Livatino, per Falcone, per Borsellino, per tante decine di altri eroi semplici dei quali non dovremmo mai dimenticare la lezione. Queste persone non è stata la mafia ad ucciderli. Hanno premuto il grilletto, è vero, hanno innescato una bomba, ma non sono stati i mafiosi a condannarli. È stata l’indifferenza ad ucciderli, l’indifferenza generale, il silenzio di chi sapeva, l’inazione di chi poteva e non ha fatto… Si muore quando si è lasciati soli. Quando chi ti sta attorno preferisce accudire le proprie piccole convenienze rinunciando a lottare contro il nemico comune, anzi tesse taciti patti con lui quando non palesi alleanze.

Perché la verità è questa. Brutta, indigesta quanto si vuole: che per una parte dei siciliani la mafia significa convenienza. Tranquillità. Protezione. La mafia conviene. Un para-Stato che possiede sovranità, popolo e territorio e che potrà essere abbattuto solo attraverso una guerra aperta, totale, spietata e senza quartiere… Parole, parole anche queste. Nonostante l’indubbia utilità non si può arrivare a teorizzare l’eliminazione fisica di tutti i mafiosi, sebbene in guerra sia lecito uccidere il proprio nemico. E allora rimangono solo due strumenti in mano: da un lato l’impegno continuo e reale da parte di quello Stato di cui si dice facciamo parte ma anche e soprattutto con l’impegno di ciascuno di noi. Ciascuno, nel suo piccolo. Secondo le proprie capacità e possibilità. Non si chiede a nessuno di essere eroe: solo, non arretrare di fronte al nemico comune. Perché non sono tanto le urla dei malvagi a farmi paura, quanto il silenzio dei giusti. Il silenzio di chi dovrebbe stare dalla parte dei giusti. Eccone un esempio vergognoso, presente alla mostra fotografica su Pippo Fava nell’atrio comunale del comune di Palazzolo Acreide. Foto di pessima qualità, scattata con il telefonino (chiedo anzi se qualcuno me ne possa fornire una copia di qualità migliore) ma che dovrebbe essere stampata e distribuita in migliaia di esemplari, perché certe cose non si dimentichino mai.


La foto raffigura la signora Carmela Minniti, moglie di Nitto Santapaola – padrone incontrastato della Sicilia orientale – che inaugura, a Catania, una concessionaria di automobili di proprietà del marito. Accanto a lei, due compiaciuti signori: il primo è Agostino Conigliaro, all’epoca questore di Catania, il secondo invece Francesco Abatelli, all’epoca prefetto di Catania.
Questore e prefetto. Lo Stato che va a braccetto con l’anti-Stato. La cosa che mi fa più rabbia però è che questi signori si staranno godendo una cospicua pensione pagata con i soldi dei cittadini italiani e non saranno minimamente vittime del rimorso per aver contribuito, rifiutandosi di vedere la realtà, a rendere ancor più potente e letale il dominio mafioso sulla Sicilia.

Ecco il nostro compito. Parlare, parlare, parlare. Ricordare, mettere in atto iniziative concrete, uscire alla luce del sole. Fare corpo unico. Comprendere la nostra superiorità rispetto alla loro vigliaccheria. Non lasciare soli quanti hanno il coraggio di urlare contro. Denunciare i soprusi. Ma soprattutto fare nomi e cognomi. Perché dovremmo? Perché si deve, perché è giusto, perché è l’unica cosa da fare se vogliamo prendere in mano il nostro destino con la consapevolezza di una guerra incerta e lunghissima. Se vogliamo riconquistare la nostra terra, la nostra libertà: va fatto, senza chiedersi perché.

Senza speranza e senza paura.

Facendo nomi e cognomi. Perché la mafia cessi di essere considerata dall’opinione pubblica come un’entità astratta, un copione da fiction, e si riveli per quello che è. Un pugno di criminali senza alcun onore, indegni anche di essere chiamati uomini, indegni anche dell’aria che respirano, il cui unico destino possibile dovrebbe essere quello di marcire in qualche galera. Dimenticati da tutti, evaporati: come un brutto incubo, al risveglio, al mattino.

sabato 3 febbraio 2007

Morire per una testa di cazzo

Mi fate schifo

Voi barbari, voi teppa, voi tifosi, voi idioti che avete un’unica fede.

Voi sottospecie di esseri umani che non avete nulla a cui aggrapparvi, non un valore, non un principio, non un ideale se non la vostra schifosa squadretta rossoblu.

Voi che tenete in ostaggio una città per una ventina di tizi che corrono in mutande, voi che minacciate quanti non abbracciano il vostro credo, voi microcefali che sapete a malapena leggere ma ricordate a menadito tutte le formazioni della vostra squadra dalla notte dei tempi ad oggi.

Voi frustrati che andate allo stadio a sfogare la rabbia per una vita dalla quale non avete saputo prendere niente, voi immeritevoli di appartenere ad una società civile, voi imbecilli che tra qualche giorno vi batterete religiosamente il petto dietro Sant’Agata invocando grazie e prosperità.

Voi castrati che rincorrete il mito del maschio, voi abietti che non battereste ciglio di fronte ad una ingiustizia, voi indegni anche di respirare, voi capaci di uccidere pur di difendere l’onore del vostro merdoso Catania cosa provereste al posto del poliziotto che avete ammazzato, cosa provereste sapendo di essere morti per una testa di cazzo?

mercoledì 8 novembre 2006

Così vanno le cose, così devono andare

Entro nel mini-market sotto casa per acquistare una ricarica telefonica. Rimango all’esterno, chiedendo direttamente al cassiere la scheda senza passare attraverso gli scaffali. Subito dopo entra un individuo che rimane dietro di me: guarda il cassiere negli occhi e il cassiere, senza dire nulla apre la cassa, prende velocemente quella che penso sia una banconota e la mette in mano all’altro che attende silenzioso. Dopo questo rapido passaggio di mani l’uomo va via salutando come se avesse fatto la cosa più naturale di questo mondo. Davanti a tutti, con sfrontatezza, con arroganza...


Lo sguardo del cassiere mi fa capire chi fra i due abbia vinto la guerra.

martedì 1 agosto 2006

Il disastro dell'Andrea Doria

Catania, quartiere San Cristoforo. Varcare la soglia di San Cristoforo implica conoscerne i meccanismi che lo regolano e le leggi non scritte che ciascuno è tenuto a seguire per una pacifica convivenza tra realtà differenti. Il cuore di Catania, l’essenza più viva di una città che non riesco ad amare ma anche uno tra i quartieri più disagiati e difficili: un pittoresco reale, non creato artificiosamente ad uso e consumo dei turisti (leggi Taormina) e perciò sporco e scintillante, pericoloso ed innocuo, pulsante ed indolente. Dove puoi tranquillamente comprare pane a mezzanotte o mangiare carne di cavallo grigliata direttamente davanti alle macellerie da individui unti e bisunti che non andrebbero molto d’accordo coi NAS. Dove botteghe microscopiche si allargano sulla strada decuplicando lo spazio a loro disposizione. Dove l’italiano diventa una seconda lingua ed è il catanese più stretto ed autentico a regolare i rapporti tra pari. Dove il codice della strada cessa di esistere in favore delle teorie darwiniane. Dove il lavoro esiste men che altrove e l’onestà e la dignità dell’individuo talora è costretta a scendere a patti con l’illecito… Si deve pur mangiare.

Mi piace San Cristoforo. Perché la gente è spontanea e non sente la necessità di ricorrere a certe ipocrisie che invece mi circondano giornalmente, perché il loro codice morale sarà pure rude ma è intriso di una apprezzabile pragmaticità che cerca di rendere meno complicato il vivere quotidiano. Certo non è semplice vivere in un quartiere simile. Le sacche di degradazione sono ampie e in molti casi la povertà economica va di pari passo con l’aridità intellettuale: pochi gli spazi di aggregazione, insufficienti i mezzi. Ci sono associazioni di volontariato nate all’interno stesso del quartiere – non sono i ragazzi della Catania bene che ritengono essere trendy fare volontariato, sono persone che ci credono veramente per capirci -, la Chiesa onnipresente che, bisogna dirlo, in questo caso svolge un lavoro encomiabile, un centro sociale sgombrato da tempo che talvolta ritorna vivo per brevi periodi, ed infine la scuola. La scuola come collante, la scuola come strumento di riscatto, la scuola come scialuppa di salvataggio di una immancabile deriva sociale. Ed ecco svelato il senso del post. L’unico istituto comprensivo del quartiere, l’Andrea Doria, potrebbe chiudere. Il Comune di Catania infatti, a corto di liquidi, non ha più i soldi per pagare i locali della scuola e presto potrebbe profilarsi l’ombra sinistra dello sfratto. Inutile dire quanti discorsi di sociologi e consimili hanno farcito i servizi televisivi dedicati all’Andrea Doria, tutti affermando l’importanza di una istituzione simile in un quartiere quale San Cristoforo.

Ma più che le fioriture dialettiche dei professoroni mi ha colpito il discorso di un ragazzo del quartiere. Non ricordo il suo nome, non ricordo la televisione locale che ne ha trasmesso la testimonianza. Ricordo solo la sua commozione, il suo forte accento catanese, le parole appassionate con cui perorava la causa della scuola, ed infine quel “…se dovesse chiudere la scuola è tutto finito” che mi ha sconvolto. Quel ragazzo era uno di quelli che ce l’ha fatta anche grazie agli insegnanti dell’Andrea Doria: diplomato e con un contratto di lavoro in tasca, difendeva adesso l’istituto che gli aveva permesso di sfuggire al giogo della povertà intellettuale e di fare delle scelte autonome.

Quel ragazzo mi ha commosso, sul serio. Perché grazie a lui ho compreso l’enorme potenzialità di una istituzione che dovrebbe fornire gli strumenti per imparare a ragionare e che troppo spesso si limita a dispensare voti su nozioni titaniche e giudizi conclusivi su individui che non ha mai conosciuto davvero, perché il lavoro preziosissimo di quegli insegnanti è servito a togliere un ragazzo dalla strada, a fornirgli una visione alternativa della vita fondata sulla conoscenza, sul lavoro, sulla legalità…

A salvargli la vita.

domenica 9 luglio 2006

Il paese di Pirandello

Una delle logiche più odiose nell’applicazione della legge è quella che regola la morosità di un inquilino e del suo conseguente sfratto. Comprensibilissime le ragioni del proprietario che pretende il canone insoluto, altrettanto condivisibili le ragioni dell’affittuario che non riesce ad onorare il debito. Differente è il caso di un immobile affittato all’amministrazione pubblica. In questi casi l’amministrazione si rivolge ad un privato quando non si possiede alcun immobile da impiegare alla bisogna o quando – la maggior parte delle volte – l’ente pubblico, pur avendo decine di immobili vuoti, chiusi, sfitti, mai utilizzati a disposizione, preferisce pagare canoni stellari negoziati tenendo conto più delle clientele che dell’effettivo valore dell’immobile, sperperardo così il nostro e il vostro denaro e aumentando senza alcuna preoccupazione il deficit nel bilancio annuale.

Anche l’amministrazione pubblica dunque, se pagatore insoluto, può incorrere nella morosità e successivamente nello sfratto. Capita, non è così infrequente come possa sembrare. Anche a Catania.

Da queste parti però non si accontentano della vergogna di un’amministrazione che non sa gestire i propri immobili e il bilancio comunale – vi ricordo che l’anno scorso per più di un mese i vigili urbani dovettero limitare i propri interventi perché non c’erano i soldi per comprare la benzina delle auto di pattuglia. Da queste parti non ci si accontenta più della morosità: si deve raggiungere sempre quel senso del grottesco e dell’inverosimile che porta il cittadino a non aver più fiducia dei propri governanti.

Accade infatti che la morosità in questione riguardi i locali che ospitano l’ufficiale giudiziario. E cioè quegli uffici che si occupano solitamente degli sfratti… Come a dire che il Comune di Catania dovrebbe sfrattare se stesso. Come a dire che se l’ufficiale giudiziario volesse far rispettare la legge dovrebbe impedire a se stesso l’ingresso nel proprio ufficio. Come a dire che controllori e controllati sono due facce della stessa medaglia.

martedì 28 marzo 2006

Quand'anche le sprangate sui denti ti sembrano poco #2

Devo attirarle, certe persone. O forse semplicemente ci faccio caso.

Questo pomeriggio cammino lungo via Santa Maddalena per raggiungere la mia facoltà dove mi aspetta la laurea di un'amica. Un po' distratto per la lettura di un volantino elettorale, ad un certo punto sbatto con tutta la mia mole su una macchina. Alzo gli occhi e vedo l'auto parcheggiata con tutte e quattro le ruote sul marciapiede. Faccio un rapido calcolo: strada = veicoli da trasporto; marciapiede = pedoni.

Quell'auto è decisamente fuori posto.

La cosa più bella è che dopo il mio impatto esce dall'auto il proprietario che, piuttosto stizzito, mi rimprovera dicendo che potevo stare più attento. Anzi, che dovevo stare più attento. Replico con una certa virulenza che non è colpa mia se parcheggiando sul marciapiede ha mostrato di sconoscere anche le più elementari regole di civiltà. Un attimo di silenzio e quell'uomo ribatte con una risposta che mi lascia a tutta prima disorientato, almeno prima di comprenderne il suo più intimo e nascosto significato: "Ci sono due marciapiedi su questa strada. Potevi prendere l'altro". Poi mi sorride.

Certo. Che stupido. La colpa è mia se ho scelto il marciapiede sbagliato... Quand'anche le sprangate sui denti ti sembrano poco.

venerdì 10 marzo 2006

Quand'anche le sprangate sui denti ti sembrano poco #1

"Sono i momenti in cui amo la polizia. Lei lo sa, e si fa desiderare" (G. Gaber)


Stasera accompagniamo a casa la ragazza di mio fratello. Lei abita in una via piuttosto stretta ma molto trafficata di Catania, soprattutto di sera, considerando che la sua casa è proprio nella zona dei pub. Le macchine come sempre sono selvaggiamente parcheggiate su entrambi i lati della via e da un lato stanno anche sul marciapiede. Ma non è abbastanza. Oh, che credete. Troviamo una macchina parcheggiata esattamente davanti al portone d'ingresso della casa della mia cara cognatina. Non di fronte al portone, esattamente davanti. Completamente sul marciapiede. Ci saranno una decina di centimetri tra la macchina e il portone: impossibile entrare.

Decidiamo di chiamare i vigili urbani - ore 00.35 circa. Risponde una centralinista che mostrandosi sinceramente dispiaciuta ci dice che nessuna pattuglia con conseguente carro attrezzi potrà arrivare prima dell'una perché tutti gli agenti sono impegnati nella periferia della città per un terribile incidente... Caspita, se avessi saputo che stasera la città era sguarnita di agenti di polizia ne avrei approfittato per rapinare un bel po' di banche! Segno sul calepino per la prossima. Decidiamo di aspettare comunque, fuori, al freddo - eh già, perchè noi la macchina l'avevamo parcheggiata lontano da casa ma in un luogo in cui poteva stare. Quanto siamo stupidi. Dopo un po' di tempo arriva un mentecatto che con un sorrisino idiota sulle labbra ci chiede di spostarci perché deve passare.

Perché deve passare.

Si scusa frettolosamente dicendo di non aver visto il portone e alla nostre civili rimostranze comincia a rispondere con un'aria da mafiosetto di primo pelo a dir poco arrogante. Dice che non gliene frega niente se abbiamo chiamato i vigili e che lui sta andando via, e alla nostra minaccia di denuncia ride e dice che invece dovevamo stare attenti noi perché "con una canna ormai si finisce in galera", avendo scambiato il mentecatto una semplicissima sigaretta di tabacco per una canna. Quando uno che ha torto deve fare free climbing sugli specchi. Non finisce qui. Il sangue comincia a ribollirmi in testa e medito di strappare le chiavi dal cruscotto per non farlo andare via. Non può passarla liscia, ha parcheggiato sul marciapiede in divieto di sosta, ha bloccato un portone d'ingresso cazzo, l'ingresso di un palazzo abitato anche da persone anziane che avrebbero potuto avere bisogno di un soccorso immediato. In quel momento? Sì, proprio in quel momento: come si dice, "i casi della vita". A dirla tutta aveva anche l'assicurazione scaduta (31-01-06). Tutto questo perché lui doveva parcheggiare. Eh, no.

Blocco lo sportello con la mia ampia mole ma poi mio fratello (il classico uomo della pace) mi ferma proprio mentre il mentecatto comincia a minacciare di strattonarmi con lo sportello. Non ammette il suo errore: dice di essersi scusato anche se non c'erano cartelli di divieto di sosta (nonostante uno campeggiasse proprio di fronte alla sua macchina) e che se non accettavano le sue scuse non poteva farci niente. Almeno, il concetto era questo. Lo lasciamo andare mentre gli auguriamo tutti i mali del mondo - personalmente spero in una paraplegia temporanea, il tempo necessario perché si renda conto di quanto deve essere impossibile la vita per chi ha una sedia a rotelle in una città profondamente incivile ed arrogante come Catania.

Quell'uomo non doveva andarsene. Quel coglione aveva diritto almeno ad un verbale e ad un cazziatone di prim'ordine da parte degli agenti di polizia. E invece niente. Forse perché in questa città violare la legge è giornaliera abitudine ad ogni livello, dal pizzicagnolo che dà con maestria il classico colpo alla bilancia per ritagliarsi qualche centesimo dal tuo conto, al parcheggiatore abusivo e ai parcheggi selvaggi, ai lavoratori in nero, all'evasione fiscale, al pizzo, all'associazione mafiosa, alle turbative d'asta e al voto di scambio. Direte che tutto ciò accade anche in altre zone d'Italia. Verissimo. Ma da queste parti esiste ancora una distorta concezione della legalità secondo la quale se tu riesci ad infrangere la legge ricavandoci un utile per te non hai compiuto un atto criminale, anzi, sei stato spertu, spacchiusu. E per questo vieni ammirato.

Aveva proprio ragione Tomasi di Lampedusa quando diceva che in Sicilia talora la furbizia usurpa il nome di intelligenza... Ed è questa la vera mafia. Perché la mafia non è solo l'associazione a delinquere, mafiosi non sono solo i vari Santapaola, Cursoti, Cappello e via dicendo, mafioso è questo distorto codice comportamentale della spirtizza che purtroppo la stragrande maggioranza dei siciliani apprezza ed approva. Io non sono quello che porge l'altra guancia, ricordate? Ma a volte la mia educazione e la mia parte razionale ha il sopravvento sulla mia bile e sulla rabbia e mi fa desistere dai miei propositi. Nonostante ormai creda poco nello Stato italiano e nella forma dello Stato in generale continuo a credere nella Legge.

Avrei voluto solo un verbale per quell'uomo, nient'altro. Ma siccome i vigili non sono arrivati in tempo perché avevano altre priorità da rispettare e noi non potevamo trattenerlo oltre - il mentecatto avrebbe sicuramente avuto il coraggio di denunciarci per sequestro di persona! - cosa avremmo dovuto fare secondo questo atavico codice comportamentale? Picchiarlo, ostruire il passaggio, rovesciare la sua macchina su un lato in modo da liberare l'ingresso, oppure cosa? La gogna.

Mi abbasso al suo livello? Certo, perché queste persone devono capire di aver sbagliato e si può far capire loro solo parlando lo stesso distorto linguaggio. Magari si appelleranno, da buoni vigliacchi, alla legge - perché quando fa comodo poi la chiamiamo la polizia o le fanno le denunce! - ma non importa.

Ed ecco la gogna.

Se mai vedeste una Opel Meriva blu immatricolata a Catania nel 2005, targata CY 270 TZ e con l'assicurazione scaduta dal 31 gennaio 2006 sappiate che quell'uomo, ieri sera, dopo la mezzanotte, ha impedito l'accesso ad un'abitazione privata in via Landolina. Ah, spero che la moglie sappia che suo marito era in giro a quell'ora.

martedì 7 febbraio 2006

Cronache da una città impazzita

Ovvero: talebani di casa nostra

Conscio del più deleterio autolesionismo mi accingo a scrivere un post su un argomento del quale, nella città che mi ospita, è bene parlare sempre bene: sant’Agata. Chiunque facesse il contrario rischierebbe seriamente il linciaggio di una folla inferocita per aver osato profanare verbalmente la Santuzza e la sua festa, soprattutto in una città in cui i suoi abitanti sono tutti devoti devoti tutti (per chi non lo sapesse è il motto dei devoti catanesi di sant’Agata).
Per chi non conoscesse questa incredibile festa barocca – inclusa dall’Unesco tra i beni dell’umanità non materiali di carattere etnoantropologico – può cliccare qui.
Ho perduto tanti anni fa la fede e con essa la capacità di sentire nel più profondo del mio animo la gioia e la fortissima emozione che una festa religiosa può scatenare in ogni credente. Non voletemene male perciò se dirò che accolgo con un senso di fastidio eventi di questo tipo: l’unica cosa che mi turba ancora oggi è la gente che vi partecipa.
Un misto di commozione, rispetto e repulsione.
Perché la fede tocca le corde più sensibili di ogni animo: soprattutto nei momenti di sconforto, quelli in cui ti senti abbandonato e solo, quelli in cui hai la necessità di credere che esista qualcuno o qualcosa al di sopra di te che ti sostiene in quei momenti così difficili, fosse anche solo per incolparlo e per bestemmiare il tuo dolore e le sofferenze che quotidianamente sopporti… Per avere la forza di continuare. Per non crollare. Comprendo perciò questa gente e comprendo – a differenza di altri – la loro necessità di credere. Comprendo le loro lacrime e le loro invocazioni, comprendo il loro trasporto e la loro tensione emotiva, comprendo cosa significhi sentirsi piccolo piccolo di fronte all’immensità del cosmo che loro preferiscono chiamare Dio.
Questo non significa che giustifichi o tantomeno accetti le farneticazioni e le ipocrisie di chi ha voluto mascherare la fede con la caricatura di una religione.
Non riesco a trovare altri sinonimi per ciò ho visto e che vedrò in ogni festa patronale che si rispetti: gente che si flagella a sangue durante le processioni, che cammina scalza, gente che decide di fare ripide scalinate in ginocchio o che mette dolorosissime corone di spine in testa, gente che veste col saio per anni o che si trascina appresso per quasi due chilometri enormi ceri accesi, gente che porta a compimento voti deliranti pur di ingraziarsi i supposti favori di Dio, della Madonna o di una schiera di santi ogni giorno sempre più folta ed ambigua. Non posso credere che esistano divinità così sadiche da pretendere simili sanguinose prove di fede, soprattutto non in una religione dove Dio è considerato puro amore. È incredibile come in alcuni casi la Chiesa cattolica incoraggi simili episodi, pilotando e manovrando artatamente i desideri dei propri fedeli: se siamo tutti figli di Dio allora devo dedurre che il nostro è un padre cattivo e degenere, forse anche un po’ annoiato, che si diverte a veder soffrire inutilmente i propri figli. E in tal caso propongo per la santificazione il marchese de Sade.
Era stato Dio a volere che Origene si evirasse per poter resistere alle “tentazioni della carne”? Era stato Dio a volere che Caterina da Siena ingoiasse una scodella di pus per essersi rifiutata di curare le piaghe di un moribondo? Era stato Dio a suggerire a Tertulliano queste parole: " ... Niente piace più a Dio della magrezza del corpo e più il corpo sarà asciugato dall'asprezza delle mortificazioni, meno sarà soggetto alla corruzione della tomba e, quindi, resusciterà più gloriosamente ... "? (Tert. De resurretione corporum) E ancora: è forse Dio che ha chiesto al Papa, questo monarca dell’ultima monarchia assoluta della Terra, di dotarsi di un lussuoso apparato che sputa sulla povertà di tanta gente nel mondo? È forse Dio che chiede ai fedeli ammalati di comprare l’immagine di cera della parte sofferente (un braccio, una gamba, il torace e così via) per poter ottenere la grazia? Dio non sa più com’è fatta una gamba e ha bisogno della sua copia? È forse Dio che chiede ai propri fedeli di abbonarsi a Famiglia Cristiana o di votare per questo o per quell’altro politico? È forse Dio o sant’Agata che chiede ai fedeli di spendere duecento, trecento, quattrocento e forse anche cinquecento euro per acquistare delle ridicole gigantesche candele? Cosa se ne farà mai sant'Agata di tutta quella cera? Potrei continuare all’infinito, ma non lo farò.
Preferisco terminare con sant’Agata.
Questa festa, certamente suggestiva, non ha nulla a che spartire con la fede. Sorvolerò sul fatto che qualche studioso ha sollevato dubbi sull’esistenza stessa di sant’Agata (che sarebbe solo una personificazione del Bene, agathòs in greco), e sorvolerò anche sull’abbigliamento del devoto che secondo la tradizione ricorderebbe la notte in cui le reliquie della santa rientrarono nella città dopo essere state trafugate a Costantinopoli (i catanesi uscirono scalzi e in camicia da notte, peccato che la camicia da notte sia attestata solo intorno al 1300 mentre le spoglie rientrarono a Catania nel 1121: più convincente l’ipotesi di chi parla di labili tracce del culto di Iside o di chi parla di riferimenti al cilicio).
Quello su cui non mi sento di sorvolare è il fanatismo dimostrato dai devoti. Cosa può spingere una persona a tirare un fercolo pesantissimo anche sotto la pioggia battente (come ieri sera), a urlare invocazioni fino a perdere la voce, a sfiancarsi di fatica per trascinare – correndo! - il fercolo lungo la ripidissima via di Sangiuliano, a portare sulle proprie spalle una candela accesa dalle dimensioni di un uomo (a volte sono necessarie due persone perché la candelora è troppo pesante!), e infine, a morire per sant’Agata (Robertò Calì, schiacciato dai fedeli nel 2004)?
Questa non è fede.
La fede dovrebbe essere un atto privato, personalissimo, non dovuto e soprattutto sincero: quanti sono i devoti agnellini che il giorno della festa manifestano compunta devozione e il giorno successivo vanno a chiedere il pizzo, a spacciare, a sfruttare o ad ammazzare i propri consimili? E che dire delle ridicole invocazioni che ho avuto modo di leggere sul portale dei devoti agatini? Che bisogno c’è, se non lo stupido orgoglio di apparire più devoto degli altri, di scrivere un’invocazione su un portale Web? Sant’Agata ha l’ADSL? Scarica gli inni sacri con E-Mule?
So che probabilmente questo post riceverà commenti negativi da quanti difendono con ferocia talebana la propria Santuzza: ma non me ne curo. Simili manifestazioni rappresentano l’esca per i sofferenti di corpo e di spirito perché abbocchino all’amo della Chiesa e alla sua ridicola pretesa di rappresentare una divinità della quale nessuno è mai riuscito a dimostrare l’esistenza.
E se anche esistesse certo non sarebbe una figura così limitata, parziale e limitante tale da poter essere ridotta tra le pagine di un libro considerato sacro.

sabato 10 dicembre 2005

Puttane

Ritorno a casa in macchina dopo una breve permanenza a Catania, la città in cui mi trovo costretto ad abitare per motivi di studio. Decido di abbandonare la litoranea in favore di una strada meno trafficata, ormai nota alla maggior parte delle persone come la strada delle prostitute. Nemmeno i cari vecchi Zep ascoltati a volume assordante riescono a distogliere la mia attenzione e a lenire la mia angoscia nei confronti di quelle ragazze. D’estate, quando il sole brucia i corpi e abbrutisce la mente, o d’inverno, con non più di dieci gradi in perizoma e poco più, loro stanno sempre lì, a battere sotto l’occhio attento – e nemmeno troppo nascosto – dei loro protettori.

Qualcuna fa un cenno svogliato con la mano cercando di attirare l’attenzione, altre stanno sedute con lo sguardo perso. Ragazzine ancora acerbe e donne dai corpi esplosivi, bianche e di colore, delicate e volgari: bambole di carne in attesa della prossima bestia che affitterà il loro corpo per una manciata di euro. È vero che ogni donna può usare il proprio corpo liberamente e fare con esso tutto quello che crede…

Ma queste donne non sono libere.

Ed è doloroso vedere una pattuglia di polizia che piazza il proprio autovelox a pochi passi da quelle ragazze ignorando le macchine dei protettori che passano e spassano. Competenze differenti, certo. Però se mi fossi fermato a spaccare l’autovelox sul cofano della gazzella sarei stato sicuramente arrestato per aver distrutto un bene dello Stato. Probabilmente non gliene frega niente… Tanto, sono solo quattro puttane.