martedì 6 maggio 2008
Il paese di Pirandello #3
sabato 5 gennaio 2008
Sine spe sine metu
sabato 3 febbraio 2007
Morire per una testa di cazzo
Mi fate schifo
Voi barbari, voi teppa, voi tifosi, voi idioti che avete un’unica fede.
Voi sottospecie di esseri umani che non avete nulla a cui aggrapparvi, non un valore, non un principio, non un ideale se non la vostra schifosa squadretta rossoblu.
Voi che tenete in ostaggio una città per una ventina di tizi che corrono in mutande, voi che minacciate quanti non abbracciano il vostro credo, voi microcefali che sapete a malapena leggere ma ricordate a menadito tutte le formazioni della vostra squadra dalla notte dei tempi ad oggi.
Voi frustrati che andate allo stadio a sfogare la rabbia per una vita dalla quale non avete saputo prendere niente, voi immeritevoli di appartenere ad una società civile, voi imbecilli che tra qualche giorno vi batterete religiosamente il petto dietro Sant’Agata invocando grazie e prosperità.
Voi castrati che rincorrete il mito del maschio, voi abietti che non battereste ciglio di fronte ad una ingiustizia, voi indegni anche di respirare, voi capaci di uccidere pur di difendere l’onore del vostro merdoso Catania cosa provereste al posto del poliziotto che avete ammazzato, cosa provereste sapendo di essere morti per una testa di cazzo?
mercoledì 8 novembre 2006
Così vanno le cose, così devono andare
Entro nel mini-market sotto casa per acquistare una ricarica telefonica. Rimango all’esterno, chiedendo direttamente al cassiere la scheda senza passare attraverso gli scaffali. Subito dopo entra un individuo che rimane dietro di me: guarda il cassiere negli occhi e il cassiere, senza dire nulla apre la cassa, prende velocemente quella che penso sia una banconota e la mette in mano all’altro che attende silenzioso. Dopo questo rapido passaggio di mani l’uomo va via salutando come se avesse fatto la cosa più naturale di questo mondo. Davanti a tutti, con sfrontatezza, con arroganza...
Lo sguardo del cassiere mi fa capire chi fra i due abbia vinto la guerra.
martedì 1 agosto 2006
Il disastro dell'Andrea Doria
Catania, quartiere San Cristoforo. Varcare la soglia di San Cristoforo implica conoscerne i meccanismi che lo regolano e le leggi non scritte che ciascuno è tenuto a seguire per una pacifica convivenza tra realtà differenti. Il cuore di Catania, l’essenza più viva di una città che non riesco ad amare ma anche uno tra i quartieri più disagiati e difficili: un pittoresco reale, non creato artificiosamente ad uso e consumo dei turisti (leggi Taormina) e perciò sporco e scintillante, pericoloso ed innocuo, pulsante ed indolente. Dove puoi tranquillamente comprare pane a mezzanotte o mangiare carne di cavallo grigliata direttamente davanti alle macellerie da individui unti e bisunti che non andrebbero molto d’accordo coi NAS. Dove botteghe microscopiche si allargano sulla strada decuplicando lo spazio a loro disposizione. Dove l’italiano diventa una seconda lingua ed è il catanese più stretto ed autentico a regolare i rapporti tra pari. Dove il codice della strada cessa di esistere in favore delle teorie darwiniane. Dove il lavoro esiste men che altrove e l’onestà e la dignità dell’individuo talora è costretta a scendere a patti con l’illecito… Si deve pur mangiare.
Mi piace San Cristoforo. Perché la gente è spontanea e non sente la necessità di ricorrere a certe ipocrisie che invece mi circondano giornalmente, perché il loro codice morale sarà pure rude ma è intriso di una apprezzabile pragmaticità che cerca di rendere meno complicato il vivere quotidiano. Certo non è semplice vivere in un quartiere simile. Le sacche di degradazione sono ampie e in molti casi la povertà economica va di pari passo con l’aridità intellettuale: pochi gli spazi di aggregazione, insufficienti i mezzi. Ci sono associazioni di volontariato nate all’interno stesso del quartiere – non sono i ragazzi della Catania bene che ritengono essere trendy fare volontariato, sono persone che ci credono veramente per capirci -, la Chiesa onnipresente che, bisogna dirlo, in questo caso svolge un lavoro encomiabile, un centro sociale sgombrato da tempo che talvolta ritorna vivo per brevi periodi, ed infine la scuola. La scuola come collante, la scuola come strumento di riscatto, la scuola come scialuppa di salvataggio di una immancabile deriva sociale. Ed ecco svelato il senso del post. L’unico istituto comprensivo del quartiere, l’Andrea Doria, potrebbe chiudere. Il Comune di Catania infatti, a corto di liquidi, non ha più i soldi per pagare i locali della scuola e presto potrebbe profilarsi l’ombra sinistra dello sfratto. Inutile dire quanti discorsi di sociologi e consimili hanno farcito i servizi televisivi dedicati all’Andrea Doria, tutti affermando l’importanza di una istituzione simile in un quartiere quale San Cristoforo.
Ma più che le fioriture dialettiche dei professoroni mi ha colpito il discorso di un ragazzo del quartiere. Non ricordo il suo nome, non ricordo la televisione locale che ne ha trasmesso la testimonianza. Ricordo solo la sua commozione, il suo forte accento catanese, le parole appassionate con cui perorava la causa della scuola, ed infine quel “…se dovesse chiudere la scuola è tutto finito” che mi ha sconvolto. Quel ragazzo era uno di quelli che ce l’ha fatta anche grazie agli insegnanti dell’Andrea Doria: diplomato e con un contratto di lavoro in tasca, difendeva adesso l’istituto che gli aveva permesso di sfuggire al giogo della povertà intellettuale e di fare delle scelte autonome.
Quel ragazzo mi ha commosso, sul serio. Perché grazie a lui ho compreso l’enorme potenzialità di una istituzione che dovrebbe fornire gli strumenti per imparare a ragionare e che troppo spesso si limita a dispensare voti su nozioni titaniche e giudizi conclusivi su individui che non ha mai conosciuto davvero, perché il lavoro preziosissimo di quegli insegnanti è servito a togliere un ragazzo dalla strada, a fornirgli una visione alternativa della vita fondata sulla conoscenza, sul lavoro, sulla legalità…
A salvargli la vita.
domenica 9 luglio 2006
Il paese di Pirandello
Una delle logiche più odiose nell’applicazione della legge è quella che regola la morosità di un inquilino e del suo conseguente sfratto. Comprensibilissime le ragioni del proprietario che pretende il canone insoluto, altrettanto condivisibili le ragioni dell’affittuario che non riesce ad onorare il debito. Differente è il caso di un immobile affittato all’amministrazione pubblica. In questi casi l’amministrazione si rivolge ad un privato quando non si possiede alcun immobile da impiegare alla bisogna o quando – la maggior parte delle volte – l’ente pubblico, pur avendo decine di immobili vuoti, chiusi, sfitti, mai utilizzati a disposizione, preferisce pagare canoni stellari negoziati tenendo conto più delle clientele che dell’effettivo valore dell’immobile, sperperardo così il nostro e il vostro denaro e aumentando senza alcuna preoccupazione il deficit nel bilancio annuale.
Anche l’amministrazione pubblica dunque, se pagatore insoluto, può incorrere nella morosità e successivamente nello sfratto. Capita, non è così infrequente come possa sembrare. Anche a Catania.
Da queste parti però non si accontentano della vergogna di un’amministrazione che non sa gestire i propri immobili e il bilancio comunale – vi ricordo che l’anno scorso per più di un mese i vigili urbani dovettero limitare i propri interventi perché non c’erano i soldi per comprare la benzina delle auto di pattuglia. Da queste parti non ci si accontenta più della morosità: si deve raggiungere sempre quel senso del grottesco e dell’inverosimile che porta il cittadino a non aver più fiducia dei propri governanti.
Accade infatti che la morosità in questione riguardi i locali che ospitano l’ufficiale giudiziario. E cioè quegli uffici che si occupano solitamente degli sfratti… Come a dire che il Comune di Catania dovrebbe sfrattare se stesso. Come a dire che se l’ufficiale giudiziario volesse far rispettare la legge dovrebbe impedire a se stesso l’ingresso nel proprio ufficio. Come a dire che controllori e controllati sono due facce della stessa medaglia.
martedì 28 marzo 2006
Quand'anche le sprangate sui denti ti sembrano poco #2
Questo pomeriggio cammino lungo via Santa Maddalena per raggiungere la mia facoltà dove mi aspetta la laurea di un'amica. Un po' distratto per la lettura di un volantino elettorale, ad un certo punto sbatto con tutta la mia mole su una macchina. Alzo gli occhi e vedo l'auto parcheggiata con tutte e quattro le ruote sul marciapiede. Faccio un rapido calcolo: strada = veicoli da trasporto; marciapiede = pedoni.
Quell'auto è decisamente fuori posto.
La cosa più bella è che dopo il mio impatto esce dall'auto il proprietario che, piuttosto stizzito, mi rimprovera dicendo che potevo stare più attento. Anzi, che dovevo stare più attento. Replico con una certa virulenza che non è colpa mia se parcheggiando sul marciapiede ha mostrato di sconoscere anche le più elementari regole di civiltà. Un attimo di silenzio e quell'uomo ribatte con una risposta che mi lascia a tutta prima disorientato, almeno prima di comprenderne il suo più intimo e nascosto significato: "Ci sono due marciapiedi su questa strada. Potevi prendere l'altro". Poi mi sorride.
Certo. Che stupido. La colpa è mia se ho scelto il marciapiede sbagliato... Quand'anche le sprangate sui denti ti sembrano poco.
venerdì 10 marzo 2006
Quand'anche le sprangate sui denti ti sembrano poco #1
"Sono i momenti in cui amo la polizia. Lei lo sa, e si fa desiderare" (G. Gaber)
Stasera accompagniamo a casa la ragazza di mio fratello. Lei abita in una via piuttosto stretta ma molto trafficata di Catania, soprattutto di sera, considerando che la sua casa è proprio nella zona dei pub. Le macchine come sempre sono selvaggiamente parcheggiate su entrambi i lati della via e da un lato stanno anche sul marciapiede. Ma non è abbastanza. Oh, che credete. Troviamo una macchina parcheggiata esattamente davanti al portone d'ingresso della casa della mia cara cognatina. Non di fronte al portone, esattamente davanti. Completamente sul marciapiede. Ci saranno una decina di centimetri tra la macchina e il portone: impossibile entrare.
Decidiamo di chiamare i vigili urbani - ore 00.35 circa. Risponde una centralinista che mostrandosi sinceramente dispiaciuta ci dice che nessuna pattuglia con conseguente carro attrezzi potrà arrivare prima dell'una perché tutti gli agenti sono impegnati nella periferia della città per un terribile incidente... Caspita, se avessi saputo che stasera la città era sguarnita di agenti di polizia ne avrei approfittato per rapinare un bel po' di banche! Segno sul calepino per la prossima. Decidiamo di aspettare comunque, fuori, al freddo - eh già, perchè noi la macchina l'avevamo parcheggiata lontano da casa ma in un luogo in cui poteva stare. Quanto siamo stupidi. Dopo un po' di tempo arriva un mentecatto che con un sorrisino idiota sulle labbra ci chiede di spostarci perché deve passare.
Perché deve passare.
Si scusa frettolosamente dicendo di non aver visto il portone e alla nostre civili rimostranze comincia a rispondere con un'aria da mafiosetto di primo pelo a dir poco arrogante. Dice che non gliene frega niente se abbiamo chiamato i vigili e che lui sta andando via, e alla nostra minaccia di denuncia ride e dice che invece dovevamo stare attenti noi perché "con una canna ormai si finisce in galera", avendo scambiato il mentecatto una semplicissima sigaretta di tabacco per una canna. Quando uno che ha torto deve fare free climbing sugli specchi. Non finisce qui. Il sangue comincia a ribollirmi in testa e medito di strappare le chiavi dal cruscotto per non farlo andare via. Non può passarla liscia, ha parcheggiato sul marciapiede in divieto di sosta, ha bloccato un portone d'ingresso cazzo, l'ingresso di un palazzo abitato anche da persone anziane che avrebbero potuto avere bisogno di un soccorso immediato. In quel momento? Sì, proprio in quel momento: come si dice, "i casi della vita". A dirla tutta aveva anche l'assicurazione scaduta (31-01-06). Tutto questo perché lui doveva parcheggiare. Eh, no.
Blocco lo sportello con la mia ampia mole ma poi mio fratello (il classico uomo della pace) mi ferma proprio mentre il mentecatto comincia a minacciare di strattonarmi con lo sportello. Non ammette il suo errore: dice di essersi scusato anche se non c'erano cartelli di divieto di sosta (nonostante uno campeggiasse proprio di fronte alla sua macchina) e che se non accettavano le sue scuse non poteva farci niente. Almeno, il concetto era questo. Lo lasciamo andare mentre gli auguriamo tutti i mali del mondo - personalmente spero in una paraplegia temporanea, il tempo necessario perché si renda conto di quanto deve essere impossibile la vita per chi ha una sedia a rotelle in una città profondamente incivile ed arrogante come Catania.
Quell'uomo non doveva andarsene. Quel coglione aveva diritto almeno ad un verbale e ad un cazziatone di prim'ordine da parte degli agenti di polizia. E invece niente. Forse perché in questa città violare la legge è giornaliera abitudine ad ogni livello, dal pizzicagnolo che dà con maestria il classico colpo alla bilancia per ritagliarsi qualche centesimo dal tuo conto, al parcheggiatore abusivo e ai parcheggi selvaggi, ai lavoratori in nero, all'evasione fiscale, al pizzo, all'associazione mafiosa, alle turbative d'asta e al voto di scambio. Direte che tutto ciò accade anche in altre zone d'Italia. Verissimo. Ma da queste parti esiste ancora una distorta concezione della legalità secondo la quale se tu riesci ad infrangere la legge ricavandoci un utile per te non hai compiuto un atto criminale, anzi, sei stato spertu, spacchiusu. E per questo vieni ammirato.
Aveva proprio ragione Tomasi di Lampedusa quando diceva che in Sicilia talora la furbizia usurpa il nome di intelligenza... Ed è questa la vera mafia. Perché la mafia non è solo l'associazione a delinquere, mafiosi non sono solo i vari Santapaola, Cursoti, Cappello e via dicendo, mafioso è questo distorto codice comportamentale della spirtizza che purtroppo la stragrande maggioranza dei siciliani apprezza ed approva. Io non sono quello che porge l'altra guancia, ricordate? Ma a volte la mia educazione e la mia parte razionale ha il sopravvento sulla mia bile e sulla rabbia e mi fa desistere dai miei propositi. Nonostante ormai creda poco nello Stato italiano e nella forma dello Stato in generale continuo a credere nella Legge.
Avrei voluto solo un verbale per quell'uomo, nient'altro. Ma siccome i vigili non sono arrivati in tempo perché avevano altre priorità da rispettare e noi non potevamo trattenerlo oltre - il mentecatto avrebbe sicuramente avuto il coraggio di denunciarci per sequestro di persona! - cosa avremmo dovuto fare secondo questo atavico codice comportamentale? Picchiarlo, ostruire il passaggio, rovesciare la sua macchina su un lato in modo da liberare l'ingresso, oppure cosa? La gogna.
Mi abbasso al suo livello? Certo, perché queste persone devono capire di aver sbagliato e si può far capire loro solo parlando lo stesso distorto linguaggio. Magari si appelleranno, da buoni vigliacchi, alla legge - perché quando fa comodo poi la chiamiamo la polizia o le fanno le denunce! - ma non importa.
Se mai vedeste una Opel Meriva blu immatricolata a Catania nel 2005, targata CY 270 TZ e con l'assicurazione scaduta dal 31 gennaio 2006 sappiate che quell'uomo, ieri sera, dopo la mezzanotte, ha impedito l'accesso ad un'abitazione privata in via Landolina. Ah, spero che la moglie sappia che suo marito era in giro a quell'ora.
martedì 7 febbraio 2006
Cronache da una città impazzita
sabato 10 dicembre 2005
Puttane
Qualcuna fa un cenno svogliato con la mano cercando di attirare l’attenzione, altre stanno sedute con lo sguardo perso. Ragazzine ancora acerbe e donne dai corpi esplosivi, bianche e di colore, delicate e volgari: bambole di carne in attesa della prossima bestia che affitterà il loro corpo per una manciata di euro. È vero che ogni donna può usare il proprio corpo liberamente e fare con esso tutto quello che crede…
Ma queste donne non sono libere.
Ed è doloroso vedere una pattuglia di polizia che piazza il proprio autovelox a pochi passi da quelle ragazze ignorando le macchine dei protettori che passano e spassano. Competenze differenti, certo. Però se mi fossi fermato a spaccare l’autovelox sul cofano della gazzella sarei stato sicuramente arrestato per aver distrutto un bene dello Stato. Probabilmente non gliene frega niente… Tanto, sono solo quattro puttane.
