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sabato 3 febbraio 2007

Morire per una testa di cazzo

Mi fate schifo

Voi barbari, voi teppa, voi tifosi, voi idioti che avete un’unica fede.

Voi sottospecie di esseri umani che non avete nulla a cui aggrapparvi, non un valore, non un principio, non un ideale se non la vostra schifosa squadretta rossoblu.

Voi che tenete in ostaggio una città per una ventina di tizi che corrono in mutande, voi che minacciate quanti non abbracciano il vostro credo, voi microcefali che sapete a malapena leggere ma ricordate a menadito tutte le formazioni della vostra squadra dalla notte dei tempi ad oggi.

Voi frustrati che andate allo stadio a sfogare la rabbia per una vita dalla quale non avete saputo prendere niente, voi immeritevoli di appartenere ad una società civile, voi imbecilli che tra qualche giorno vi batterete religiosamente il petto dietro Sant’Agata invocando grazie e prosperità.

Voi castrati che rincorrete il mito del maschio, voi abietti che non battereste ciglio di fronte ad una ingiustizia, voi indegni anche di respirare, voi capaci di uccidere pur di difendere l’onore del vostro merdoso Catania cosa provereste al posto del poliziotto che avete ammazzato, cosa provereste sapendo di essere morti per una testa di cazzo?

martedì 13 giugno 2006

Forza Italia (in senso sportivo...)

Curioso come un Paese dilaniato da verbose lotte tra opposte fazioni politiche e morali possa ritrovare l’unità nazionale correndo dietro ad una palla e ad undici ragazzi in mutande… Ok, parliamo di Mondiali. Anche se non mi è facile. Come ho già scritto in altri contesti il mio rapporto con il calcio è simile a quello che ho con la lingua urdu: so che esiste, ma mi rendo conto che le nostre sono strade parallele destinate a non incontrarsi mai. Deriverà dalla mia pigrizia inveterata che mi fa rifuggire da ogni tipo di sport – salto del pasto compreso, sport che di tanto in tanto dovrei esercitare – ma non provo alcuna emozione alla vista dei nostri atleti che difendono l’onore nazional-sportivo. Strapagati, annoiati, ignoranti e volgari, figli della frivolezza di uno show-biz che li vuole accompagnatori per sorte e destino di veline, starlette, oche starnazzanti e palmipedi varie, i calciatori nostrani riescono a trascinare nella foga più incredibilmente nazionalista una quantità di italiani inimmaginabile. Gente che non batte ciglio alla demolizione dell’unità nazionale, gente che non conosce l’inno di Mameli, gente che non farebbe nulla per difendere la propria terra in caso di pericolo, gente che non conosce la lingua italiana. Gente capace di uccidere se qualcuno osa criticare la Nazionale.

Si sa che l’Italia è un paese di santi, poeti, calciatori e malfattori. Sessanta milioni di allenatori che criticano le scelte dei ct o le decisioni degli arbitri e che trascorrono il proprio tempo a discutere sulla mancata verticalizzazione di Pirlo (un uomo che deve aver avuto un’infanzia molto difficile) o sul ruolo del trequartista. L’Italia vive per il calcio, bisogna ammetterlo. Il calcio unisce attraverso un misterioso meccanismo che non so spiegare concretamente: date una palla ad un gruppo di gente e vedrete che in meno di dodici secondi avranno già formato le squadre e saranno pronti per disputare il proprio personale campionato e per vivere il proprio piccolo sogno nella concretizzazione di un gol. Il calcio rappresenta l’unico collante nazionale che nemmeno le sfilate militari o le bandiere che garriscono al vento riescono a sostituire – beh, se devo scegliere preferisco una punizione di Totti piuttosto che le marce dei soldatini di latta. Ecco perché siamo l’unico paese ad avere decine di testate sportive (a parte il Brasile), ecco perché la gente sta vivendo la cosiddetta Calciopoli come se fosse il crollo di un’ideologia, ecco perché le partite della Nazionale sono capaci di fermare per un’ora e mezza l’intero Paese.

Ieri sera ho assistito alla partita. Inevitabilmente. Assistito, nel senso che l’ho subita sia sottolineando con piacere le azioni e i gol della Nazionale italiana sia tifando con foga teatrale ed esasperata per il Ghana. Non perché consideri mio capo spirituale Beppe Grillo – non mi piace chi deve essere controcorrente sempre e comunque –, ma solo per il gusto d’indispettire l’Ariana, che ieri sera faceva un tifo da stadio con tanto di bandiera avvolta intorno alle spalle.

Spero che l’Italia giochi bene le prossime partite. Spero che arrivi in finale e che magari ci regali le stesse emozioni del 1982 quando conquistammo per l’ultima volta la Coppa del Mondo. Anche se mancherà l’urlo di Tardelli, o la faccia accigliata di Zoff, o i baffoni di Beppe Bergomi. Anche se di calcio non me ne frega fondamentalmente niente mi piacerebbe partecipare ad una festa popolare in cui tutti, ma davvero tutti, festeggiano un evento che accomuna ogni italiano.

Forza Italia allora, anche se taluni ci hanno rubato la possibilità di urlarlo senza essere sospettati di una discutibile appartenenza politica.

P.s.
Credo che durante questi Mondiali tiferò sinceramente Trinidad e Tobago: gli allibratori inglesi li danno vincenti la finale per 250 ad 1. Se vincesse anche una sola partita sarebbe già il più bel traguardo per questo staterello di centoquattromila abitanti in un mondiale di signorotti dello sport. Vai Trinidad e Tobago!

mercoledì 14 dicembre 2005

Indegni di considerazione #2

Premesso che non capisco quale piacere si possa provare nel vedere ventidue uomini che corrono in mutande su un prato rincorrendo una palla, dirò che questo post parlerà di idioti #2 (vedi il post sottostante). Domenica scorsa Paolo di Canio, durante l'incontro di calcio Livorno - Lazio ha osannato il suo pubblico con un terrificante saluto romano.

"Non ce la faccio a non salutare così: saluterò sempre come ho fatto ieri, perché è un senso di appartenenza al mio popolo": ha dichiarato ieri il pallonaro intervenendo in diretta a RadioSpazioAperto, una radio di Roma. Lodevole dichiarare un simile attaccamento alle tradizioni e alla propria gente. Come segno di appartenenza al proprio popolo invito dunque:

1) Gli spartani a buttare dalla rupe Tarpea tutti i portatori di handicap della città;
2) I discendenti della famiglia Giulio-Claudia ad incendiare periodicamente Roma e ad uccidere i cristiani al Colosseo;
3) I cattolici ad affilare le macchine della tortura per i nuovi processi della Santa Inquisizione;
4) Gli americani ad uccidere tutti gli indiani;
5) Gli spagnoli ad importare schiavi nel Nord America;
6) I tedeschi a riaccendere i forni crematori;
7) Devo ancora continuare?

Essere legati alle tradizioni non significa accettarle acriticamente in nome di una continuità storica - solo gli imbecilli agiscono in siffatto modo - ma comprendere le ragioni che spingevano i nostri predecessori ad azioni simili e avere il coraggio di rifiutarle, qualora la Storia (quella maiuscola, non le storielle che ci raccontano tutti i giorni i media) abbia già dato il suo responso negativo.

Dal canto suo, un uomo che sarebbe pure simpatico se non si ostinasse a fare il politico, La Russa, ha affermato: "Ognuno saluti come vuole... Non mi pare sia un gesto violento, e non c'è nulla di drammatico. Se poi è vietato dai regolamenti lo puniscano, ma non facciamone un dramma". Caro il mio La Russa, mi rendo conto che certe tradizioni democratiche sono difficili da digerire, ma un regolamento che vieta atti simili esiste. E si chiama Costituzione Italiana. Nella XII disposizione transitoria si dice testualmente: "E` vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista". Ed esiste anche una legge, la 645/52 - conosciuta come legge Scelba - che punisce duramente l'apologia del fascismo. Legge che di tanto in tanto qualche giudice potrebbe ricordarsi di applicare, sia per gesti scandalosi come quello di Di Canio, sia per formazioni chiaramente anti-costituzionali come Forza Nuova.