Visualizzazione post con etichetta malcostume politico. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta malcostume politico. Mostra tutti i post

sabato 10 luglio 2010

Tuo il regno tua la potenza

Come il Gran Re padrone assoluto della vita e delle terre di sudditi sottomessi crea satrapie per il satrapo fedele. Accade così che il regno italiano, possedimento privato del piccolo re di Arcore, possa sentire improvvisamente la necessità di un ministero inutile apparso tra le nebbie fitte e misteriose del burocratese più ostico. Ministero per la Sussidiarietà e il Decentramento. Difficile comprenderne le funzioni, impossibile giustificarne la presenza al di fuori dell'Italia cesaropapista degli ultimi tempi. Per un partito e un governo che ha eretto la legalità ad personam come principio fondante della propria etica, dunque, non deve essere sembrato troppo immorale assegnare un ministero ad un carissimo sodale del Papi con l’unica, fin troppo scoperta ragione di salvargli il deretano. Aldo Brancher. Il quale, come bambino beccato con le mani nella marmellata è stato costretto ad assumere davanti alla legge e agli italiani la propria responsabilità... Che vergogna.

Ma prima di entrare nel merito della questione credo sia bene dare qualche cenno biografico su questo altrimenti oscuro personaggio. Aldo Brancher, sacerdote paolino spogliato lavora alla Fininvest a partire dal 1982. Dagli abiti talari al doppiopetto il passo è breve: diventato presto assistente di Fedele Confalonieri durante lo scandalo di Mani Pulite viene coinvolto nel giro di corruzione della prima Repubblica. Brancher consegna trecento milioni di lire al Psi e trecento al segretario del ministro De Lorenzo, il mai dimenticato ministro della Sanità che agevolò la Fininvest nell’acquisizione di commesse pubblicitarie statali. Arrestato, Brancher trascorre tre mesi a San Vittore ed è condannato in primo e secondo grado per falso in bilancio e finanziamento illecito. Ovviamente – l’ovvio italiano – per effetto delle leggi ad personam del nostro amato premier Aldo Brancher in Cassazione vede prescritto il secondo reato e depenalizzato il primo. Il suo curriculum giudiziario gli vale, ovviamente, – l’ovvio italiano – uno scranno in Parlamento e un sottosegretariato. Ma l’ex prete non sembra averne mai abbastanza di marmellata: insieme alla moglie, infatti, è coinvolto nella scalata ad Antonveneta da parte della Bpi, lui imputato per appropriazione indebita, la moglie per ricettazione. Nello specifico Aldo Brancher e la moglie Luana Maniezzo sono imputati per quattrocentoventimila euro di appropriazione indebita, incassati tra il dicembre e il novembre del 2003 grazie a plusvalenze su azioni Tim e Autostrade che, secondo l'accusa, vennero manovrate dai vertici della Popolare di Lodi per favorire la coppia. Altri seicentomila euro, per cui è stata contestata la ricettazione, erano divisi in versamenti differenziati: i primi centomila consegnati in contanti da Donato Patrini, collaboratore di Gianpiero Fiorani, presso l'autogrill di San Donato milanese nel 2001; una seconda tranche di centomila euro in contanti consegnata nel 2004 a Lodi nell'ufficio di Fiorani; altri centomila ricevuti a Roma nel gennaio del 2005 dopo la bocciatura del decreto sul risparmio nell'ufficio di Brancher, al ministero del Welfare; infine, altri duecentomila euro consegnati ancora nell'ufficio di Fiorani a Lodi, nel marzo dello stesso anno. Accuse pesanti come macigni, circostanziate e documentate. Ma arriva la furbata: qualcuno decide di confezionare un Ministero inutile, senza portafoglio, e alcune deleghe ectoplasmatiche con l'intento fin troppo scoperto di salvare Brancher dal processo Antonveneta attraverso il legittimo impedimento... Complottismo? No, se il ministro del ministero più inutile che la storia repubblicana ricordi chiede il legittimo impedimento a soli cinque giorni dalla nomina.

Mica scemo.

Una parte della maggioranza ha tuonato sulle polemiche sollevate dalle opposizioni e dai finiani definendole strumentali perché a loro dire la sospensione sarebbe stata di qualche mese. Vero, ma non ci vuole un'aquila per capire che sarebbe stato solo il primo passo, un modo per prendere tempo e Berlusconi ci ha fin troppo abituati a procedimenti di tal genere che di sospensione in sospensione arrivano direttamente alla prescrizione per decorrenza dei termini. Quindi non prendiamoci in giro. E poi Napolitano. Ah, Napolitano! Non è vero, come dice qualcuno, che il presidente della Repubblica aveva le mani legate e non poteva far altro che confermare la nomina di Brancher. La preoccupazione del presidente Napolitano di essere super partes è talmente grande che per timore di mostrare il fianco alle solite polemiche sul suo passato comunista rischia talora, per eccesso di zelo, di pendere dalla parte opposta. Napolitano poteva rispedire al mittente il ministro Brancher e rifiutarsi di nominarlo: in ogni caso non sarebbe stato il primo. Già Scalfaro nel 1994 rimandò a casa un indifendibile Previti e così Ciampi nel 2001 con Maroni, condannato in via definitiva per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale. Carabattole, diciamo la verità, ma Ciampi pensò che per principio un pregiudicato (così la lingua italiana definisce quanti hanno riportato condanne penali) non dovrebbe occupare il posto di Guardasigilli. Con Berlusconi il corso della storia è stato un po’ diverso e Maroni può dare ordini ai pubblici ufficiali oltraggiati nella sua storia politica... Ma non divaghiamo. Dopo le asprissime polemiche sollevate dalle opposizioni Brancher decide di rinunciare al legittimo impedimento e di dimettersi da ministro con una dichiarazione spontanea in cui incredibilmente sovverte lo stato delle cose e riesce quasi a presentarsi vittima di una gogna mediatica e di polemiche strumentali. Rinunciando al legittimo impedimento Brancher ha chiesto il rito abbreviato, una formula che ridurrà di un terzo l'eventuale pena con un processo che si svolgerà a porte chiuse e con prove documentali.

Ma è bene rilevare che le dimissioni di Brancher non sono state un atto di responsabilità presentate nell’interesse del Paese: ancora, che non ci prendano in giro. Quelle dimissioni discendono direttamente dalla dirigenza del partito quale unico atto possibile per evitare una mozione di sfiducia che avrebbe potuto provocare un effetto domino, un rischio troppo alto per continuare sulla strada che avevano intrapreso. La vicenda Brancher ha umiliato per l'ennesima volta le istituzioni repubblicane confermando, se mai ce ne fosse ancora bisogno, che le istituzioni coincidono con le persone che le possiedono. Ghe pensi mi dice Berlusconi, svuotando di ogni oggettività la democrazia e facendone un suo personale dominio, piegando fino allo scricchiolio, con accanimento compulsivo, ogni istituto garantista alla sua bisogna e a quello dei suoi sodali. Ghe pensi mi? Ma che vergogna.

martedì 6 maggio 2008

Il paese di Pirandello #3


Il volantino che esplicita il voto di scambio ancora mi mancava. Che schifo.

giovedì 14 giugno 2007

Il paese di Pirandello #2

ovvero La legge della giungla

Non so ancora se triste e grottesca. Forse entrambe, due facce della stessa medaglia di una quieta follia giornaliera. Di quelle vicende per le quali diventa sin troppo facile trovare una morale di fondo, accusare i politici che nutrono la loro potenza della povertà e delle disgrazie altrui. La storia di una famiglia disagiata, nata male e cresciuta peggio, seguita episodicamente dai servizi sociali e più spesso abbandonata alla sua deriva. Marito disoccupato, violento e un po’ tocco di testa, moglie depressa, una bimba con gravi disturbi dell’alimentazione chiaramente derivati dalla situazione familiare e un’altra neonata... La coppia cambia spesso casa, cacciata dai proprietari perché non paga l’affitto o per le lamentele dei vicini disturbati dalle continue liti della coppia.

Dopo l’ennesimo sfratto il padre della donna, esasperato, decide di rivolgersi ad un potente e squallido politico locale noto come dispensatore di favori non disinteressati per ottenere una casa popolare. Subito, senza rispettare le graduatorie che tante altre famiglie disagiate, forse ancora più disagiate ma oneste, aspettano da mesi. Il politico inaspettatamente allarga le braccia affermando la propria impotenza: impossibile scalzare le graduatorie, il presidente del Consorzio è un uomo di ferro che non si lascia convincere da salamelecchi, moine o raccomandazioni. Per fortuna il politico, uomo poliedrico e dalle mille risorse, suggerisce al questuante un escamotage... “Vai al lotto x, piano y, numero z: lì c’è un bilocale libero e non ancora assegnato: forzi la porta d’ingresso e glielo fai occupare. Non ti preoccupare se è illegale, basta pagare il condono in caso di controlli ma intanto tua figlia e tuo genero hanno una casa...”

Regolata la loro posizione legale a tempo di record – periodo di elezioni, non dimenticate! – la famiglia in questione, ormai legittima assegnataria dell’immobile, sente una sera dei rumori sordi provenire dalla porta d’ingresso, come se qualcuno stesse cercando di forzarla...

Sì, forse ci siete arrivati da soli. Un’altra famiglia voleva occupare abusivamente quella casa. Spinta dal medesimo politico, che nel frattempo aveva dimenticato di aver già elargito quel consiglio ad altri sudditi ubbidienti e disperati.

venerdì 18 maggio 2007

Solo un asteroide ci potrà salvare

Evidentemente a Modica non va di moda il voto di coscienza.

Riprendo a scrivere dopo la pausa elettorale con un misto di rabbia e tristezza. Il nostro candidato, candidato unico per il centrosinistra, non ce l’ha fatta, schiacciato dal sindaco uscente che è stato riconfermato con un bulgaro 65%... La mia lista poi non è riuscita ad ottenere alcun seggio nonostante il duro lavoro: d’altronde i pochi consiglieri di centrosinistra eletti, 8 su 30 a fronte dell’esercito dei 22 del centrodestra avranno ormai solo un ruolo di rappresentanza. Di fatto, i modicani hanno consegnato la città al centrodestra.

Volendo analizzare le cause di questa vittoria si possono enucleare almeno tre punti:
  1. La scomparsa del centrosinistra modicano;
  2. L’abilità comunicativa del centrodestra modicano;
  3. La fittissima rete clientelare che il centrodestra modicano, a più livelli, è riuscita a realizzare;
La scomparsa del centrosinistra modicano è il dato che per primo salta agli occhi. Il candidato a sindaco Antonello Buscema, un uomo dall’altissimo profilo morale ed umano, non è stato supportato dai partiti – Ds e Margherita in primo luogo – che lo hanno lasciato solo e non si sono spesi attivamente per la sua campagna elettorale. Risultato è che i Ds non sono arrivati nemmeno all’8% e che il più votato nelle file della Margherita sarebbe stato a parità di voti il diciottesimo nelle liste modicane dell’Udc. Le liste civiche d’altronde non hanno tenuto: la mia stessa lista è stata un mezzo flop, con la maggior parte dei candidati che si sono disinteressati alla campagna elettorale o sono rimasti scoraggiati dalla pesantissima guerra psicologica che il centrodestra modicano è riuscito a mettere in campo. In casi come questi purtroppo – sottolineo, purtroppo – sono costretto ad affermare che l’associazionismo e la cosiddetta “società civile” non sono bastati a sorreggere la candidatura di Antonello Buscema… Lo dico a denti stretti, ma non posso negarlo: se ci fossero stati dei partiti decenti Buscema avrebbe potuto vincere le elezioni. Non si possono vincere delle elezioni con strutture labili come le liste civiche formate ad hoc pur se contenenti uno zoccolo duro di associazioni e cooperative… Non basta. È necessario creare una rete di associazionismo reale che non si riunisca ad ogni morte di papa ma che abbia una fortissima e continua presenza sul territorio e che parli con la gente più di quanto non faccia già, così com’è altrettanto necessario che, dopo aver fatto auto-da-fè, cadano le teste dei dirigenti della sinistra locale.

Tutte.

Ma fino a quando la sinistra modicana preferirà rimanere asserragliata nelle sue sedi a parlare di partito democratico e turn over, ad applaudirsi tra sé e sé e a pavoneggiarsi della propria superiorità morale e culturale, fino a quando non tornerà a parlare con la gente e ad ascoltare i suoi bisogni reali l’amministrazione della città rimarrà nelle mani del centrodestra. E viste le condizioni attuali, il centrodestra potrebbe continuare ad amministrare Modica fino alla fine del mondo.

Onore poi all’abilità comunicativa del centrodestra modicano. È chiaro che riesci a trovare gli strumenti per comunicare solo se puoi investire forti somme di denaro nella campagna elettorale: devi poi utilizzare meccanismi populisti per trascinare la folla ed arringarla, per convincerla in un delirio collettivo che, nonostante l’evidenza, il tuo sia stato un buon lavoro e non invece un’amministrazione appena sufficiente. Le inaugurazioni di locali che non hanno ancora le autorizzazioni a tre giorni dalla fine della campagna elettorale, l’inaugurazione di una strada a poche ore dalla fine della campagna elettorale che dovrà essere nuovamente rotta perché senza tubazioni (sfizio elettorale pagato con i soldi di tutti chiaramente), l’illuminazione delle campagne che spesse volte ha seguito criteri quantomeno sospetti, la sistematica ridicolizzazione dei candidati di centrosinistra, le lettere distribuite dai medici di famiglia che osannavano questa amministrazione, le promozioni di dipendenti comunali per soli sei mesi… Potrei continuare all’infinito, ma credo che il saggio sia stato più che indicativo.

Infine, il dato più inquietante… Il centrosinistra ha basato questa campagna elettorale sulla legalità, sulla politica del diritto contro la politica del favore: i risultati parlano da soli. La gente vuole delle risposte e non gliene frega niente se queste risposte siano state ottenute in maniera legale o illegale. La gente pensa solo a sistemare il figlio, la figlia, la moglie e tutto il parentado, vuole costruire dove non si potrebbe, vuole un’autorizzazione che non potrebbe essergli concessa, una casa popolare che non gli spetterebbe, un’indennità non dovuta, un servizio non pertinente…


La gente se ne frega della legge e non ne sente il bisogno fino a quando non è toccata personalmente da un’ingiustizia.

Allora sì che invoca la legge, la legalità, allora improvvisamente si scoprono i Draconi e i Catoni che invocano rigidità e applicazione letterale. La verità è che la gente applaudiva le nostre idee e diceva che ci avrebbe dato il consenso ma poi andava di corsa a fare la fila, ad inginocchiarsi, a strisciare per chiedere un favore a questo o a quel politico… Vittoria del centrodestra? Lasciamo stare i voti dati in tutta coscienza, da chi ha scelto liberamente centrodestra. Per il resto… Facile quando si occupano tutti i posti di potere, l’amministrazione, le cooperative sociali, una buona parte degli ordini, la sanità locale e via discorrendo. Facile, se riesci a far presentare un candidato per famiglia favorendo il voto di conoscenza e non quello di capacità effettiva. Facile, se candidi un esercito di gente speranzosa di ottenere questo o quel privilegio e che lotta per se stessa, non per un’idea. Facile, se le persone che ti hanno chiesto il favore te lo devono rendere in un certo numero di voti… L’unico vero problema non è tracciare delle linee – da questa parte i buoni sinistri dall’altra i cattivi destri: deprimente affermare con una certa banalità che se vi fosse stata la sinistra al potere avrebbe agito alla stessa maniera. La politica è questo sordido letamaio, lotta tra oligarchie sostenute da clientele avide di partecipare in qualche modo delle briciole lasciate dai leader carismatici.

L’unico vero problema non è se abbia vinto la destra o la sinistra a Modica. Ha vinto un’idea balorda, un’idea diffusa in tutti gli strati della popolazione, quella per cui se non conosci qualcuno non vai da nessuna parte… Diecimilaquattrocentoquarantadue disadattati a Modica la pensavano diversamente, ed io con loro.

Ecco perché solo un asteroide ci potrà salvare.

venerdì 30 marzo 2007

Rieccomi!

Eh, lo so che non scrivo da più di venti giorni... Perdonate la mia assenza, ma in questo periodo troppe cose da fare mi hanno impedito di curare a dovere questo piccolo cratere sulla faccia nascosta della Luna. Forse qualcuno di voi stenterà a crederlo, qualcun altro storcerà un po’ il naso sapendo le mie simpatie libertarie ma non ho potuto proprio evitare di farlo.

Mi candido alle prossime elezioni amministrative alla carica di consigliere comunale. Per Modica, la mia città.

Una città complessa, dove la mafia non è mai arrivata. Una città lieve, tranquilla eppure dinamica che non ha mai dovuto portare la cappa di Cosa Nostra e che negli ultimi venti anni è prosperata in maniera incredibile diventando ricca e pretenziosa. Dove puoi lasciare la macchina aperta senza che nessuno te la rubi. Dove puoi camminare a qualunque ora del giorno e della notte senza che ti accada nulla. Dove sono in pochi ad avere memoria storica dell’ultimo scippo. Dove il fenomeno del racket è stato soffocato sul nascere e non si è più ripresentato. Dove i rapinatori che scelgono di rapinare una delle nostre ventisei banche vengono prontamente catturati dalle forze dell’ordine. Dove poter vivere tranquillamente, qualora si decida di ignorare i rapporti strettissimi tra politica, affarismo e imprenditoria.

Pax mafiosa. La mafia dei colletti bianchi.


A Modica la vita politica ed economica è controllata da pochissime famiglie che gestiscono il potere in maniera personalistica, quasi come fosse un feudo, ed elargiscono diritti come se facessero favori. Tutto nell’apparente legalità. Sono inattaccabili da questo punto di vista. Hai bisogno di un posto di lavoro? Recati in processione dal politico giusto ad elemosinarlo e se avrai strisciato abbastanza ai suoi piedi e perso la tua dignità ne otterrai uno. Necessiti di un finanziamento pubblico? Basta cercare l’amico dell’amico che una volta ottenuta la tua sottomissione ricambierà il favore. La tua azienda ha bisogno di ottenere un appalto o deve costruire villette dove non potrebbe? L’importante è cercare il consigliere comunale giusto che voti una variante ad un piano regolatore scaduto da decenni e mai rinnovato per gli interessi di pochi. Non servono intimidazioni fisiche quando una famiglia come quella dei Minardo (per citare solo uno tra i feudatari locali) possiede un impero con

  • un deputato/senatore (dipende dalle legislature) che tiene bordone al fratello petroliere;
  • il presidente del Consorzio siciliano autostrade;
  • esponenti politici amici che fanno il loro gioco alla Regione, alla Provincia e al Comune;
  • una delle più importanti aziende siciliane di commercializzazione petrolifera (GIAP);
  • tre televisioni (forse anche una testata giornalistica, ma non ne sono certo);
  • diverse società di costruzione e quant’altro – ma preferisco parlare solo di ciò che conosco bene.

Senza contare l’esercito di clienti/schiavi che nel corso degli anni hanno tenuto sotto le loro ali e che cresce di anno in anno in maniera esponenziale. Chiaramente anche le prossime elezioni saranno inquinate dai soldati dell’impero Minardo e di altri piccoli imperatori: soldati che già dilagano in tutta la città per cercare di mantenere il potere dei propri padroni. Ripeto, nulla di formalmente illegale ma quando simili famiglie gestiscono un potere così ramificato diventa difficile non temerli. Diventa anche difficile riuscire a sopportarne gli abusi e i soprusi.

Ecco perché ho deciso di candidarmi. Insieme ad un gruppo di amici, con una lista civica, per cercare di allentare il nodo del cappio che stringe la politica e l’economia della nostra città. Con limpidezza ed etica ma anche con pragmatismo, senza difendere gli interessi particolari di nessuno ma solo quelli dell’intera città.

Ma chi sperasse di rivedermi arruolato tra le fila di una formazione politica nazionale si sbaglia di grosso. La politica di partito non mi appartiene più da tempo e continuo a ritenere ridicole tutte quelle gerarchie fatte di segretari, organi di consulto, congressi, galoppini e parassiti che gravitano attorno ad ogni partito politico italiano. Non credo più nella democrazia elettiva sebbene mi renda conto dell’utopia di una democrazia diretta: ecco perché il mio anarchismo è sempre stato per lo più etico, rivolto alle contraddizioni della nostra classe dirigente e alla ricerca di una dimensione umana della politica, che guardi al benessere dell’individuo e cittadino. Attualismo, comunalismo, socialdemocrazia libertaria, chiamatela come volete. Anche se non mi piacciono le etichette perché sulle etichette solitamente si appone il prezzo di una merce.

E la mia dignità non è una merce che si compra.

mercoledì 31 maggio 2006

Veleno

Avvertenza: questo post ha un intento esclusivamente diffamatorio. Gli episodi citati pur essendo in larghissima parte assodati e conosciuti da noi stessi siciliani rappresentano voces populi non dimostrabili in una eventuale sede legale. Sono bravi, bisogna ammetterlo.


Stavolta non sarò super partes. Non mi sforzerò nemmeno di essere obiettivo. Stavolta ho solo voglia di vomitare addosso contumelie ed infamia, accuse e verità sottaciute agli indegni nostri neo-eletti alla regione Sicilia… Sapevo che la Borsellino non avrebbe vinto. Una persona limpida ed onesta, una persona senza compromessi, una persona che ha vissuto sulla propria pelle la vigliaccheria di un attentato che le ha strappato un fratello altrettanto limpido ed onesto. Una persona simile non poteva vincere le elezioni in una terra maledetta in cui la mafia travestita da legalità e il voto di scambio mascherato da consenso popolare dominano le nostre menti. Menti intorpidite ed assuefatte all’illegalità diffusa, uomini e donne che confermano un individuo accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, un uomo che ha continuato il processo di distruzione e di annientamento della nostra terra con un programma fatuo ed aleatorio che premiava e che continuerà a premiare gli amici e gli amici degli amici (nonché qualche sua azienda), un uomo che non ha fatto nulla per far crescere la cultura della legalità in Sicilia se non sperperare i soldi del fondo Carlo Alberto dalla Chiesa con manifesti inutili ed insultanti l’intelligenza dei cittadini siciliani (“la mafia fa schifo”: oh, adesso sì che i mafiosi righeranno dritto!).

Un uomo che non si dimetterà nel caso in cui la legge italiana lo condannerà per associazione semplice.

Forza Italia, ex-Udc, ex-Dc il loro Cuffaro: tutti partiti con cui la mafia ha avuto ed ha ancora di che spartire. Inutile adesso negare l’evidenza, inutile negare che il 95% dei politici siciliani indagati per illeciti e connivenze di vario tipo sia di destra. Perché? Non mi spingerò a dire che la destra siciliana sia il naturale prolungamento della criminalità organizzata perché mi rendo conto che i mascalzoni e i criminali si trovano in ambedue gli schieramenti senza alcuna differenza di colore: alla mafia interessa solo il potere politico e il controllo di ogni attività redditizia ed è perciò conseguente che cerchi alleati tra gli imprenditori e che chieda aiuto e scambi gentili favori con i partiti di massa (Udc) o con i partiti tradizionalmente legati al mondo dell’imprenditoria (Forza Italia). Certo può accadere che la causa si confonda con l’effetto e cioè che certa mentalità attecchisca con più facilità in un partito piuttosto che in un altro, ma credetemi, i mafiosi cercherebbero alleati anche tra i Nuclei d’Azione Proletaria qualora essi risultassero il partito espressione della volontà dei siciliani.

Ecco dunque creato il tipico circolo vizioso del colluso che arriva al potere: mettiamo da parte le persone oneste – imprenditori compresi – che entrano in politica e rivolgiamo il nostro interesse ai farabutti. Prendiamo un imprenditore che si arricchisce non solo grazie alle competenze e alla capacità manageriale ma anche grazie a certi amici che gli spianano la strada – siano essi criminali che mettono a tacere la concorrenza siano essi politici che lo favoriscono turbando le aste e concedendogli appalti pubblici con i quali, una volta fatta la cresta alle spese, guadagneranno entrambi. L’imprenditore diventa potente e si rende conto che per crescere ancora in potenza deve poter manovrare direttamente i fili che reggono la vita associata: non potendo prendere il potere con la forza decide di entrare in politica. Per essere eletto necessita del favore popolare. Questo potrà essere guadagnato sia attraverso la fiducia di persone oneste realmente convinte del programma presentato, sia attraverso i clientes del politico che lo ha protetto fino ad allora e del quale diventa delfino, sia attraverso prodigalità e supposte filantropie sbandierate a tutto campo dai media di famiglia – sempre qualcosa si trova tra giornali, radio, televisioni e agenzie pubblicitarie –, sia attraverso il voto di scambio propriamente detto, sia attraverso minacce di licenziamento e oscure ritorsioni – è successo anche questo, che credete. Ecco il favore popolare, ecco il vanto dell’Occidente, ecco la democrazia.

Con Cuffaro ha vinto ancora una volta la Sicilia gattopardesca, la Sicilia della zona grigia, la Sicilia del compromesso, la cara vecchia sonnacchiosa muffita Sicilia convinta di essere troppo perfetta per riuscire a cambiare. Di quelli scintillanti fuori e marci dentro… “They are coming to teach us good manners but won’t succeed, because we are gods”. Abbiamo avuto la possibilità di votare per un simbolo, per il simbolo del cambiamento, e l’abbiamo persa. Qualcuno potrebbe dirmi che dietro alla Borsellino stavano persone avide di potere come Leoluca Orlando o come Carlo Fava (detto anche “i meriti dei padri non ricadano sui figli”) ma anche quando ciò risultasse vero non si può dire che un Orlando o un Fava non si siano spesi in favore dei siciliani. Pur non riuscendoci.

Sono tuttora disgustato da una simile campagna elettorale. Sono disgustato dei candidati della mia provincia. A petto del margheritino Ammatuna che ha meritatamente ottenuto la carica di deputato all’Ars (sindaco di Pozzallo, una città che grazie a lui è cresciuta ritrovando la fiducia in se stessa e la speranza in un futuro), stanno i litigi ringhiosi di tutti gli altri. Farò una breve carrellata, precisando che in provincia di Ragusa la mafia non sembra essersi ancora impadronita delle elezioni. Tranquilli però, il malcostume politico e il voto di scambio prosperano come non mai.

Partiamo da Innocenzo Leontini (FI), riconfermato dopo una legislatura trascorsa all’Assessorato all’agricoltura. Sembra si sia mosso bene nel proprio campo dando risonanza ai problemi degli agricoltori iblei ed ancor più ispicesi (Ispica, la sua città d’origine), ma non si fa campagna elettorale atipica istituendo ad hoc, ad un mese dalle elezioni, “La sagra della carota” in quel di Ispica, soprattutto non con i soldi dell’Assessorato all’agricoltura, quindi con i soldi miei e di tutti i siciliani. Ricordiamo inoltre la violentissima lotta intestina nelle fila di Forza Italia per la leadership provinciale: Leontini vittorioso da una parte, Gianni Mauro e Riccardo Minardo che sostenavano il di lui nipotino Nino trombato clamorosamente (beh, undicimila e passa voti non sono proprio una sconfitta…). Nino Minardo, nipote ventottenne di Riccardo e figlio di Rosario, esponenti di un impero finanziario, politico e mediatico che comprende Giap, Tamoil, VideoRegione, partecipazioni in aziende, locali notturni, strutture alberghiere, giornali, televisioni e chi più ne ha più ne metta. Nino Minardo, il cui sorrisetto troneggiava sicuro dai pannelli pubblicitari 6x3, dalle bacheche dei distributori Tamoil improvvisamente diventati impropri strumenti di propaganda politica, dai volantini buttati a chili ovunque e che i suoi leccapiedi non disinteressati distribuivano pregando di votare per Ninuzzo. Non si contano le cene elettorali con centinaia di invitati, le violazioni continue della par condicio da parte dei media di famiglia – solo io la devo rispettare nella mia misera oretta settimanale –, le promesse di vario genere, le prodighe regalie – buoni benzina innanzi tutto – pratiche usuali dello zio passate al nipotino, pratiche di cui tutti i modicani sono a conoscenza ma che non sembrano ormai indignarli più.

Ricordiamo anche Concetta Vindigni (Udc), presidente fino a qualche mese fa della Multiservizi, strana società mista di proprietà per il 51% del comune di Modica: società privata e pubblica allo stesso tempo che possiede un presidente di nomina politica e che può assumere tramite curriculum e non secondo concorso o graduatoria… Se fossi malpensante potrei dire che la Multiservizi ha legalizzato la possibilità di assumere in un’azienda pseudo-comunale i vari galoppini e tirapiedi del potente di turno chiudendo il contratto aperto con il do ut des del voto, ma preferisco evitare simili dietrologiche mefistofelicità. Chi c’è ancora? Sebastiano Failla (Udc), che tanta parte ha avuto in passato nell’assunzione di LSU al Comune, Orazio Ragusa (Udc), neo-eletto dietro cui si vede la longa manus di Peppe Drago, padre-padrone dell’Udc siciliana, l’autonomista Gerratana che non sa nemmeno dove sta di casa (slogan “Il coraggio di cambiare per essere uomini liberi” che fa da pendant con la sua collega donna che cambia il mondo). E poi c’era l’altro Nino, Nino Cerruto della lista di Rita Borsellino, un brav’uomo che non sarebbe mai sopravvissuto alla bolgia di palazzo dei Normanni, ed infine l’avvocato cucciolo, Simona Pitino, che agguerrita glamour voleva partire alla carica del nemico. Non importa quale. Lascio per ultimo la ciliegina sulla torta di questo panorama deprimente.

Avvocato Antonio Borrometi. Margherita.

Difficile trovare le parole per descrivere la sete di potere e la smania di protagonismo di quest’uomo. Da almeno dieci anni ha perso tutte le elezioni in cui si è presentato: politiche, regionali, provinciali, amministrative. Pure il sindaco voleva fare, i modicani non glielo hanno permesso. Presentatosi nuovamente alle ultime elezioni e silurato per l’ennesima volta ha purtroppo ottenuto quei quattromila voti necessari per non scalfire il suo ego e per spingerlo a presentarsi ancora una volta. Ne sono certo. Se cito quest’individuo è solo per deriderlo raccontandovi un episodio da manuale del perfetto bastardo.

La sera del comizio della Borsellino a Modica io e l’Apostolo avevamo assistito, sconsolati, alla partenza della sua auto senza che ci avesse concesso la tanto sospirata intervista. All’improvviso si avvicina lui, l’Avvocato. Captata la possibilità di comparire su qualche media vediamo da lontano uno smagliante sorriso sgranato a 98 denti che ci punta con tanto di mano pronta ad una stretta calda e gioviale. Arriva, saluta con un viscido “buonasera!” e stringe la mano di un Apostolo attonito che lo osserva come se fosse un esemplare di capibara. Si volta verso di me e io nascondo la mano dietro la schiena dicendo: “Mi scusi, non ci conosciamo”; “Pensavo mi aveste chiamato” la sua risposta imbarazzata. “No, si sbaglia” concludo, affondando il coltello nelle carni del suo ego maltrattato...

Tiro la catena. Mi pulisco la bocca con il dorso della mano. Mi sento meglio, ma so che durerà poco.