mercoledì 27 luglio 2011

Ana

ovvero post in due tempi in memoria di un lurido


Arriviamo nella peggiore Taormina di plastica, portieri inamidati e nordici turisti paonazzi in cerca di colore locale e bottigliette d'acqua minerale a due euro. Scavalcate le mandrie di compratori dell'orrenda sicilianità a buon mercato, tre coppole un soldo, attendiamo ligi e compressi dietro un nastro di plastica l'apertura dei cancelli per il concerto di una icona. Gradinata non numerata, pronti allo scatto per conquistare i posti migliori. Divinità del rock, sessantanove anni e una vita sregolata alle spalle: quanti concerti ancora potrà sopportare prima che quel sacco di nervi e creatività schianti definitivamente? Non ci si accosta ad un concerto di Lou Reed senza una dose di deferenza per un maestro dal quale tanti discepoli hanno preso e depredato. Padre dei Velvet Underground, membro della factory di Andy Warhol. Compagno di Laurie Anderson. Una leggenda.


Avrebbero dovuto metterci in guardia la deludente performance di qualche anno fa al Palacatania, così come i video postati su You Tube che testimoniano un crollo vocale a tratti imbarazzante. Non ci aspettavamo certo il fulgore della giovinezza nella sua voce ma la maturità di un timbro roccioso e meravigliosamente graffiato dal tempo. Non ci aspettavamo i successi immortali – forse giusto qualcuno, perché non puoi riproporre per quaranta anni gli stessi pezzi senza odiarli nel profondo del tuo cuore – né coinvolgimento o dialogo con il pubblico, ben conoscendo il muro di artica freddezza che Lou Reed innalza tra sé e gli spettatori. Ci attendevamo però un concerto da ricordare nonostante l'inclemenza del tempo, non un epitafio inutilmente suasorio per una gloria perduta. Ne sono passati di stivali di pelle luccicanti perché la leggenda di un lurido geniaccio si offuscasse fino a diventare business machine e insopportabile compiacimento. Ma è accaduto.


Immoto e pesante come una quercia Lou Reed sale sul palco corredato da occhialini e collana pataccona d'ordinanza. Arrangiamenti rugosi e psichedelici per un muro del suono praticamente perfetto in ogni sua tonalità, bravissima la band che, di fatto, ha tenuto in piedi un concerto altrimenti irrecuperabile. Mancava l'insostituibile mood etereo, e non poteva essere altrimenti, in una smorta Femme Fatale senza Nico. Sweet Jane e Sunday Morning assolutamente deludenti in una fiacca e stonata versione acustica. Venus in Furs, orfana della viola di John Cale, pure splendeva nel nuovo arrangiamento ipnotico scandito dai mallets di Tony Thunder Smith mentre la vibrante The bells, che ha chiuso un concerto brevissimo e senza bis, faceva rimpiangere ancor più la voce di un tempo. E non voglio pensare che l'articolo apparso sulla Sicilia del 20 luglio sia stato una “marchetta” giornalistica quanto invece il pezzo firmato da un giornalista appassionato di musica incapace di vedere il decadimento del proprio idolo. “Più che cantare, parla, rappa, declama, sussurra” scrive infatti Giuseppe Attardi: dispiace rilevare che Lou Reed stonasse alla grande lungo tutto il concerto, “tirasse” le parole e storpiasse le tonalità perché...


Non posso dire, non voglio dire incapace di mantenerle. Perché il tempo, piuttosto, è un tiranno maledetto e una leggenda del rock dovrebbe avere un po' di rispetto per sé e per la sua storia da comprendere quando è arrivato il momento di farla finita con i concerti live. Continueremmo a comprare gli album in studio e ad ascoltare la sua musica ma non torneremmo a casa da un suo concerto pensando che forse i soldi spesi non valevano per ascoltare una cover band di Lou Reed guidata da un attempato signore, pallido ricordo di un passato reso ancor più triste da questo presente.


***


Appoggiata al muro di cinta dell'albergo l'avevamo notata mentre arrotolava nervosamente una sigaretta dopo l'altra. Sola, aspettava qualcuno o qualcosa. Magrissima e dinoccolata, i lineamenti di vago sapore orientale e le rughe inclementi erano incorniciate da lunghi capelli rossicci e stopposi. Un ventaglio si apriva di tanto in tanto, dividendo la scena con uno scialletto a frange, per cacciare via l'umidità della sera taorminese. Scherzando, la immaginavamo un'attempata groupie che seguiva Lou Reed in giro per il mondo fin dagli anni '70, o forse un elemento dello staff, o forse ancora una cacciatrice di autografi e via di questo passo, a costruire fantasie su una perfetta sconosciuta dall'aria insolita e sperduta. Entriamo, ci affrettiamo ad occupare dei buoni posti sulle gradinate, la dimentichiamo. Mentre comincia la distribuzione delle vettovaglie superstiti, già abbondantemente saccheggiate durante il viaggio in auto, si avvicina a noi una donna ossuta che si informa attraverso un italiano stentato se il posto accanto a noi sia occupato o meno.


E' proprio lei, la groupie. Spagnola cinquantenne, dice di chiamarsi Ana e di essere un'appassionata di musica dal vivo. Abbozziamo una chiacchierata cercando una lingua comune e lei si compiace di mostrarci, dopo aver elencato con vezzo e puntiglio tutti i concerti di leggende musicali a cui ha assistito, l'agendina dove segna le date dei concerti ai quali parteciperà. C'è in lei qualcosa di patologico che inquieta, come se non volesse comprare solo i biglietti ma acquistare emozioni e la conferma arriva quando chiediamo le ragioni di una simile passione. Pur nella sua lingua stentata agghiaccia la nostra curiosità con la frase “Almeno facciamo finta di vivere” e comincia a raccontare dei suoi anni di gioventù. Brevi flash in cui intuiamo un passato burrascoso e una vita devastata, talmente lontana dalle nostre esistenze da sembrarci a tratti inverosimile. Amici morti per droga, malattie invalidanti, musica rock che accompagna la discesa in un abisso lisergico senza ritorno... Un mondo orrendo da condividere, e non sappiamo e non chiediamo se Ana sia riuscita a scappare da tutto questo senza esserne risucchiata.


Il concerto finisce, salutiamo Ana consapevole, forse, che il nostro sguardo divertito dalla sua eccentricità di fanatica del rock si è rapidamente mutato in pena profonda. Un velo di amarezza persiste nei nostri occhi anche quando la vediamo scomparire, probabilmente a caccia di qualche autografo: e non per il concerto deludente, non solo. E' la consapevolezza cruda, vissuta in prima persona, che il mondo distorto, cupo e avvelenato cantato nei capolavori del rock sia stato solo specchio deformante di incubi reali dei quali gente come Ana è rimasta vittima.

sabato 23 luglio 2011

Passannante: l'attentato, la prigionia e la pazzia

Finalmente qualcuno ne parla. Qui il link

giovedì 9 giugno 2011

Io voto


Intanto andate a votare. Il referendum è l'unico strumento di iniziativa "popolare" che più si avvicina al concetto di potere dal basso. Uno dei pochi diritti che la democrazia elettiva ha deciso di lasciare alla libertà di coscienza del singolo. Contribuire, in rarissimi casi, al governo di un Paese. Mettere da parte i burocrati e i professionisti della politica, esautorarli di un potere che hanno potuto acquisire solo in virtù di una coscienza politica malata e decidere da noi. Per una volta, una volta tanto. Rifiutare una simile opportunità non è solo stupido. È pericoloso. Incoraggia i "nostri" rappresentanti a spingersi oltre e ad abbattere quei baluardi di garanzia democratica ancora - per sbaglio - esistenti in Italia, a cancellare diritti acquisiti dopo anni di lotte e ad innalzare privilegi per notabili e potentati. Volete andare al mare? Passate dal seggio elettorale prima e dimostrate che tenete ancora alla vostra risicata libertà di cittadino.

Sui quesiti referendari è già stato detto tutto (qui trovate informazioni dettagliate e piuttosto obiettive) nonostante il disinteresse dei media e non sarò certo io, a pochi giorni dall'apertura dei seggi, a suggerire indicazioni di voto ad alcuno. Solo, andate a votare. Votate sì se credete che i quesiti rispondano alle vostre esigenze, votate no se non lo credete, ma esprimete una opinione. Non siate ignavi politici. Schieratevi. Non lasciate che vinca il partito dei pigri e dei criminali, di quanti vogliono derubarci degli unici scampoli di democrazia diretta esistenti nell'esercizio del potere politico in Italia.

Per quanto mi riguarda andrò a votare: quattro sì, senza incertezza.

Voterò sì sulla scheda rossa perché ritengo che i servizi pubblici locali di rilevanza economica (non solo l'acqua dunque, ma anche il trasporto pubblico e la gestione dei rifiuti urbani) non possano essere affidati ad un privato... Il sistema pubblico è inefficiente? Miglioriamo il pubblico allora e smettiamo di credere nelle favole che vorrebbero il privato campione di efficienza. Al privato interessa solo il profitto, non certo rendere migliore un servizio investendo in infrastrutture delle quali non sarebbe comunque proprietario. E chi pagherebbe il profitto del privato? Indovinate un poco... Oh bella, pensavate che gli investitori lo facessero per il latte coi biscottini?

Voterò sì sulla scheda gialla perché ritengo che l'acqua non possa essere considerata una merce da acquistare o da vendere ma un bene primario per la vita di ciascun uomo. Trarre profitto da un bisogno essenziale è immorale, garantire per legge il profitto è raccapricciante.

Voterò sì sulla scheda grigia perché il nucleare è una tecnologia costosissima, obsoleta, ad esaurimento, pericolosa e altamente inquinante. Credo di essere stato chiaro. E, non ultimo, perché questo governo vorrebbe costruire una centrale nucleare in Sicilia. Not in my back yard? Non proprio: preferirei nel cortile di nessuno.

E infine, voterò sì sulla scheda verde perché in fondo, nonostante la mia profonda disistima della politica italiana e il disprezzo per la quasi totalità dei suoi rappresentanti, credo ancora che tutti i cittadini dovrebbero essere uguali di fronte alla legge e che non dovrebbero piegarla o contribuire a piegarla in base agli interessi del proprio padrone.

Andate a votare. Il potere di certa malarazza si nutre del disinteresse dei cittadini. Facciamoli morire di fame, no?

domenica 29 maggio 2011

La soluzione finale?

Mentre nei paesi arabi il vento di rinnovamento soffia attraverso Internet, mentre il mondo occidentale affonda a piene mani nell'incoscienza libertaria e liberatoria di Wikileaks e di Julian Assange, in Italia si condanna per la seconda volta un blog con un'accusa assurda ed infamante. È arrivata la condanna in appello di Carlo Ruta. Stampa clandestina, un reato risalente alla dittatura fascista che pensavamo sepolto dalla libertà di espressione garantita dalla Costituzione repubblicana.

Tutto il nostro sostegno all'amico Carlo che speriamo trovi in Cassazione la giustizia che merita. Qui il link della notizia.

mercoledì 20 aprile 2011

Essenza benzina o gasolina

La corsa al rialzo. Quante volte i media hanno abusato di questo trito luogo comune giornalistico per indicare la folle corsa del barile, e quante volte hanno poi dimenticato di spiegare le ragioni di un aumento senza sosta del prezzo del greggio. Gheddafi starnutisce e subito la benzina aumenta di 5 centesimi, negli Emirati Arabi manifestano per rivendicare maggiori libertà costituzionali ed ecco pronto un aumento immediato. Il prezzo del petrolio è davvero così instabile o una simile instabilità è creata ad hoc? Partiamo dalla considerazione che gli speculatori, a partire dalle Sette Sorelle (indicativo ricordare che solo due appartengono all’area mediorientale) approfittano dell’instabilità politica del Medioriente spingendo sul pedale della paura dei mercati. Il ragionamento degli speculatori è il seguente: poiché il sistema dipende dalle fonti di approvvigionamento, più diventa difficile estrarre gli idrocarburi più il loro prezzo aumenta. Questo accade nonostante ogni stato industrializzato possieda delle riserve di greggio per un minimo di tre mesi (gli Stati Uniti per almeno un anno) e nonostante l’Opec, alle prime avvisaglie di crisi, aumenti sempre la produzione di petrolio incrementando il numero di barili giornalieri estratti e riportando subito l’eventuale valore in diminuzione nella norma.


Caduta l’ipotesi di facciata più abusata il problema principale rimane: perché, nonostante tutto, il petrolio aumenta, con lui i carburanti e di riflesso un gran numero di prodotti? L’aumento del petrolio è legato solo in minima parte ai fattori contingenti, alla situazione geopolitica o all’effettivo aumento di difficoltà nelle estrazioni del greggio. Il fattore più importante risiede nella svalutazione del dollaro. Cercherò di essere chiaro. Mentre la Cina si appresta in meno di un decennio a sorpassare anche gli Stati Uniti in qualità di superpotenza economica questi ultimi stanno svalutando progressivamente il costo del dollaro per cercare di essere concorrenziali in ambito internazionale. Una simile operazione determina il timore, in tutti quei paesi che vantano crediti nei confronti degli Stati Uniti, che la svalutazione e la conseguente inflazione possa pesare sulle loro economie.


Faccio un esempio idiota, pratico ma utile a capire il meccanismo. Gli Stati Uniti hanno acquistato da me patate per mille dollari ma, siccome non riescono a far fronte al debito abbassano il costo del dollaro. In questo modo a me pagheranno sempre mille banconote da un dollaro ma la loro effettiva capacità d’acquisto sarà minore rispetto agli accordi iniziali: mettiamo, di 995 dollari. Insomma, è come se mi avessero fatto la cresta di cinque dollari barando sul prezzo e cambiando le regole in corsa. Ma io che non voglio sprecare cinque dollari in potere d’acquisto mi trovo costretto a spendere i soldi guadagnati prima che perdano di valore causa svalutazione e decido di comprare cavoli per un valore di mille dollari, aumentando la domanda di cavoli sul mercato dell'area in cui vivo. Rapportate questo esempio estremamente banalizzato alla complessità delle economie internazionali, incrociate l'aumento della domanda con l'inflazione programmata, moltiplicate per milioni di dollari ogni cosa e otterrete la risposta che cercate. L'economia internazionale, nonostante stia aprendo all’euro in maniera significativa, è ancora in dollari così come in dollari si acquistano i beni di consumo in grandi stock: ovviamente, trattandosi di Stati coinvolti non saranno patate o cavoli ma petrolio e materie prime. Aumenta la domanda, ma l'offerta può crescere fino ad un certo punto sia per ragioni di natura strutturale, sia per le speculazioni messe in atto dalle compagnie petrolifere e dai cartelli economici internazionali. Detto in soldoni: a te serve una cosa, ti serve subito e se la vuoi immediatamente la paghi quanto voglio io.


Ecco perché aumenta il prezzo del petrolio. A questi problemi economico-finanziari e speculativi, poi, nella nostra cara Italia dai mille balzelli va aggiunta la mancanza di concorrenza reale tra i grandi marchi e, soprattutto, il 65% fra accise, IVA e altre gabelle. Vale a dire che ogni 10 euro di benzina che mettete nella vostra macchinina quasi sette euro sfumano in tasse. Ed è quasi commovente ricordare tutti i balzelli aggiunti progressivamente al costo dei carburanti perché accompagnano amorevolmente la storia d'Italia da più di tre quarti di secolo. Si partì nel lontano 1935 con la prima accisa sulla benzina di 1,90 lire per finanziare la guerra di Abissinia, si continuò con quella di 14 lire per la crisi di Suez nel 1956, con quella di 10 lire per il disastro del Vajont nel 1963, con le 10 lire per far fronte all'alluvione di Firenze nel 1966, con altre 10 lire per il terremoto nel Belice nel 1968, 99 lire per il terremoto del Friuli nel 1976, 75 lire per il terremoto in Irpinia nel 1980, 205 lire per la missione in Libano (1983), 22 lire per la missione in Bosnia nel 1996. Infine, ma questa è storia recente, la penultima accisa (due centesimi) la ritroviamo nel 2003 per raggranellare i fondi necessari al rinnovo del contratto degli autoferrotranvieri. L'ultima accisa è stata decisa nel febbraio 2005 per finanziare il rinnovo del parco macchine delle aziende degli autotrasporti municipalizzati. Ancora oggi, dunque, quando fate benzina pagate qualche centesimo di euro per finanziare la missione in Abissinia del 1935. Visto che in un modo o nell'altro una crisi in nord Africa c'entrava con l'aumento dei carburanti?

giovedì 14 aprile 2011

A modest proposal

Lascia sempre l’amaro in bocca e un senso di tradimento della fiducia nelle istituzioni in cui ormai si crede ormai solo per abitudine l’ennesima impunitas ad populum votata ieri alla Camera. Reductio ad unum si direbbe, in un rigurgito latinista del tutto immotivato eppure fin troppo esplicito. Prescrizione breve, e il processo Mills è già nel dimenticatoio. Prescrizione breve, e migliaia di possibili criminali la faranno franca per salvarne uno. Si affannano adesso i sodali senza vergogna dell’Indifendibile a computare percentuali minime, a rassicurare chi non può essere rassicurato dinanzi all’annullamento del proprio dolore, passato in secondo piano rispetto all’immunità definitiva del Mirifico. Si affanna Iancilino il ministro nell’affermare che la prescrizione breve avrà ricadute solo sullo 0,2% dei 3,2 milioni dei processi penali pendenti. A sentirla così sembra una inezia: dopotutto, a scuola non ci hanno insegnato che zero significa nulla? E lo zero virgola due che sarà mai? (Per inciso, se tocca solo lo 0,2% dei processi perché perdere tutto questo tempo per una legge inutile?) Per sfortuna però chi a scuola ha imparato a calcolare anche le percentuali ha scoperto che la mannaia dell’impunità garantita si abbatterà su 6400 procedimenti riferibili a imputati incensurati. Seimilaquattrocento reati in fumo, 6400 possibili colpevoli per cui sarà automatica l'estinzione del giudizio se avevano commesso i loro reati prima del maggio del 2006, se la pena fosse stata inferiore ai dieci anni e se non si è ancora arrivati al giudizio di primo grado. Il Csm stima addirittura in quindicimila il numero dei reati colpiti dal provvedimento, senza contare che le parti civili dei processi penali cancellati da questa possibile norma non avranno più diritto al risarcimento del danno che invece sarebbe stato comunque garantito con la sola sentenza di condanna di primo grado.


Per ogni incensurato, per ogni reato con pena inferiore ai dieci anni, ricordiamolo, per ogni reato a parte quelli legati ad “allarmi sociali” quali mafia e terrorismo. Reati che comprendono i responsabili per i crolli della casa dello studente a l’Aquila, la strage di Viareggio, i morti per l’amianto alla Fincantieri di Palermo, i colpevoli dei crack della Parmalat e della Cirio, reati di violenza sessuale e anche pedofilia. I reati più odiosi. Assistiamo alla penosa lotteria dei numeri di quei parlamentari che hanno votato una simile assurdità legale i quali, non vergognandosene, rassicurano sul fatto che la prescrizione breve non si applicherà ai disastri dell’Aquila o di Viareggio, o ai morti per asbestosi alla Fincantieri di Palermo. Ma se hanno bocciato l’emendamento in cui si chiedeva di eliminare almeno l’omicidio colposo dalla legge? Invece delle rassicurazioni cabalistiche, allora, che qualcuno spieghi agli italiani attraverso una seria analisi tecnica e giuridica perché le responsabilità dei singoli nei crimini citati prima non rientreranno nella prescrizione breve. Nel testo della legge, infatti, non esistono distinguo di sorta.


Reductio ad unum, l’intera giurisprudenza ai piedi di un singolo e dei suoi complici di legiferazione. Diversamente, quali le ragioni tali da poter giustificare una simile marcia a tappe forzate per l’approvazione di una legge quasi “d’emergenza”? Se non è Mills ditemi di cosa si tratta, allora. Capisco la necessità, anzi, il diritto ad un giusto processo, comprendo il fatto che sia assurdo per una persona che rischia un massimo di dieci anni di carcere essere sotto processo da più di cinque – persona che potrebbe anche essere innocente – capisco la necessità di una riforma della giustizia in maniera tale da renderla più agile e più veloce, l’azione penale certa e via discorrendo. Sono tutte belle parole, ma non può essere questa la logica giusta da seguire. Se i processi sono lenti, la soluzione non può certo risiedere nell’eliminazione a monte dei processi. Che non ce la vengano a raccontare, questa norma ha il solo scopo di salvaguardare ulteriormente gli interessi di Silvio Berlusconi.


E allora ecco una personale modest proposal, provocatoria ma neanche troppo. Vero è che "impunitas semper ad deteriora invitat", ma ...e se si votasse alla Camera e al Senato l’impunità per Silvio Berlusconi? Così, per legge. Una postilla alla Costituzione: “La legge è uguale per tutti, a parte Silvio Berlusconi, e si esercita in nome del popolo italiano…”. Impunità legalizzata: l’Italia non sarebbe diventata il paese degli odiosi salvacondotti, dei furbetti, dei condoni, almeno non avrebbe raggiunto i livelli di questi quindici anni che ci hanno fatto vergognare davanti a tutto il mondo. Se Berlusconi avesse avuto l’impunità per i suoi reati non avrebbe avuto bisogno delle leggi ad personam sfruttate anche da altre persone. Immaginate quanti criminali starebbero ancora nelle patrie galere invece di scorrazzare e ritornare in non pochi casi a delinquere L’impunità per Berlusconi sarebbe stata il male minore e adesso l’Italia sarebbe un posto più sicuro e forse il governo in questo momento potrebbe pensare ad un Paese che sta colando a picco invece di sprecare tutte le sue energie per parare il fondoschiena al suo indifendibile comandante in capo.


mercoledì 13 aprile 2011

Patristica e scienza

Potrebbe sembrare una contraddizione in termini, ma non in Italia. Ah, no. Strano paese il nostro, dove anche uno storico cattolico integralista può assumere la carica di vicepresidente del CNR. Nulla di cui stupirsi, se i dirigenti del CNR hanno nomina politica ed emanano direttamente dal logos insigne dell’illustre Mariastella Gelmini.


Pentitevi pagani, il tempo è giunto!


“Le grandi catastrofi sono una voce paterna della volontà di Dio, che ci richiama al fine ultimo della nostra vita. Se la terra non avesse catastrofi, eserciterebbe su di noi un fascino irresistibile, e non ricorderemmo che siamo cittadini del cielo. In secondo luogo, come osserva l’arcivescovo di Rossano Calabro, le catastrofi sono i giusti castighi di Dio. Alla colpa del peccato originale si aggiungono le nostre colpe personali e quelle collettive, e mentre Dio premia e castiga nell’eternità, è sulla terra che premia o castiga le nazioni”. (qui l’audio originale)


No, non è Tertulliano come potrebbe sembrare dal tono millenaristico ma Roberto De Mattei, vicepresidente del CNR, ai microfoni di Radio Maria nell’anno di grazia 2011. Posizioni aberranti che nemmeno i cattolici più integralisti, al giorno d’oggi, considerano possibili da difendere. Tra l’altro De Mattei chiama in causa le parole di monsignor Orazio Manzella (arcivescovo di Rossano Calabro agli inizi del secolo scorso), come se fossero state pronunciate il giorno prima e non all’interno di una riflessione riguardante il terremoto di Messina del 1908. Sono parole di un secolo fa, concetti che vanno inseriti in un contesto culturale differente ed estremamente lontani dalla sensibilità moderna.


La seconda aberrante uscita si riferisce invece all’impero romano: una simile sciocchezza è difficile da trovare anche negli ambienti più bigotti della ricerca storiografica moderna. Secondo l’opinione di De Mattei infatti, vicepresidente del CNR, l’impero romano così come l’impero cartaginese sarebbe caduto per la presenza degli omosessuali, “vergogna per tutto l’impero, [...] macchia infamante di quella perversione contro natura”. (qui l’audio originale). L’impero cartaginese sarebbe dunque caduto per colpa dei gay e i romani sarebbero stati lo strumento della Provvidenza. Nel frattempo l’impero romano, diventato covo di pervertiti contro natura, sarebbe caduto per mano dei barbari, a loro volta strumento del giudizio divino... Queste le opinioni di De Mattei riprese passo passo da Salviano di Marsiglia, un padre della Chiesa del quinto secolo. Che siano passati più di 1500 anni e secoli di ricerche storiografiche che smentiscono simili sciocchezze a De Mattei non importa.


È bene precisare che in un paese che si definisce libero ed aperto ad ogni opinione come il nostro le esternazioni di De Mattei non possono e non devono essere censurate. Tuttavia, il principio della libertà d’opinione e d’espressione dovrebbe andare di pari passo con l’opportunità dell’espressione, soprattutto se si ricoprono incarichi istituzionali di grande valenza simbolica. Visto che Roberto De Mattei è umanista dovrebbe sapere cosa significa kairos. Non fraintendetemi. De Mattei deve poter avere la possibilità di esprimere le sue opinioni, per quanto una larghissima fetta degli italiani le consideri aberranti: certo non dal suo posto di vicepresidente del CNR. Come si può coniugare un pensiero di carattere rigidamente confessionale e integralista con la vicepresidenza di un ente che in Italia dovrebbe rappresentare la punta di diamante della comunità scientifica? Io credo che difficilmente si possa arrivare ad un compromesso. È come se Francesco Amadori diventasse vicepresidente di un’associazione di vegetariani-vegani, è come se Rocco Siffredi diventasse vicepresidente di un ente che difende i valori della castità. Sono contraddizioni in termini. E la confusione tra pensiero dogmatico e pensiero razionale è davvero l’ultima cosa di cui la nostra malandata e vilipesa ricerca scientifica ha bisogno.