martedì 18 gennaio 2011

Un Paese a puttane

«E in qualche posto, del tutto sconosciuti, ci dovevano pur essere i cervelli che dirigevano tutta la baracca, che coordinavano il lavoro generale, e decidevano la linea politica secondo la quale si rendeva necessario che il tal frammento del passato si conservasse, il tal altro si falsificasse, e il tal altro, infine, fosse cancellato dall'esistenza […]. Esisteva un intero sistema di reparti separati che si occupava di letteratura per i prolet, di musica, di teatro e di ogni altro genere di svago per i prolet. Vi si producevano stupidissimi giornaletti che non trattavano se non di qualche avvenimento sportivo, di cronaca nera e d'astrologia, qualche romanzetto da quattro soldi, certi filmetti pieni di cosce e seni nudi e canzonette sentimentali che venivano composte secondo un procedimento del tutto meccanico, per mezzo d'una sorta di caleidoscopio che si chiamava versificatore. E c'era persino un'intera sottosezione, che in neolingua veniva chiamata Pornosez, interessata solo alla produzione del più basso materiale pornografico, che era spedito fuori dal Ministero, alle sue varie destinazioni, in certi pacchi sigillati il cui contenuto era assolutamente vietato a tutti i membri del Partito, eccettuati, naturalmente, quelli che vi erano ammessi per ragioni connesse con la sua manifattura».

(G. Orwell - 1984)


Meno male che Ruby c’è. Se non ci fosse bisognerebbe inventarla, davvero. Un vuoto doloroso, un silenzio assordante che potrebbe essere colmato – non sia mai – da notizie vere. Scritte da veri giornalisti. Autorizzate da veri caporedattori. Pubblicate da veri giornali. Che non accada ricordare di un intero Paese che va a puttane e non solo del suo patetico Primo ministro, vecchio porco e corruttore di abbronzate minorenni che sembra avvalersi spesso di questo ius copulandi.

Il ricatto vergognoso di Marchionne è passato in sordina. Diritti in cambio di lavoro elemosinato da uno sprezzante sciur padrun con i sindacati normalizzati alle direttive “dell’azienda più italiana di tutte”. La quale, per conservare un sano opportunismo italico, sarebbe fuggita dall’Italia verso nuovi lidi di produzione delocalizzata e profitti massimizzati se solo al referendum di Mirafiori avesse trionfato il no.

E il resto dell’Italia? Ah, l’Italia. La scuola, l'istruzione e la sanità sono state sacrificate definitivamente sull'altare del pressapochismo istituzionale e del livellamento verso il basso. La precarietà e l'iniquità sociale dilaga. Il tasso di disoccupazione è all'8,7%, la disoccupazione giovanile al 28,9% (un giovane su tre non ha lavoro). Aumenta il costo degli alimenti (+5%), l’RC auto (+10-12%), il trasporto pubblico e locale (+25-30%), i carburanti (senza sosta e non si capisce il perché), le tariffe e i servizi bancari. In media, un aggravio di ulteriori 1016 euro a famiglia. Le aziende agricole si fermano ad un impressionante -25% sul reddito del 2009. Oltre 1,1 miliardi di ore di cassa integrazione (+248,8% rispetto all’anno 2009), quasi 600.000 lavoratori coinvolti. Trenta aziende sul territorio nazionale, ogni giorno, chiudono i battenti. Si sono registrati 593 morti sul lavoro (+6,5% rispetto all’anno 2009) e 25.000 infortunati nell’anno 2010.

La stampa e le opposizioni in Parlamento, nel frattempo, condannano inorriditi le gesta erotiche di Silvio e delle sue cortigiane. Mi chiedo quanto il Napoleone di Arcore sarà davvero danneggiato dalla morbosità inquisitoria dei suoi detrattori e quanto, invece, la sua lussuria di anziano puttaniere contribuirà a salvarlo da accuse ben più gravi. Come quella di aver fatto Bunga Bunga alla democrazia e tutti gli italiani.

mercoledì 15 dicembre 2010

Destri presagi


Al pari del Führerbunker. Come il delirio di Hitler in una Berlino in fiamme salutava l'esercito di vecchi e ragazzini che avrebbe dovuto spezzare le reni ai nemici del Reich così oggi, in una Roma sotto assedio, la maggioranza in Parlamento ha festeggiato l'accanimento terapeutico per un cadavere politico. Berlusconi ha vinto, ha vinto ancora una volta. Tre voti di maggioranza ed è tutto da rifare. Calciomercato, campagna acquisti, compravendita, mercato delle vacche alcune delle pittoresche definizioni che hanno caratterizzato la massiccia opera di convincimento usata dal Cavaliere Nero e dai suoi accoliti più destri. Corruzione. Si accusano i transfughi delle opposizioni che hanno votato per la maggioranza di essere stati corrotti al fine di votare la fiducia. Proteste e "accuse rispedite al mittente", querele e controquerele perché nessuno avrebbe dato mazzette per acquistare la fiducia nei confronti di questo governo. Ma quale forma assume oggi la corruzione, quale la sua immagine, quali i colori? La "mazzetta" allungata al burocrate disonesto che ha accompagnato amorevolmente la storia politica del nostro Paese acquista ormai una sfumatura naif che intenerisce, come il buon sapore del pane fatto in casa. Promettere incarichi di governo, alimentare speranze di successione, garantire avanzamenti di carriera politica, gestire favori amministrativi, colmare vuoti, onorare debiti, saldare mutui, pagare puttane sono tutte declinazioni di una sola parola. Con buona pace di "onorevoli" quali Stracquadanio che ricordano come simili spregevoli operazioni non costituiscano reato. Acquistare consensi o "acquistare" consensi? Che bella lingua l'italiano. Tralasciando il trionfo in termini d'immagine - gli italiani continueranno ad amare Berlusconi perché si riconoscono in lui e nel prototipo del furfante italiano che rappresenta - il Presidente del Consiglio incassa una importantissima vittoria tattica mettendo Fini alle corde e con esso il fantomatico Terzo Polo: se non è knock out poco ci manca. Ottenuta la maggioranza assoluta Berlusconi e i suoi seguaci cercheranno inevitabilmente di allargare la base del consenso scompaginando le file delle opposizioni secondo il principio sempre valido del divide et impera e tenteranno di lusingare gli ex alleati e gli scontenti nei modi più fantasiosi, dalle proposte di legge ad hoc (aspettiamoci interessati riavvicinamenti al voto cattolico) fino al trans d'alto bordo. Berlusconi ha vinto ancora una volta.

Berlusconi ha perso. Nel 2008 Il Pdl vinceva la competizione elettorale portando in Parlamento una coalizione solida e una maggioranza granitica (anche per effetto della legge "Porcellum"). Se oggi la destra berlusconiana ha retto allo scontro in Senato perdendo solo sei seggi rispetto al 2008 disastrosa è stata la débâcle alla Camera con ventisei seggi in meno. Tre voti di maggioranza significano un Parlamento ingovernabile, un Paese in preda al caos con le opposizioni che porranno veti strutturali e strumentali: una guerra di logoramento in cui gli unici a perdere davvero saranno gli italiani. Perché l'unico obiettivo che si potrà porre un simile governicchio sarà quello di tenere la barra navigando a vista fino alle elezioni anticipate. Nave sanza nocchiere, ma c'è dell'altro.

La terribile crisi del nostro paese non si percepisce solamente nella contrazione che sta investendo i settori produttivi dell'economia nazionale. È una rabbia cieca che monta, strisciante, che si insinua giorno dopo giorno in ogni strato della società impastata di rinunce quotidiane e illusioni, ingiustizie e repressioni. I black bloc sono la punta di un iceberg che potrebbe far colare a picco la bagnarola Italia. La rabbia senza ideali dei diseredati di ogni colore: il disastro di Roma l'esempio più calzante. E se mi unisco al coro di quanti hanno deprecato gli scontri ciò accade per la stessa ragione che mi porta a condannare il coinvolgimento della popolazione civile in una guerra. Rubare dei libri dalle librerie e strappare quelli di Bruno Vespa (è successo davvero, giuro), bruciare le auto o spaccare le vetrine dei negozi non convincerà mai "il popolo" ad unirsi alla causa, anzi lo renderà refrattario a qualsiasi protesta favorendone la sottomissione. Se si distrugge un'auto quale forma di protesta radicale il proprietario sarà costretto a risparmiare per riparare il danno subito o, peggio ancora, per comprare una nuova auto. Siamo pragmatici, le auto servono. Non quanto questa società ci vorrebbe far credere, ma servono. E se il proprietario della suddetta auto è un operaio, magari monoreddito o in cassa integrazione? in questo caso è chiaro che quell’uomo non seguirà la “prospettiva rivoluzionaria” ma se ne terrà ben lontano cercando la sicurezza. La sicurezza di uno Stato di polizia, ovviamente, lo stesso Stato che promette lavoro facendo imbracciare un fucile a migliaia di disoccupati. Ecco perché le proteste radicali prestano il fianco alle polemiche strumentali, ecco perché soffocano la rabbia di una società invece di alimentarne la forza liberatrice. Non sarà certo un sanpietrino tirato su un lunotto a sovvertire le logiche economiche e le scelte politiche di una società malata che sceglie tra i peggiori i propri rappresentanti.

domenica 5 dicembre 2010

Se la rovina rovina

Luoghi comuni crollano mentre altri, semantici, sono subito costruiti a regola d’arte dal paroliere di turno al potere. Piagnistei per quattro pietre in croce, pensiamo alla gente che tira la cinghia per arrivare alla fine del mese o che muore di fame. Agli alluvionati del Veneto o ai terremotati aquilani. E ai bambini, signora, chi ci pensa ai bambini? Su architetture demagogiche si fonda il festival dell’ovvio mentre frotte di giornalisti dell’era minzoliniana si precipitano post eventum a raccontare di un “crollo annunciato” e di “ferite insanabili per un patrimonio dell’umanità”.

Macerie e non rovine. Questo il destino di una società malata come la nostra, incapace di curare il proprio male perché incapace di riconoscerlo. Macerie di un passato del quale dovremmo essere complici e non infastidita discendenza, macerie di un presente che già si ammonticchia per lasciare posto al più nuovo al più veloce al più interattivo al più scintillante. Macerie provocate, infine, dall’asservimento della cultura italiana alla filologia più trista e al crocianesimo più accademico che indicarono nella ricerca del bello in sé e negli arzigogolii ermeneutici il fine di ogni esperienza artistica. Così suonarono le campane a morto della cultura italiana decretando il distacco definitivo tra “intellettuali” – un concetto che fa rabbrividire – e gente comune. Tra cultura e vita quotidiana. La bellezza salverà il mondo si diceva, in un estremo atto di deferenza che poneva le rovine del passato alla stregua di reliquie da venerare, lontanissime dal mondo e inutili agli occhi di molti. Così, neppure troppo lentamente, un processo di demolizione ontologica trasformò la rovina, immagine stratificata di un passato affidato al tempo e mantenuta per scelta consapevole, in maceria informe pronta a colmare le fondazioni di una cultura superficiale e raffazzonata. Se comprendessimo che la costruzione di una identità forte passa attraverso la conoscenza e l’interiorizzazione del passato avremmo già conquistato un primo obiettivo. E invece no. Alla cultura che rende liberi dal pensiero unico della classe dominante si preferisce il tempo libero, che non impegna e si limita a sospendere la condizione di schiavitù. Così può sembrare normale, addirittura ovvio, che un quotidiano pur prestigioso come il Sole 24 Ore ceda alla tentazione scriteriata di proporre la trasformazione dei siti archeologici nella loro parodia disneyana, con tanto di ricostruzioni e figuranti in costume. Già che ci siamo tiriamo su anche un parcheggio multipiano e un bel centro commerciale con seimila negozi in franchising così non se ne parla più. Soltanto l’incomprensione per l’enorme potenziale rappresentato dalle tracce del passato – vere miniere d’oro – può portare a credere che le rovine siano quattro pietre.

Oggi come ieri, “la cultura non riempie la pancia”. Le quattro pietre in croce, vecchia storia. Solo che adesso è la cosiddetta “intellighenzia” pollitica italiana che fa cultura ad affermare simili castronerie. Senza sentirsi ridicola a sottolineare ciò che agli occhi del buonsenso sembra essere ovvio, cioè la priorità alle persone colpite da disastri naturali o a categorie in difficoltà. O senza riuscire a far entrare nelle zucche da ottusi burocrati che lo sbriciolamento dei beni artistici e le calamità rappresentano entrambe delle priorità che i ministeri pertinenti dovrebbero gestire in maniera autonoma. È confortante leggere dichiarazioni simili sui giornali: «Quanto è accaduto ripropone la necessità di disporre di risorse adeguate per provvedere a quella manutenzione ordinaria che è necessaria per la tutela e la conservazione dell'immenso patrimonio storico artistico di cui disponiamo» salvo poi scoprire che a rilasciarle è stato Sandro Bondi, cantore haiku dell’era berlusconiana nonché ministro dei Beni e delle Attività Culturali. Vale a dire quel ministro, che si immagina competente, che avrebbe dovuto chiedere “risorse adeguate per provvedere a quella manutenzione ordinaria che è necessaria per la tutela e la conservazione dell'immenso patrimonio storico artistico di cui disponiamo”. Non tanto il ministro in persona, perché nessuno sarebbe in grado di conoscere lo stato di ogni singolo bene di interesse artistico, storico e archeologico in Italia quanto quelle “antenne sul territorio” rappresentate dalle sovrintendenze e dagli studiosi che le compongono.

È irrilevante che a Pompei siano crollate le “patacche” in cemento di Mauri, come ricorda l’illustre Carandini, subito male interpretato da giornalisti frettolosi o strumentalizzato dagli adulatori del potere. Carandini ha sì difeso “l’amico Bondi” scagionandolo da ogni colpa ma ha subito precisato che in mancanza di controlli sistematici e di fondi altri crolli, stavolta di monumenti originali, saranno inevitabili. Considerando che per il 2011 il ministro Tremonti distribuirà 53 milioni di euro per la salvaguardia e la manutenzione di tutti i monumenti italiani (solo il restauro del Colosseo ne costerebbe 25!) il vaticinio è presto pronunciato. Senza avere l’arroganza di contraddire un mostro sacro come Carandini sarebbe inoltre necessario rilevare che “l’amico Bondi” avrebbe potuto ascoltare i continui, sistematici allarmi lanciati dagli studiosi campani sulla fragilità di un sito come Pompei e agire in primo luogo con interventi di manutenzione invece di sprecare i soldi per risibili iniziative di marketing o di “valorizzazione mediatica” del sito. Appeal pubblicitario che avrebbe dovuto attirare i visitatori come mosche e che ha allargato la voragine nel disastrato bilancio della sovrintendenza campana. Come se si investissero migliaia di euro per decorare con affreschi preziosissimi le pareti di una casa senza costruirvi un tetto che le protegga. Ma cosa si poteva sperare di ottenere da un manager della protezione civile come Marcello Fiore che viene nominato (ragionevolmente per intercessione della Madonna di Pompei) commissario straordinario per l’area archeologica? Un uomo che sa di archeologia quanto io di uncinetto e che ha destinato solo il 28% del bilancio alla manutenzione ordinaria e straordinaria del sito. E gli edifici crollano. Mentre gli studiosi e i tecnici, che si immaginano competenti e con fior di lauree in tasca, servono ai tavoli dei bar senza più alcuna speranza.

martedì 30 novembre 2010

Il potere si esercita in nome del popolo (americano)

E l’Italia rimase potenza nucleare. Almeno per proprietà transitiva. Il vertice di Lisbona che ha sancito inediti scenari d’alleanze, scudi e scudisci spaziali non ha ritenuto opportuno, invece, decidere sul destino delle circa duecento testate nucleari dormienti che ancora popolano alcuni depositi dell’esercito americano in Europa. “Secret nukes” le definì qualche tempo fa il Times con quell’aggettivo che tradisce una natura pulcinellesca piuttosto che una reale esigenza di segretezza. “Bombe nucleari segrete”: ma segrete per chi? Forse per buona parte degli europei, che ignorano di vivere accanto a strumenti di morte dalla spaventosa potenza di fuoco frutto di accordi sclerotici andati a male come uno yogurt scaduto. Forse per buona parte degli italiani: diversamente, si presume che un folto movimento d’opinione avrebbe cercato di far luce sulla questione e cercato, si presume, di rimandare a casa questi scampoli di guerra fredda che non ci appartengono. Ad oggi il territorio italiano ospita circa novanta testate nucleari americane stoccate tra Aviano in Friuli (circa cinquanta testate) e Ghedi Torre, proprio alle porte di Brescia (circa quaranta). Non stiamo parlando di bombe all'uranio impoverito ma di vere e proprie testate tattiche B-61 con una potenza che va da 45 a 170 kiloton. Tali ordigni, utilizzabili dagli F-16 e dai Tornado, potrebbero essere, almeno in teoria, utilizzati dall’Italia in nome del trattato sul “nuclear sharing” che consentirebbe all’Italia e a tutti i paesi firmatari del trattato di acquisire il controllo delle testate presenti nel suo territorio.

È pur vero che si parla di eventi remoti ed improbabili che potrebbero ragionevolmente non accadere mai. La questione, tuttavia, rimane ancora irrisolta: perché l'italia ospita ancora queste bombe sul proprio territorio? Perché continuiamo a tenere e possedere virtualmente ordigni non convenzionali nonostante il Trattato di non proliferazione nucleare, il quale proibisce agli stati firmatari di procurarsi tali armamenti e agli stati che possiedono tecnologia nucleare bellica di fornirla?

Grecia, Danimarca e Islanda hanno già chiesto e ottenuto di rimandare al mittente le testate nucleari presenti sul loro territorio In Italia no. Anzi. In Italia si ritorna al nucleare per uso civile e si pensa che, in un atto di sottomissione estremo ai salvatori di sessantacinque anni fa, le bombe nucleari di loro pertinenza possano essere tranquillamente parcheggiate nel territorio di uno stato che si spererebbe sovrano. E così, mentre i nostri politici si preoccupano giornalmente della possibile nuclearizzazione dell'Iran sembrano non curarsi della presenza, reale questa, sul territorio italiano di bombe nucleari americane con un potenziale distruttivo totale pari a 900 volte quello di Hiroshima.

sabato 10 luglio 2010

Tuo il regno tua la potenza

Come il Gran Re padrone assoluto della vita e delle terre di sudditi sottomessi crea satrapie per il satrapo fedele. Accade così che il regno italiano, possedimento privato del piccolo re di Arcore, possa sentire improvvisamente la necessità di un ministero inutile apparso tra le nebbie fitte e misteriose del burocratese più ostico. Ministero per la Sussidiarietà e il Decentramento. Difficile comprenderne le funzioni, impossibile giustificarne la presenza al di fuori dell'Italia cesaropapista degli ultimi tempi. Per un partito e un governo che ha eretto la legalità ad personam come principio fondante della propria etica, dunque, non deve essere sembrato troppo immorale assegnare un ministero ad un carissimo sodale del Papi con l’unica, fin troppo scoperta ragione di salvargli il deretano. Aldo Brancher. Il quale, come bambino beccato con le mani nella marmellata è stato costretto ad assumere davanti alla legge e agli italiani la propria responsabilità... Che vergogna.

Ma prima di entrare nel merito della questione credo sia bene dare qualche cenno biografico su questo altrimenti oscuro personaggio. Aldo Brancher, sacerdote paolino spogliato lavora alla Fininvest a partire dal 1982. Dagli abiti talari al doppiopetto il passo è breve: diventato presto assistente di Fedele Confalonieri durante lo scandalo di Mani Pulite viene coinvolto nel giro di corruzione della prima Repubblica. Brancher consegna trecento milioni di lire al Psi e trecento al segretario del ministro De Lorenzo, il mai dimenticato ministro della Sanità che agevolò la Fininvest nell’acquisizione di commesse pubblicitarie statali. Arrestato, Brancher trascorre tre mesi a San Vittore ed è condannato in primo e secondo grado per falso in bilancio e finanziamento illecito. Ovviamente – l’ovvio italiano – per effetto delle leggi ad personam del nostro amato premier Aldo Brancher in Cassazione vede prescritto il secondo reato e depenalizzato il primo. Il suo curriculum giudiziario gli vale, ovviamente, – l’ovvio italiano – uno scranno in Parlamento e un sottosegretariato. Ma l’ex prete non sembra averne mai abbastanza di marmellata: insieme alla moglie, infatti, è coinvolto nella scalata ad Antonveneta da parte della Bpi, lui imputato per appropriazione indebita, la moglie per ricettazione. Nello specifico Aldo Brancher e la moglie Luana Maniezzo sono imputati per quattrocentoventimila euro di appropriazione indebita, incassati tra il dicembre e il novembre del 2003 grazie a plusvalenze su azioni Tim e Autostrade che, secondo l'accusa, vennero manovrate dai vertici della Popolare di Lodi per favorire la coppia. Altri seicentomila euro, per cui è stata contestata la ricettazione, erano divisi in versamenti differenziati: i primi centomila consegnati in contanti da Donato Patrini, collaboratore di Gianpiero Fiorani, presso l'autogrill di San Donato milanese nel 2001; una seconda tranche di centomila euro in contanti consegnata nel 2004 a Lodi nell'ufficio di Fiorani; altri centomila ricevuti a Roma nel gennaio del 2005 dopo la bocciatura del decreto sul risparmio nell'ufficio di Brancher, al ministero del Welfare; infine, altri duecentomila euro consegnati ancora nell'ufficio di Fiorani a Lodi, nel marzo dello stesso anno. Accuse pesanti come macigni, circostanziate e documentate. Ma arriva la furbata: qualcuno decide di confezionare un Ministero inutile, senza portafoglio, e alcune deleghe ectoplasmatiche con l'intento fin troppo scoperto di salvare Brancher dal processo Antonveneta attraverso il legittimo impedimento... Complottismo? No, se il ministro del ministero più inutile che la storia repubblicana ricordi chiede il legittimo impedimento a soli cinque giorni dalla nomina.

Mica scemo.

Una parte della maggioranza ha tuonato sulle polemiche sollevate dalle opposizioni e dai finiani definendole strumentali perché a loro dire la sospensione sarebbe stata di qualche mese. Vero, ma non ci vuole un'aquila per capire che sarebbe stato solo il primo passo, un modo per prendere tempo e Berlusconi ci ha fin troppo abituati a procedimenti di tal genere che di sospensione in sospensione arrivano direttamente alla prescrizione per decorrenza dei termini. Quindi non prendiamoci in giro. E poi Napolitano. Ah, Napolitano! Non è vero, come dice qualcuno, che il presidente della Repubblica aveva le mani legate e non poteva far altro che confermare la nomina di Brancher. La preoccupazione del presidente Napolitano di essere super partes è talmente grande che per timore di mostrare il fianco alle solite polemiche sul suo passato comunista rischia talora, per eccesso di zelo, di pendere dalla parte opposta. Napolitano poteva rispedire al mittente il ministro Brancher e rifiutarsi di nominarlo: in ogni caso non sarebbe stato il primo. Già Scalfaro nel 1994 rimandò a casa un indifendibile Previti e così Ciampi nel 2001 con Maroni, condannato in via definitiva per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale. Carabattole, diciamo la verità, ma Ciampi pensò che per principio un pregiudicato (così la lingua italiana definisce quanti hanno riportato condanne penali) non dovrebbe occupare il posto di Guardasigilli. Con Berlusconi il corso della storia è stato un po’ diverso e Maroni può dare ordini ai pubblici ufficiali oltraggiati nella sua storia politica... Ma non divaghiamo. Dopo le asprissime polemiche sollevate dalle opposizioni Brancher decide di rinunciare al legittimo impedimento e di dimettersi da ministro con una dichiarazione spontanea in cui incredibilmente sovverte lo stato delle cose e riesce quasi a presentarsi vittima di una gogna mediatica e di polemiche strumentali. Rinunciando al legittimo impedimento Brancher ha chiesto il rito abbreviato, una formula che ridurrà di un terzo l'eventuale pena con un processo che si svolgerà a porte chiuse e con prove documentali.

Ma è bene rilevare che le dimissioni di Brancher non sono state un atto di responsabilità presentate nell’interesse del Paese: ancora, che non ci prendano in giro. Quelle dimissioni discendono direttamente dalla dirigenza del partito quale unico atto possibile per evitare una mozione di sfiducia che avrebbe potuto provocare un effetto domino, un rischio troppo alto per continuare sulla strada che avevano intrapreso. La vicenda Brancher ha umiliato per l'ennesima volta le istituzioni repubblicane confermando, se mai ce ne fosse ancora bisogno, che le istituzioni coincidono con le persone che le possiedono. Ghe pensi mi dice Berlusconi, svuotando di ogni oggettività la democrazia e facendone un suo personale dominio, piegando fino allo scricchiolio, con accanimento compulsivo, ogni istituto garantista alla sua bisogna e a quello dei suoi sodali. Ghe pensi mi? Ma che vergogna.

venerdì 2 luglio 2010

L'eroe Marcello

Curiosando tra i lemmi del dizionario Zingarelli si scopre che il termine “sentenza”, oltre ad indicare l’espressione univoca di un concetto può definire anche un parere o un'opinione. Sarebbe perciò ingiusto tacciare di parzialità, partigianeria, marchettismo redivivo o semplice impudenza quella folta schiera di giornalisti che si sono lanciati nelle più aeree acrobazie pur di salvare dalla pubblica gogna certi personaggi, sodali al premier, che la verità documentale avrebbe indicato come indispensabile anello di collegamento tra mafia e potere economico nella Milano da bere di giovane imprenditore dalle grandi aspirazioni. Sentenza? Opinione semmai. Così può accadere l’impensabile, come il Tg1 del sempre ottimo Minzolini (spero sia chiaro il sarcasmo) che titola tranquillamente come seconda notizia dopo aver parlato della morte di Pietro Taricone: “Sette anni a Dell’Utri, pena ridotta in appello; il senatore assolto per la presunta trattativa Stato-mafia” dove si elimina ad arte la parola condanna insistendo invece sull'assoluzione. Oppure che personaggi come Giovanni Toti (qui il video) si esprimano attraverso editoriali infuocati in cui si parla del buon nome delle persone che viene messo in croce da gente come il pentito Spatuzza e da inesistenti trattative tra membri dello Stato e la mafia.

E la notizia non esiste più. Riportata in questi termini, risolta, minimizzata, banalizzata e masticata, smontata e ridicolizzata l’inquietante verità documentale viene immediatamente sommersa dalla pluralità delle voci del padrone. E ricordiamola, allora, questa verità che rischia di passare in secondo piano. La sentenza di secondo grado della Corte d'appello di Palermo conferma e condanna, quindi ritiene colpevole Marcello Dell’Utri di collusione con la mafia. Il capo di imputazione lo afferma con una chiarezza disarmante: Marcello Dell’Utri “ha concorso nelle attività dell'associazione di tipo mafioso denominata "Cosa Nostra", nonché nel perseguimento degli scopi della stessa. Mette a disposizione dell'associazione l'influenza e il potere della sua posizione di esponente del mondo finanziario e imprenditoriale, nonché le relazioni intessute nel corso della sua attività. Partecipa in questo modo al mantenimento, al rafforzamento e all'espansione dell'associazione. Così ad esempio, partecipa personalmente a incontri con esponenti anche di vertice di Cosa Nostra, nel corso dei quali vengono discusse condotte funzionali agli interessi dell'organizzazione. Intrattiene rapporti continuativi con l'associazione per delinquere tramite numerosi esponenti di rilievo del sodalizio criminale, tra i quali Stefano Bontate, Girolamo Teresi, Ignazio Pullarà, Giovanbattista Pullarà, Vittorio Mangano, Gaetano Cinà, Giuseppe Di Napoli, Pietro Di Napoli, Raffaele Ganci, Salvatore Riina. Provvede a ricoverare latitanti appartenenti alla detta organizzazione. Pone a disposizione dei suddetti esponenti di Cosa Nostra le conoscenze acquisite presso il sistema economico italiano e siciliano. Rafforza la potenzialità criminale dell'organizzazione in quanto, tra l'altro, determina nei capi di Cosa Nostra la consapevolezza della responsabilità di Dell'Utri a porre in essere (in varie forme e modi, anche mediati) condotte volte a influenzare - a vantaggio dell'associazione - individui operanti nel mondo istituzionale, imprenditoriale e finanziario. Reato commesso in Palermo (luogo di costituzione e centro operativo di Cosa Nostra), Milano e altre località, da epoca imprecisata sino al 28.9.1982". Quello che avete appena letto rappresenta una sorta di collage del capo di imputazione ma se avete tempo e voglia potete leggere la sentenza completa cliccando qui. Sentenza che stabilisce in via definitiva, lo ricordiamo ancora una volta, la colpevolezza di Dell'Utri: i fatti sono già stati confermati e la Cassazione darà solo un giudizio di legittimità sulla sentenza. Per vent'anni, stando alla sentenza della Corte d’appello di Palermo, Marcello Dell'Utri ha mediato gli interessi di Berlusconi con le aspirazioni di Cosa Nostra. Vent'anni, cioè tutto quell'arco di tempo che abbraccia la carriera imprenditoriale di Silvio Berlusconi, il successo nel campo delle costruzioni, le televisioni, le aziende, da Milano 2 fino alla Fininvest, senza soluzione di continuità. Certo sarebbe stato interessante conoscere il parere di Berlusconi su questi fatti ma purtroppo il Cavaliere Nero, come nelle più scontate previsioni, al processo di Palermo si avvalse della facoltà di non rispondere nonostante fosse citato come semplice testimone. Stabilite in via definitiva la presenza di capitale riciclato di origine mafiosa, il ruolo della Banca Rasini e di una serie di società-fantasma con sede a Lugano e in altri paradisi fiscali, lo strano ruolo delle ventisei società fiduciarie che si spartirono le quote di Fininvest, infine la presenza di personaggi mafiosi nel più intimo "entourage" berlusconiano, primo tra tutti lo stalliere eroe Mangano. Al centro di questa corte dei miracoli italiani c'è il ruolo di Marcello Dell'Utri, condannato a sette anni per collusione con la mafia. Ovviamente, come costume italiano, le patrie galere non vedranno mai la faccia del senatore intellettuale cofondatore di Forza Italia perché i reati di cui parla la sentenza della Corte d’appello di Palermo sono già caduti in prescrizione.

Resta il fatto che Dell'Utri ha svolto un importante ruolo di intermediario tra Cosa Nostra e Berlusconi facendo stipulare una sorta di “contratto” tra i due poli della questione: è Dell'Utri a far incontrare Silvio Berlusconi con i mafiosi Stefano Bontate e Mimmo Teresi che lo rassicureranno su un possibile sequestro di persona organizzato ai suoi danni, sarà Dell'Utri a far assumere Vittorio Mangano, il cosiddetto “stalliere” di Arcore per cementare quello che alcuni hanno definito come un “accordo di convivenza con Cosa Nostra”, sarà Dell'Utri che cercherà di capire i mandanti dell'attentato di via Rovani, e sarà Dell'Utri, infine, ad incontrare i capimafia catanesi e Nitto Santapaola, per risolvere il problema degli attentati alla Standa di Catania, che dopo quell'incontro, manco a dirlo, cessarono di colpo.

Marcello Dell’Utri, condannato a sette anni come intermediario tra Cosa Nostra e Berlusconi eppure festeggia. Cosa mai ci sia da festeggiare per una condanna simile è presto detto: in primo luogo, stabilire che la contingenza con la mafia di Dell'Utri termina nel 1992 significa escludere di fatto Forza Italia da questo processo, la quale, come ricorderete, fu fondata nel 1994. La seconda ragione, che viene sottolineata ad usum delphini dal pagliaccesco editoriale di Giovanni Toti di cui sopra, è che la Corte di Palermo ha ritenuto inattendibili il pentito Spatuzza e il figlio di Vito Ciancimino i quali avevano indicato Forza Italia come “interlocutore privilegiato” degli interessi della mafia in Sicilia. Certo dire che i Graviano hanno smentito Spatuzza è come dire che Riina smentisce Provenzano, ma si vede che i giudici palermitani avranno avute le loro ragioni per aver preso una decisione simile.

Perciò capirete quanto ridicolo possa sembrare un editoriale come quello di Toti agli occhi di quanti hanno letto la sentenza di condanna e umiliante per chi tiene ancora in gran conto la professione di giornalista, che si presume debba guardare ai fatti e non al proprio datore di lavoro. E i fatti dimostrano con ragionevole certezza quale squallido ruolo di faccendiere abbia ricoperto il braccio destro di Berlusconi. Dunque i giudici di Palermo non “hanno trovato il modo di condannare Marcello Dell’Utri”, per dirla con Toti, ma hanno giudicato attraverso una mole enorme di fatti una persona che ha mediato tra gli interessi della mafia e quelli di Silvio Berlusconi. Se vogliamo essere buoni, una persona fortemente compromessa.

Fatti.

Il resto, i sommari compiacenti, gli editoriali marchettari, gli articoli zerbineschi, le proscinesi bavose lasciamole ai cortigiani che banchettano alla corte di papa Silvio.

giovedì 1 luglio 2010

L'analfabeta politico

Il peggior analfabeta è l’analfabeta politico.

Egli non sente, non parla né s'importa degli avvenimenti politici.

Egli non sa che il costo della vita, il prezzo dei fagioli, delle scarpe e delle medicine dipendono dalle decisioni politiche.

L'analfabeta politico è così somaro

che s'inorgoglisce e gonfia il petto dicendo che odia la politica.

Non sa, l'imbecille, che dalla sua ignoranza politica nasce la prostituta,

il bambino abbandonato, il rapinatore e il peggiore di tutti i banditi,

che è il politico imbroglione, il mafioso, il corrotto,

il lacché delle imprese nazionali e multinazionali.



B. Brecht