lunedì 8 maggio 2006

Sulle orme dei Greci di seconda mano - seconda parte

30 aprile
Segesta, o dei Greci di seconda mano

Riusciamo a svegliarci ad un orario decoroso e riusciamo anche a non consumare tutta l’acqua calda per le docce. Dopo aver fatto colazione e preparato il nostro pranzo a sacco… Ah, piccola parentesi sul pranzo a sacco. Il sacco è praticamente vuoto: mele, acqua, dei succhi di frutta, qualche brioche. In effetti né la spesa preventiva che abbiamo portato da Catania né la spesa suppletiva di ieri hanno considerato il pranzo di oggi. Beh, poco male, integreremo con qualcos’altro direttamente a Segesta. Imbocchiamo l’autostrada in direzione Trapani: larga, ben tenuta, quasi deserta, colline costellate di vigneti lungo tutto il tragitto – d’altronde, il Duca di Salaparuta è di casa da queste parti. Il paesaggio scorre tranquillamente ai lati mentre io, PhyStyle e Cuzia chiacchieriamo. Non un chiacchiericcio invasivo, un terrore da horror vacui: alterniamo agli scambi di opinione su questi giorni alcuni momenti di silenzio, di quelli che puoi dividere con i tuoi amici senza sentirti a disagio.

Dopo aver imboccato una bretella un cartello ci indica chiaramente la direzione da seguire per l’area archeologica di Segesta. Difatti, poco dopo, vediamo apparire in tutta la sua enigmatica maestosità il tempio che si staglia contro il cielo, incurante dei secoli che gli scorrono attorno. Parcheggiamo senza alcuna difficoltà sullo spiazzo antistante l’ingresso al parco e ci dirigiamo verso la biglietteria. Cippi con il fascio littorio dall’aria destra ci ricordano che il parco fu inaugurato durante il fascismo, e così l’insegna del bar che fa da pendant con il resto, Punto di ristoro. Per motivi bassamente commerciali la biglietteria è posta all’interno di un negozietto che vende pacchianerie turistiche, dai libri sulla Sicilia al posacenere “ricordo di Segesta” al pupo siciliano alto come un bambino di quattro anni. Biglietti! In effetti, in quanto studente di lettere antiche con indirizzo archeologico avrei diritto all’ingresso gratuito, ma avendo dimenticato il libretto a casa (maledizione!) fruisco solo di una riduzione del 50% valida fino ai venticinque anni – riduzione che non sempre è valida per tutti i siti, come avrete modo di vedere per Selinunte.

Saliamo verso la spianata su cui è costruito il tempio. La salita è piuttosto ripida, ma osservo con grande ammirazione frotte di anziani arrampicarsi sui gradini dell’erta, alcuni aiutati da un bastone – dovrei vergognarmi della mia pigrizia! All’improvviso, eccolo. Un’emozione indescrivibile. “È bellissimo, è bellissimo” continuo a biascicare in preda ad un probabile attacco di sindrome di Stendhal. Come se il mio corpo si ricongiungesse allo spirito dei Greci che avevano deciso di fondare in questi luoghi selvaggi la propria apoikia, come se riuscissi ancora ad ascoltare la voce di questi strani Greci che decisero di mescolarsi alle genti puniche. Come se riuscissi per un attimo a penetrare il mistero di questo tempio. Un tempio greco che non è un tempio greco. Emana un fascino particolare, una luce barbara che si discosta dall’armonia e dallo stile tipicamente greci: non fosse altro perché non ha la cella! Anche se studi recenti (nonché la semplice evidenza, come per i gradoni del teichobate) sembrano aver dimostrato con una certa sicurezza che il tempio rimase incompleto io non riesco a convincermene. So che è un atteggiamento poco scientifico dare ascolto alle sensazioni ma talora non posso farne a meno.

Nemmeno il greco più compromesso con le popolazioni locali avrebbe anteposto la costruzione di un teatro a quella del tempio (come sembrerebbe essere accaduto a Segesta). Non ci troviamo di fronte ai Romani, gente pragmatica che costruiva un tempio per tutte le divinità o inventava dei culti ad usum Delphini e al diavolo tutto il resto! Per i Greci la religione non era una pura formalità, rappresentava anzi una parte integrante ed irrinunciabile della propria esistenza. Non dimentichiamo poi una considerazione squisitamente pratica: perché costruire prima l’esterno del tempio, perché mettere in opera le colonne della peristasi prima della cella? Non sarebbe stato molto agevole trasportare i materiali da costruzione passando attraverso gli stretti intercolumni… Forse non riesco ad abbandonare le vecchie – e suggestive – teorie che lo vorrebbero un sacello sacro per un culto greco-punico non meglio identificabile, ma a me questa teoria del tempio incompleto proprio non va giù: non c’è peggior sordo di chi non vuol vedere. Avete capito bene.

Lasciamo la spianata del tempio mentre io e Cuzia ci perdiamo in una tipica discussione dottorale che solo fra umanisti incalliti può avvenire - sterile al punto giusto - su alcuni punti oscuri della storia di Segesta. Decidiamo di pranzare prima di visitare il resto degli scavi e così andiamo ad integrare il nostro sacco al Punto di ristoro. Prezzi da autogrill per focacce, pizze e panini dal sapore di cartone e dal contenuto discutibile: calcoliamo con una punta d’ironia che il costo reale per gli ingredienti della nostra focaccia si aggira intorno ai 30 centesimi di euro. Abbiamo pagato due euro e cinquanta a porzione. Raggiungiamo la collina dell’agorà tramite la navetta per la quale abbiamo dovuto acquistare un biglietto a parte. Si percepisce con chiarezza disarmante lo stato di abbandono degli scavi “in corso” e la precarietà delle coperture che sembrano essere diventate definitive – interessanti le coperture in eternit, materiale vietato per legge da qualche decennio. Ci rendiamo conto che i finanziamenti destinati agli scavi sono stati dirottati altrove e che i blablabla del politico di turno sulle risorse e sui beni culturali da preservare (dovrebbero fischiare le orecchie a Fabio Granata quindi) altro non sono se non l’ennesima mistificazione della parola e il tentativo populista di raccattare voti da chi questi beni probabilmente non visiterà mai. Il servizio navetta è affidato a privati (e non sono del tutto sicuro che ciò sia legale), i cartelloni delle spiegazioni sono in molti casi illeggibili perché rovinati da generazioni e mai più sostituiti, le recinzioni cadenti ed incerte. Solo i restauri sembrano essere stati realizzati ad opera d’arte.

Ci spostiamo al teatro, in cui intervalliamo momenti di serietà professorale con tanto di spiegazioni su tenaglie, grappe, olivelle ed opere a scacchiera, a momenti di schiamazzi e di ilarità pura, provocando gli sguardi accigliati dei turisti tedeschi. Vaghiamo senza meta precisa per l’acropoli, non potendo fare a meno di contemplare un paesaggio davvero incredibile: certo che i Greci sapevano bene dove edificare le proprie città. Scendiamo lentamente lungo il crinale della collina fermandoci di tanto in tanto ad osservare i miseri resti della gloria di Segesta e delle sue alterne vicende: quello che rimane del Castello, la moschea, il quartiere ellenistico, rovine incomprensibili. Migliaia di cocci ovunque: vasi, tegole, ceramica sigillata – il piatto di plastica dell’antichità – segno che la mano del vandalo e del tombarolo è arrivata prima di quella dello studioso lasciando dietro di sé solo minuscoli frammenti senza valore. PhyStyle prende in mano un coccio su cui s’intravedono ancora delle tracce di colore e mi chiede: “Ti rendi conto che ha almeno 2500 anni?”. Sì Phy, me ne rendo conto. Ecco perché non ho scelto Medicina.

30 aprile
Toccata e fuga nella terra dei Salvo
I Salvo, gli esattori della mafia per i deboli di memoria. Dopo l’escursione a Segesta ritorniamo sui nostri passi attraverso strade statali che di statale hanno solo il nome: trazzere di campagna nobilitate presumibilmente durante il famigerato ventennio che in Sicilia fu latore di infrastrutture e di opere di modernizzazione – una fra tutte la ferrovia e la littorina, mezzo di trasporto al quale noi siciliani siamo così affezionati tanto da usarlo tuttora. Certo, il ventennio portò anche una dittatura nonché una guerra nonché un paese devastato nonché qualche milione di morti inutili sulla coscienza, ma se parlate con un vecchietto delle nostre parti non mancherà di rammentare che “si stava meglio quando si stava peggio” perché “con Mussolini si poteva dormire con le porte aperte”. Premesso che la maggior parte della gente poteva dormire con le porte aperte perché i ladri non avrebbero trovato niente da rubare, dobbiamo riconoscere che i metodi cruenti del prefetto Mori qualche risultato lo ottennero. Se non altro quello di mettere tra parentesi il problema, mandando al confino i mafiosi e i loro fiancheggiatori. Lo sbaglio semmai fu quello di considerare la mafia come un fenomeno astratto, non legato al territorio, mentre sappiamo benissimo che arrestato un boss ne è già pronto un altro e che il fenomeno mafioso va combattuto a partire dalle connivenze locali.

Che c’entra direte voi questo lungo preambolo con Salemi? Tutto e niente, dal momento che le mie sono solo pennellate veloci di una realtà che non ho potuto conoscere meglio. La spedizione era stata decisa già la sera prima di fronte ad un bicchierino di amaro, il Monte Polizo, prodotto a Salemi. Di strada da Segesta, ci saremmo fermati a Salemi per far man bassa di bottiglie, vista la produzione quasi artigianale di questo buonissimo amaro. Certo, avevamo giustificato questa tappa anche con la presenza di un castello federiciano – sì sì, Federico di Svevia! – da visitare… Giriamo con la macchina pasticciando un po’ con le indicazioni e ci infiliamo ben presto in affascinanti stradine ciottolose (belle davvero, ma sapete quando si dice strette?), eredità di un impianto medievale che la parte vecchia della città conserva ancora. Non riusciamo a credere che straduzze simili sbuchino da qualche parte, con le loro curve ad angolo che portano evidenti i segni delle fiancate di automobilisti poco avvezzi alle manovre molecolari: chiediamo lumi ad un signore gentilissimo che, sorridendo, ci rassicura sulla direzione da seguire. Che caro alieno.

Arriviamo sulla piazza principale e ci fermiamo: domenica pomeriggio, saranno state le cinque. Scendiamo dalla macchina e percepiamo nuovamente formarsi il gelo intorno a noi. Quella fastidiosa sensazione di essere osservati. Più che una sensazione è una constatazione: tutti, e dico tutti – immigrati compresi – ci guardano con sospetto e diffidenza, spostano il loro sguardo corrucciato dalle auto a noi, dai nostri corpi alle auto. Le targhe Rg colpiscono ancora. La provincia considerata da certi nostri conterranei come babba, e cioè stupida, inetta, incapace di avere un mandamento gestito da uomini d’onore seri e motivati. Ma che vergogna. Ci sentiamo decisamente a disagio, anche perché gli autoctoni continuano a squadrarci dall’alto in basso senza dar segno di avere altra occupazione. Entriamo nell’unico bar aperto. La scena degli sguardi si ripete all’interno: il proprietario si sente in dovere di effettuare un’accurata radiografia su ognuno di noi e di memorizzare le nostre facce fissandoci per un tempo indefinito, il barista e due altri clienti, che prima chiacchieravano, si zittiscono bruscamente al nostro ingresso. Chiediamo dei caffè e chiediamo anche dove possiamo trovare delle bottiglie di amaro. Il barista riprende la discussione con gli altri avventori e, ignorandoci apparentemente, prepara i nostri caffè. Chiediamo nuovamente al barista dove possiamo trovare l'amaro e lui, sfingeo, farfugliando qualcosa come “quante ve ne servono ora vedo quante ce ne sono” scompare nel retro del bar. Ritorna con due delle tre bottiglie richieste e le poggia sul bancone: forse è il suo modo di mostrarsi gentile.

Entrano altri avventori e chiedono dei caffè. Nel frattempo Cuzia, stoicamente votata alla visita del castello chiede “Scusi, il castello è aperto?”: voltandoci le spalle, con il calore di un mammuth incastrato nel permafrost siberiano il barista risponde “No”. Testardi, tentiamo ancora un dialogo: “Possiamo arrivare al castello in macchina?”. Il barista si gira e chiede: “Che macchine avete?”. Mmm. “Una grande e una piccola” – adesso cominciamo ad essere sospettosi pure noi. “Ma che macchine sono?” e allora Cognatina, bruciandoci sul tempo risponde con beata ingenuità: “Una 156 e una Fiesta”. Il barista diventa improvvisamente più loquace. Ci spiega che il castello è chiuso e si visita solo per appuntamento (chiaramente nessuno conosce l’eventuale numero da chiamare) ma che vale la pena di andare a vedere comunque, magari c’è qualcuno dei volontari che lo sta facendo visitare proprio in quel momento: “Prendete quella salita e andate su fino in cima, poi parcheggiate le macchine e continuate a piedi”. A completare la trasformazione crisalidea il barista fa comparire da un cassetto chiuso a chiave la terza bottiglia di amaro e ci chiede una cifra che sembra buttata lì a caso, dieci euro a bottiglia. Paghiamo, ringraziamo e usciamo. Il proprietario del bar ci segue da lontano con gli occhi, la gente sulla piazza ritorna a fissarci. Decidiamo di andare via, altro che castello federiciano. Che bel posto Salemi, peccato che la gente sia così… Così. I luoghi comuni saranno pure odiosi, ma caspita, non si può dire che c’impegniamo molto per sfatarli.


30 aprile
In morte del Risorgimento
Lasciata Salemi anzitempo, ci dirigiamo verso il Pianto Romano, l’ossario mausoleo che ricorda i caduti della battaglia di Calatafimi e i soldati garibaldini periti nell’impresa. Saliamo verso l’ossario per una tortuosa strada provinciale che il mondo sembra aver dimenticato: buche ovunque, protezioni risibili, guard-rail d’anteguerra, inquietanti cartelli "Attenzione mine". Arriviamo all’ossario e subito ci assale un profondo senso di mestizia. Quegli uomini ormai ridotti ad un mucchio di polvere erano morti per noi, erano morti per liberare la nostra terra dal giogo borbonico – per sostituirlo con il giogo sabaudo, ma loro non lo sapevano ancora. Un monumento triste, che dovrebbe ricordare una delle imprese più illustri e coraggiose del Risorgimento italiano…

La porta d’ingresso era chiusa, una spessa coltre di sporcizia ricopriva il pavimento, il libro su cui lasciare la propria firma giaceva aperto su un tavolo polveroso. Chissà da quanto tempo è chiuso. Forse nemmeno le scuole ci portano. Prendiamo coscienza di avere una memoria storica corta, di essere degli ingrati e dei traditori: per noi il Risorgimento è ormai solo una tappa della storia d’Italia, quei giorni grandiosi e terribili non sono altro che un evento sbiadito dal tempo per il quale non proviamo più alcun sentimento. O forse è solo il destino di ogni evento storico. Con un groppo alla gola mi rendo conto che la stessa cosa accadrà quando l’ultimo partigiano o l’ultimo deportato di Auschwitz sarà morto. Ritorniamo alle auto con uno malinconico senso di rispetto per quegli uomini e per la loro sorte.

[2. continua]

venerdì 5 maggio 2006

Sulle orme dei Greci di seconda mano - ultima parte

1 maggio

La carne di Andrea
Reduci da una serata davanti al camino ci svegliamo con un persistente odore di fumo che ristagna in salotto. Fortuna che c’è con noi l’Ariana, donna dai teutonici costumi che di buon mattino provvede ad aprire tutte le finestre generando nella zona giorno della casa una piacevole atmosfera artica. Primo maggio, ultimo giorno al Plumbago. Si ritiene necessaria una mastodontica grigliata che concluda degnamente la nostra gitarella: io, Cuzia e l’Ariana decidiamo di andare alla ricerca di un macellaio e di un panificio aperti in quel di Castelvetrano. Più facile trovare una pelle di yak stesa al sole ad asciugare. Tutto chiuso. Beh, è chiaro: il Primo Maggio dovrebbe essere la festa dei lavoratori e quindi, come minimo, i lavoratori non dovrebbero lavorare. Ma vista la nostra sbadataggine (riecheggiano le parole materne “potevi pensarci prima!”) speriamo in qualche pizzicagnolo stacanovista che abbia deciso di votare la propria vita al riempimento degli stomaci altrui.

Girando per la città semivuota ci rendiamo conto che tutto sommato Castelvetrano è un luogo carino, con le sue chiese, i palazzetti nobiliari, la porta urbica di lontana ascendenza medievale. Attraversiamo la città constatando che gli unici “esercizi commerciali” in funzione sono le motoape che vendono carciofi e patate. Mesta grigliata vegetariana? L’ultima nostra speranza si infrange sulla saracinesca abbassata de “La carne di Andrea”, macelleria dalla ragione sociale lievemente sinistra. Quando ogni cosa sembra decisa tuttavia notiamo con la coda dell’occhio un negozio di alimentari aperto sulla quale vetrina campeggia a bella vista una mucca pezzata parlante: “Mangiami senza timore!”. Mucca pazza. Sono indietro di una psicosi, da queste parti l’influenza aviaria presumibilmente non è ancora arrivata (per inciso, domanda da dietrologo: secondo voi quanto hanno pagato gli avicultori per far zittire i media?). L’alimentari funge anche da macelleria: ce l’abbiamo fatta.

Mentre osserviamo i tagli a disposizione il macellaio, un uomo dalla faccia simpatica e della maglietta sporca di chiazze di sudore equine – meglio non essere troppo schizzinosi – mi chiede qualcosa. Più difficile capire cosa. Il macellaio ripete la domanda e mi guarda sorridendo. Ops. Non sembra ostile, ma continuo a non capirlo. Eppure parliamo più o meno la stessa lingua, o dialetto per i più pignoli. Per fortuna le ragazze, visto che alla terza ripetizione non avevo ancora compreso la domanda, con intuito tutto femminile riescono a captarne il senso e ad interagire con l’autoctono. Nel frattempo, sperando di avere una migliore comprensione linguistica chiedo ad un ragazzo che attende il proprio turno dove poter trovare del pane. Con una precisione cartografica e grande disponibilità mi illustra il percorso da seguire per trovare un panificio aperto – che purtroppo si rivelerà chiuso. Ringraziamo, paghiamo e usciamo. La nostra grigliata è salva, il pane lo compreremo a Marinella. Selinunte, arriviamo.

1 maggio
Vi odio tutti

Prima di arrivare allo scavo facciamo una piccola deviazione sulla vergogna di Marinella, un insieme di costruzioni abusive costruite direttamente sugli scavi che il tempo e i condoni degli amici degli amici hanno presumibilmente fatto diventare legali. Troviamo un panificio aperto grazie anche alle laconiche indicazioni di un signore. “Pane?” e ci indica con il braccio la porta d’ingresso. Come se dovessero pagare le parole, come se anche una semplice indicazione potesse comprometterli irrimediabilmente – dev’essere un incubo dover vivere così. Comprato il pane ci dirigiamo verso l’area archeologica (consiglio gratuito, se vi trovate da queste parti comprate le cigas con i semi di sesamo, dei biscotti eccezionali da intingere nel Fragolino). Parcheggiamo e troviamo l’immancabile biglietteria occultata all’interno del negozio di cianfrusaglie pacchiane. Discussione con la bigliettaia: Cuzia, pur essendo la più accreditata per entrare gratis (una laurea in Lettere Classiche penso dovrebbe bastare) è costretta a pagare l’intero biglietto, mentre Lellina entra gratis a buon diritto, in quanto studentessa d’archeologia. Cognatina e l’Ariana riescono a convincere la bigliettaia che studenti di Lingue o di Scienze della Comunicazione hanno diritto ad entrare gratis se hanno nel proprio curriculum universitario una materia che riguarda lontanamente la storia. A nulla valgono le nostre piccate rimostranze o il sarcasmo di un “Ma se non sai leggere!” rivolto alla povera Cognatina, bersaglio preferito dei nostri motteggi – difesa d’ufficio, ma concordo con PhyStyle. C’è qualcosa d’ingiusto nella legislazione specifica se si consente a persone non qualificate un ingresso gratuito mentre altre che ne avrebbero tutto il diritto devono pagare per intero – con tutto il rispetto, Cognatina e l'Ariana saranno pure qualificate nei loro campi ma di archeologia non ne capiscono una mazza.

Arriva il mio turno. Avendo lasciato il libretto a casa non posso dimostrare che studio archeologia, ma attendo almeno la riduzione del 50% come è accaduto a Segesta. Leggo tuttavia un cartello sibillino: dai 18 ai 25 anni ingresso 3€, dai 25 ai 65 6€. Bene. La bigliettaia mi fa presente che la riduzione vale solo fino ai ventiquattro anni e quando le spiego che a Segesta mi hanno fatto pagare il biglietto ridotto mi fornisce una giustificazione poco plausibile: “Che c’entra, a Segesta c’è quasi una gestione familiare”. Ah, ecco. Chissà quale famiglia a Selinunte gestisce il sito… La tipa mi assicura che provvederà immediatamente a correggere il cartello e stacca il biglietto. Sbatto la moneta da un euro sul bancone, aggiungo un biglietto da cinque e sbraito “Vi odio tutti”, reazione inconsulta che provoca il sorrisino imbarazzato della bigliettaia.

Entriamo all’interno dell’area e subito un signore ci avvicina illustrandoci un servizio navetta che definire furto è solo una delicatezza linguistica – e anche in questo caso non sono del tutto sicuro che una simile presenza all’interno del parco sia legale. L’omino propone un giro comodamente seduti blablabla mentre illustra blablabla parco archeologico più grande d’Europa blabla e ancora bla… Prezzo del giro completo: quindici euro. Forse questo prezzo va bene per il tedesco di turno che notoriamente è la vittima preferita dei truffatori, ma io non ho intenzione di spendere un euro di più in questo luogo. Solitamente non sono taccagno: avrei pagato a cuor leggero il biglietto completo se i miei soldi fossero serviti a mantenere il sito in buone condizioni. Selinunte sarà pure uno dei parchi archeologici più grandi d’Europa, ma è doloroso guardare in che condizioni versa. Ci saranno due o tre cartelli esplicativi in tutto il parco: noi riusciamo a districarci tra le rovine grazie all’ottima guida archeologica di Torelli e Coarelli sulla Sicilia. Ma gli altri? Non parliamo poi delle erbacce. Proliferano ovunque, in alcuni tratti riusciamo a malapena a distinguere le vestigia perché coperte da gramigna e fiori di campo, altre volte dobbiamo aprire noi un varco tra la folta vegetazione – mi sento come gli archeologi che scoprirono le rovine di Teotihuacan aprendosi la strada a colpi di machete. Mi chiedo come mai chi di dovere, invece di essere tanto scrupoloso sulle carte d’identità dei visitatori all’ingresso, non faccia alcuna segnalazione alla Sovrintendenza. Non è solo un puntiglio il mio, considerate che in alcuni casi le erbacce intaccano direttamente i reperti rovinandoli irrimediabilmente. Un’incuria imperdonabile.

Al di là dello stato pietoso delle rovine, al di là della discutibile operazione di anastilosi che ha interessato il tempio E, al di là della cantonata pazzesca che ho preso su questo tempio – non è uno pseudo-diptero, ma come ho potuto sbagliare in maniera così grossolana? – Selinunte è davvero affascinante. Mi lascio trasportare dalla fantasia. Penso a questa città posta di fronte al mare, alla miriade di botteguzze dei quartieri commerciali, ai cartaginesi che facevano affari coi locali, alle strade larghe e al loro impianto regolare. Penso alle maestose mura costruite con l’orgogliosa certezza di essere imprendibili, alla spianata dei templi e al meraviglioso colpo d’occhio per chi proveniva dal mare, al santuario di Demetra Malophoros e alle statuette fittili che i devoti dedicavano con fervore e speranza, alla via sacra e alle processioni trionfali… Ed infine penso al profondo senso di timore reverenziale che l’enorme tempio G, l’Olympieion, doveva provocare nei selinuntini. Fuori misura, gigantesco. Già adesso, arrampicandomi tra le rovine del tempio e dei suoi rocchi abbattuti (ok, nemmeno questo è legale), mi sento schiacciato dalla sua maestosità, mi sento una microscopica nullità che cerca di competere ridicolmente con la sua grandezza. Non stupisce che la gente abbia potuto credere nell’esistenza di Zeus se un edificio costruito dall’uomo osava sfidare il cielo.

Camminiamo in lungo e in largo per il parco soffermandoci di tanto in tanto a confrontare le informazioni che ci fornisce il testo con le rovine di fronte a noi e notiamo che cominciano a registrarsi alcune defezioni: Fratello e Cognatina si appartano e si allontanano piuttosto spesso facendo intuire al resto del gruppo di avere un po’ le scatole piene di tutte ‘ste muraglie di pietre e anche l’Ariana arranca sotto un sole proibitivo – alla fine del giorno verremo infatti scambiati per aragoste da più di un pescatore di frodo. Decidiamo di tornare alle nostre auto e di lasciare Selinunte. Prima di uscire definitivamente dal parco rivolgo un ultimo sguardo ai templi e penso come sarebbe una notte passata tra le rovine. Forse riuscirei per un attimo, fosse anche per un attimo, a sentirmi parte di un tutto, a sentirmi padrone legittimo della mia terra e di una pagina di storia tra le più belle che siano mai state scritte dalla mano dell’uomo.

1 maggio
Chiacchierate sorprendenti
Come spesso accade tra di noi, la grigliata si trasforma in un sontuoso banchetto pantagruelico che ci vede tutti impegnati a consumare l’enorme quantitativo di carne acquistata. Complimenti al macellaio: il taglio è buono, la carne tenera e saporita. Qualcuno avanza l’ipotesi che possa essere carne umana… Beh, i precedenti ci sono – la carne di Andrea! Scherzi a parte, anch’io mi trovo impegnato nel non facile compito di mantenere la fama della mia fame: non avevo considerato però la consistenza del pane nero di Castelvetrano. Ottimo pane, ancorché pesante da digerire: come se la pasta necessaria per sfornare tre forme di questo pane fosse stata pressata da un rullo compressore e dunque infornata. Il pane, dopo essere entrato all’interno del corpo, decide di prendere vita propria e di espandersi fino ad occupare tutto lo spazio disponibile. Ma tant’è. Spazzoliamo quasi tutto, ed è solo l’ultimo briciolo di decenza che c’impone di fermarci e di conservare il resto.

Dopo aver ripulito intorno ci ritroviamo in salotto ad assaporare le ultime ore al Plumbago. Decidiamo di chiamare tra di noi il padrone di casa anche per regolare la questione del pagamento. Pur rifiutando di saldare il conto prima del tempo il signor Matteo accetta di stare un po’ tra noi e di chiacchierare. Scopriamo con grande piacere un uomo dalla dialettica vivace che si trova sulla nostra stessa lunghezza d’onda e che sente con dolore le contraddizioni della nostra terra. Castelvetrano e la sua fama sinistra, nuovi boss e vecchie idee, politica e affarismo, Cuffaro e le collusioni, impegno sociale ed indifferenza – quando non diffidenza – generale, il mio programmino in radio e un indegno paragone con Peppino Impastato… Eppure sembra ottimista. Incredibilmente quell’uomo sembra essere più ottimista di noi, sembra conservare nell’anima una speranza che, almeno in me, esiste ormai quasi a livello di utopia. “Devo essere più ottimista di voi”, dice.

2 maggio
Andiamo a visitare Giallonardo?
Decidiamo di premiare la gentilezza e la disponibilità del signor Matteo dando una ripulita all’appartamento – ci sono fotografie di PhyStyle che sta di corvèe in bagno ma temo che non le potrò pubblicare... Carichiamo le auto, saldiamo il debito e scattiamo una fotografia di gruppo con il signor Matteo. Lo salutiamo affettuosamente lasciandolo con la promessa di ritornare. E torneremo sicuramente. Ciao Plumbago, nostra culla e dimora per questi tre giorni nella bella, sconosciuta, diffidente Sicilia occidentale, ci mancherai.

Ritorniamo sui nostri passi. Il tempo è migliore dell’andata, ma adesso siamo costretti ad andare dietro ai camion che intasano la famigerata SS 115. Non sapendo come trascorrere il tempo tra chiacchiere, musica ed impressioni sul viaggio, ridicolizziamo i cartelli stradali e le insegne pubblicitarie. Un’occupazione che ci aveva tenuti svegli anche in un altro viaggio, questo più folle e picaresco, che ci aveva condotti fino a Nizza a bordo della Punto di PhyStyle e della “mia” inossidabile Fiesta. Mancavano mio fratello e Cognatina, sostituiti dai Mandarini e da Stefano Topgun. In macchina con il Mandarino minor e Stefano Topgun… Piccola parentesi su Stefano. Personaggio kafkiano che s’è fatto quasi 6.000 chilometri con un unico paio di infradito, che ha dormito per la maggior parte del viaggio in un comodissimo fortino da lui approntato sul sedile posteriore della Fiesta con i materassini e i sacchi a pelo… In macchina con questi elementi atipici, trascorrevamo il tempo parlando di donne (tipica discussione da single di lungo percorso), cantando, ridendo di fregnacce e facendo a gara a chi trovasse lungo la strada il nome di cittadina, paese, esercizio commerciale più assurdo. Credo che la palma d’oro fosse spettata ad un paesino del Salernitano. Buonabitacolo. Discutevamo anche di argomenti seri, ma non sto qui ad annoiarvi ulteriormente. Già bastano questi post lunghissimi che probabilmente nessuno leggerà mai per intero.

Tornando al viaggio di ritorno da Castelvetrano, possiamo dire che questa occupazione ci ha distolto in alcuni casi da una noia mortale. Giallonardo il vincitore tra i luoghi, e il mitico, immarcescibile Market Ingross per gli esercizi commerciali. Market Ingross, come se noi stessimo viaggiando su una macchin. Arriviamo a Catania e rimaniamo imbottigliati nel traffico per quasi mezz’ora. Riusciamo a raggiungere la nostra postazione di partenza e decidiamo di consumare un’ultimo pranzo tutti insieme prima di tornare alle nostre occupazioni individuali. Siamo stati di nuovo incastrati dalla consuetudine e dalla quotidianità. Maledizione.

A mo’ di epilogo
Un viaggio con gli amici più cari. Un’esperienza che va condivisa prima che sia troppo tardi. Non importa se i soldi sono pochi, se si sta insieme un giorno o un mese, se si ha la fortuna di trovare il Plumbago o la sfortuna di dormire in tenda con una radice conficcata tra la terza e la quarta costola. Non importa se i posti a sedere in seconda del treno hanno la stessa comodità di un cactus, o se le auto sono delle utilitarie requisite alla sonnacchiosa vita cittadina. Non importa se andate avanti a panini o se il vostro fornello da campo ha bisogno di tre quarti d’ora per far bollire l’acqua della pasta. Non importa se i bagni del campeggio fanno rimpiangere le latrine di un accampamento militare o se le docce non hanno acqua calda. Non importa quanto siate stracciati, sporchi, dimessi, arrabattati, arruffati, non importa se la gente vi guarda come se foste appena sbarcati ad Ellis Island.

I vostri amici sono una delle cose più care che possiate serbare nel cuore. State insieme a loro, parlate con loro, litigate con loro, fatevi una canna, ubriacatevi insieme, andateci a letto magari, dividete esperienze, segreti, emozioni. Prima che il tempo, il lavoro, gli affetti, la famiglia vi allontanino da loro, prima che un giorno possiate incontrarvi e parlare di doppi infissi, di mutui da pagare, di colleghi molesti, di scatti sulla busta paga e di acidità di stomaco. Arriverà questo momento, credetemi. E allora rimpiangeremo con tutta la nostra anima di non poter tornare indietro e di non poter più fare seimila chilometri con un’auto scassata solo perché ci andava di farlo, di non poterci raccogliere intorno ad un fuoco estivo con una chitarra, dei bonghetti, vino, fumo e tanta incertezza per il futuro, di non poter più raccattare quattro vestiti in uno zaino e partire. Non tanto alla ricerca di un luogo ma di una meta. Per crescere insieme, per diventare uomini e donne insieme. Per la stessa ragione del viaggio, viaggiare.

Sulle orme dei Greci di seconda mano - prima parte

Più che un post, questa che leggerete di seguito è la cronaca semiseria dei quattro giorni e mezzo di vacanza di un gruppo di amici che si sono trovati, per sorte o caso, dalle parti di Castelvetrano a trascorrere il ponte del Primo Maggio.

28 aprile
Prologo e pinguini

Devo tornare a Modica. Dopo aver assistito alla laurea dell’Apostolo (tesi sulle dinamiche del potere in Foucault) devo abbandonare questa città caotica e ritornare a casa. Imperativo categorico è sequestrare la veneranda Fiesta grigio polvere di mia madre, diciassette anni per 159.700 gloriosi chilometri all’attivo per poi ritornare a Catania e recuperare il resto della brigata. Destinazione: Sicilia occidentale. Un grand tour bonsai di tre giorni che porterà un gruppuscolo variamente assortito in quel di Selinunte e Segesta, sulle orme dei Greci di seconda mano – sarcastica definizione di Phystyle che ho sottoscritto in pieno.

Piccolo dettaglio: avevo dimenticato dello sciopero degli autobus. Oggi. Ops. Subito dopo pranzo mi avvio verso la fermata della metropolitana aspettando stoicamente una delle corse che nella fascia protetta dovrebbe assicurare il collegamento con la stazione. Dopo aver atteso un quarto d’ora circa eccola arrancare, la metro di Catania, con un conduttore palesemente incazzato per la malasorte di una precettazione che ha indicato proprio lui come vittima sacrificale. Una volta arrivato compro un biglietto per il mio autobus e scopro poco dopo che la cosiddetta fascia protetta è protetta sì, ma a discrezione dell’autista. Non esiste cioè un orario in cui il servizio è garantito: è l’autista di turno a decidere se essere un krumiro o no. L’unica cosa che posso fare è aspettare alla stazione degli autobus fino alle 21.30 nella speranza che qualche stacanovista abbia ignorato lo sciopero. Ops.

Ho già speso quasi sette euro e non so se potrò tornare a casa prima di sera. Ma io devo tornare, a tutti i costi. Dopo aver fatto un po’ di calcoli mi rendo conto che l’unica terrificante alternativa possibile è il treno. Che significa non meno di quattro ore di viaggio massacrante su treni e linee d’avanguardia – se fossimo all’inizio del secolo scorso, chiaramente. Mi guardo un po’ intorno e decido di agire in parziale malafede: comincio a chiedere se qualcuno ha bisogno di un biglietto per Modica. Che bastardo che sono. Intravedo in lontananza un folto gruppo di pinguini. Che succede? Il disgelo, non ci sono più le mezze stagioni? No, sono delle suore. Mmm. Sarebbe come prendere a cannonate la Croce Rossa, però…

Ok, l’ho fatto. Con fare da imbonitore ho rifilato il mio biglietto ad una delle suore – facendole addirittura un piccolo sconto sul prezzo! – e mi sono diretto verso la temuta biglietteria Fs. Quasi nove euro: Catania – Siracusa – Modica, partenza 16.53, attesa di un’ora e mezzo a Siracusa, arrivo ore 22. Ops. Lode alle infrastrutture siciliane e ai nostri feudatari: attraverseremo lo Stretto di Messina in undici minuti ma oggi ad un treno occorrono cinque ore per percorrere cento schifosi chilometri. Ma tant’è. Non sapendo come ingannare il tempo – ho Bukowski in tasca, ma va gustato a piccoli sorsi, come il rum –, mi avvicino con fare da etologo ad uno di quei tassisti abusivi che truffa con prezzi vergognosi i malcapitati che decidono di fidarsi di lui. Infatti “Macchina, giovane?” mi chiede non appena giunto a tiro. “No grazie, troppo caro” rispondo. “Dove devi andare? Oggi c’è sciopero!” insiste. Mi propone un prezzo forfettario per cento chilometri. 130 euro. Gli propongo gentilmente di andare affanculo – scusate il francesismo – e, ignorando i suoi “ne possiamo parlare”, siedo sulla panchina del mio binario a sorseggiare Bukowski.

Dopo un po’ siede accanto a me una vecchietta dismessa e malacconcia. Capelli corti, bianchi, faccia dura, un passo lievemente strascicato. Non ha altra casa se non la stazione. Clochard mi pare si dica nel linguaggio ridicolo dei politically correct. Non dice nulla, non chiede nulla. Osserva il mondo che le scorre accanto come se fosse una realtà estranea, ormai, alla sua vita. Ad un certo punto, inspiegabilmente, comincia a dondolarsi e a ripetere, come una lugubre litania, “quant’è brutta ‘a vita”. Sempre la stessa frase. Per almeno mezz’ora. Non so cosa fare: la osservo di sottecchi, abbozzo un idiota si-sente-bene? che rimane senza risposta ed infine trovo il coraggio di guardarla negli occhi. Il suo sguardo è perso nel vuoto: è come se io non esistessi, è come se l’intera stazione non esistesse. Come se stesse rivivendo per l’ennesima volta un copione logoro e terribile. Mi rendo conto improvvisamente di essere fortunato… Il treno arriva e mi salva da quella malinconica disperazione. Il treno. Oddio, le suore. Anche i pinguini hanno optato per questa soluzione e svolazzano per gli scompartimenti alla ricerca di un posto libero. La suora a cui avevo venduto il biglietto mi riconosce e m’inchioda sulle traversine con uno sguardo che trasuda odio e vendetta... Sarà un viaggio di ritorno molto lungo.

29 aprile
Per la stessa ragione del viaggio

Svegli di buon’ora, io e mio fratello – proprietario dell’altra auto che parteciperà al mini tour ci rechiamo a Catania dove ci attendono gli altri. La Cognatina, PhyStyle e Lellina Cicciofila, Cuzia e Laura Palm. – gente che avrete ormai imparato a conoscere se passate spesso da queste parti. Forti della nostra adolescenza sprecata a giocare a Tetris cerchiamo di incastrare i bagagli in maniera tale da ottimizzare lo spazio, ma vista l’impossibilità ci limitiamo ad ammassare senza alcuna logica i bagagli e le derrate acquistate per far fronte a tre giorni di famelica ingordigia. Siamo pronti per partire. Destinazione: Castelvetrano. Che sarebbe come fare le vacanze a Corleone, visti gli ultimi sviluppi di cronaca. Scherziamo sulla possibilità che nella casa-vacanze che abbiamo affittato si nasconda Matteo Messina Denaro, uno dei più accreditati successori di Provenzano. Magari un bunker sotterraneo, magari un armadio che nasconde un ascensore, magari un’intercapedine nei muri, magari vedremo delle tracce di sangue che terminano inquietantemente su una botola, magari sarà proprio Messina Denaro a fare gli onori di casa – cosa volete che faccia un uomo d’onore? Le congetture si fanno sempre più fantasiose ed improbabili: forse è l’eccitazione per il viaggio, forse solo uno dei modi per esorcizzare la fama un tantino sinistra di quei luoghi.

Partiamo. In macchina carico PhyStyle che assume volontariamente il ruolo di navigatore e trascino con noi Laura Palm. (detta anche l’Ariana) che ci tiene compagnia con le sue divertenti incursioni da tedesca d’adozione. Cover punk a palla lungo la Catania – Palermo (“every night in my dream, I see you, I fill you”), dove ci coglie un acquazzone degno del migliore Fantozzi. Non poteva mancare la nuvoletta da impiegato che ci accompagnerà amorevolmente fino alla fine del viaggio d’andata! Facciamo una piccola sosta a Sacchitello, uno dei tre autogrill della scalcagnata Catania-Palermo – ma la mafia con tutti i sub-appalti che deve aver arraffato per questa autostrada non poteva far costruire qualche altra stazione di servizio lungo il tragitto? Più che un autogrill la classica oasi nel deserto in cui tutti sono costretti a fermarsi causa carburante-caffè-vescica. Un caposaldo delle nostre scorrazzate notturne, quando ci si guarda negli occhi e con fare complice si mormora solo nord? sud? ovest? e si sceglie un luogo in cui andare. La magia di Castelmola e le sue stradine silenziose. Siracusa la nobile che dorme nella sua elegante decadenza. Buccheri e Buscemi. Caltagirone e la sua nebbia. Il rifugio Sapienza e una vista mozzafiato della piana di Catania che solo la notte pazzamente trascorsa in quei luoghi può regalare. Le stelle dello Stabilimento Bruciato. Il castello di Donnafugata e Pedalino (cazzo andiamo a fare a Pedalino?). Enna e il suo fascino di città arroccata. Aidone con il suo cimitero e la fabbrica di ascensori in mezzo al nulla. Oppure Sacchitello, autogrill al centro della Sicilia. Perché non è importante la meta che si decide di raggiungere quanto invece il viaggio. Camminare insieme lungo una strada sconosciuta, scoprirsi più amici dentro una macchina scassata ridendo di cazzatelle e cantando a squarciagola le proprie canzoni, punzecchiarsi reciprocamente senza timore di essere volgari o irriverenti, giocare con il tempo che rema contro, consapevoli di vivere momenti irripetibili della propria vita e consapevoli di viverli insieme a chi si vuole bene.

Abbandoniamo l’autostrada all’altezza di Caltanissetta e ci avventuriamo attraverso le insidie delle strade statali senza che la nostra nuvoletta ci abbandoni. Dopo un lungo pezzo di strada percorso a velocità ridotta si affaccia alla nostra destra la Valle dei Templi con tutto lo scempio dell’abusivismo edilizio e dei restauri improbabili che fanno soffrire l’anima di un cultore della classicità (i mattoni rossi che integrano le colonne cadute o non ultimo il trompe-l’oeil che copre il ponteggio del Tempio della Concordia in restauro). Continuiamo in direzione Porto Empedocle entrando nella trafficatissima SS 115 che, giusto per rinnovare la lode alle nostre infrastrutture di cui sopra, decide di stirare il proprio percorso dentro diverse città con tanto di semafori e caos cittadino rendendo il viaggio ancora più lungo e snervante. Nuova sosta dalle parti di Ribera in una stazione di servizio in cui mi sento osservato con una certa insistenza da gestori e clienti – il fascino di una barba mesopotamica? – e poi unica tirata fino a Castelvetrano, nelle cui campagne ci attende il Plumbago, la casa-vacanze che abbiamo affittato per questi tre giorni. Ci accoglie il padrone di casa, un uomo dai modi urbani che dopo aver illustrato la casa ci invita a prendere possesso delle nostre camere. Per motivi logistico-ergonomici che non sto qui a spiegare mi tocca un letto matrimoniale. Pro: starò più che largo. Contro: non c’è nessuno che lo divida con me. Avrebbe potuto esserci… beh, sì… lei. Ma questa è un’altra storia che probabilmente non conoscerete mai.

29 aprile
Su e giù per le strade di Castelvetrano

Dopo aver preso il caffé gentilmente offerto da Plumbago e signora ci troviamo vittime di quella indisposizione totalizzante localmente nota con il nome di filinona: più che pennichella una condizione dello spirito che ricorre in special modo nei pomeriggi d’estate, quelli in cui il sole tiranneggia in cielo e prende possesso delle nostre menti e dei nostri corpi. Riposiamo un po’, gustando la piacevole e tranquilla atmosfera delle campagne castelvetranesi e girovaghiamo per casa, continuando a chiederci come sia possibile che una posto simile venga affittato ad un prezzo così irrisorio. L’ipotesi bunker prende corpo… In realtà il proprietario del Plumbago è solo una persona onesta, quanto di più lontano si possa immaginare dall’iconografia mafiosa: sarebbe più facile che qualcuno mi scambiasse per Betty Boop piuttosto. Potremmo tranquillamente considerare quell’uomo mite e raffinato come un disadattato, visto il luogo che si trova ad abitare suo malgrado, per affetti e legami vincolanti.

Decidiamo di fare un salto a Castelvetrano per cercare di comprendere l’habitat naturale che ci circonda. Una sensazione straniante. Come se fossi tornato alla mia primissima infanzia e riaffiorassero déjà vu psichedelici di una vita di paese che credevo ormai sepolta tra le palate di terra del tempo e le lapidi scolpite di luoghi comuni. Forse la lontananza dal continente che rende questa condizione di isolitudine ancora più forte, forse la forza di legami atavici che risultano difficili da rompere, forse una realtà avvelenata da terribili rapporti di forza. Castelvetrano sembra una città tranquilla ed ostile allo stesso tempo. La gente non smette di fissarci. Un misto tra curiosità e diffidenza, un po’ come la scimmia che fissa interrogativamente le sue smorfie riflesse da uno specchio. Probabilmente la gente in questi luoghi non ha a che fare molto spesso con i turisti, almeno non con coi piccoli gruppi individuali. La vicina Selinunte – ma avrò modo di parlarne più avanti – viene assaltata giornalmente da mandrie di turisti che brucano antichità dismesse come mandrie di pecore rinselvatichite: arrivano a frotte come le cavallette su pullman ipercondizionati, fotografano, apprezzano e ritornano nelle stanze ovattate dei loro alberghi standardizzati senza alcun contatto con gli indigeni. Tutt’al più cercano colore locale, carretti siciliani, pupi e cannoli con la ricotta, ma a questo pensa il tour operator che li stringe al proprio petto proponendo un’immagine falsa e scintillante della Sicilia. Così può accadere che a Castelvetrano una macchina targata Rg piena di ragazzi e ragazze palesemente non autoctoni possa ancora destare stupore.

Questo non significa che la gente cammini con le lupare appese sulla spalla o che le donne portino ancora il famigerato fazzoletto nero in testa: le ragazzine, a Castelvetrano come a Ragusa o a Milano sembrano tutte dei piccoli cloni di Britney Spears e sognano probabilmente di fare la velina o di partecipare al “Grande Fratello”, e se si intravedono cinquantenni con minigonne invereconde, cattivo gusto imperante o sguardi minacciosi questo è solo il segno che ci si trova in una piccola cittadina di provincia. Di una provincia del nostro Sud magari, ma pur sempre di provincia. Così non mi stupisco più di tanto se due tipacci in motorino dopo averci sorpassato continuano a girarsi lanciando inequivocabili occhiate di sfida: cercano il casus bellia custioni diremmo noi – magari per movimentare un po’ un sabato sera noioso, magari per affinare il loro stile di bulletti. Senza contare che ci sono tre ragazze in macchina con noi. Facciamo finta di niente, non raccogliamo le provocazioni. Che noia dev’essere il sabato sera da queste parti.

29 aprile
A cena dall’ultimo impressionista

Ritorniamo nel mondo ovattato del Plumbago e decidiamo, raccolti Fratello e Cognatina, di cenare in un agriturismo lì vicino. Anche se l’insegna indica ben quattro stellette appuntate sul grembiule e l’ambiente dall’esterno sembra piuttosto raffinato – almeno per l’abbigliamento e per il nostro stile assai casual – decidiamo di chiedere ugualmente a quello che riteniamo essere il proprietario, o quantomeno il caposala, dell’esistenza di un menù fisso. Rassicurati dalla presenza di simili soluzioni ma ancor più dalla rusticità linguistica dell’uomo entriamo in sala. Ben presto ci rendiamo conto che la raffinatezza che sembrava trasparire dall’esterno è solo apparenza: il cocktail di stili risente della sindrome da rinnovo mobilio che ci fa respirare l’aria di un mercato delle pulci piuttosto che di un ristorante. L’ambiente non è di quelli con la puzzetta sotto il naso: i volti degli avventori sono soddisfatti, e poi Saro, l’apparente proprietario, sembra conoscere bene il proprio mestiere. Entriamo in una saletta più piccola – sembra quasi il posto d’onore – e, mentre prendiamo posto mi accorgo della sua presenza. Una vertigine di ricordi ritorna ad assalirmi e mi trascina di peso alla mia infanzia di teledipendente: al centro del muro, da una elegante cornice in legno mi fissa con il suo sguardo di beone e il nasone da avvinazzato l’inarrivabile capolavoro di un indimenticato maestro. L’ultimo impressionista. Teomondo Scrofalo.


L’asta tosta – oggetti tosti per tutti i gosti –, Ezio Greggio, il Drive In… E’ incredibile come i ricordi più strampalati vengano a bussarti dalla porta di servizio della memoria quando meno te lo aspetti. A questo punto rompo ogni indugio: un locale che espone con così tanta cura uno dei miei miti d’infanzia merita certamente la fiducia. Mai scelta si rivelò più oculata. Coccolati da Saro e da un cameriere dallo sguardo di furetto ci rimpinziamo senza alcuna verecondia ingozzandoci di bruschette, salsiccia, formaggio, olive, melanzane e zucchine grigliate, frittata, pane e panelle, verdura in pastella… e questo solo per antipasto! Subito dopo arrivano tre robusti piatti di portata con il cous-cous e un sughetto speziato da leccarsi la barba (perdonate il personalismo) che ci lascia stupiti e soddisfatti. Il vino scorre e le caraffe vuotate vengono sostituite d’ufficio dall’ineccepibile cameriere-furetto, mentre Saro ogni tanto ci viene a trovare per sincerarsi che tutto vada per il meglio. Altrochè! Quel vino poi, che Saro assicura essere un Nero d’Avola ha un quid di selvatico, quasi d’uva di montagna che non dispiace affatto. Spazzolato il cous-cous viene servita una strana pasta fresca condita con un saporito sugo di maiale arricchito da pezzettoni di carne. Di questa pasta non chiedetemene il nome, ero troppo occupato a mangiare per prendere appunti.

Chi avesse visto la tavolata dall’esterno avrebbe potuto scambiarci agevolmente per un gruppo di mongolfiere pronte a lasciare terra, tanto avevamo già mangiato, tanto i nostri stomaci si erano riempiti. Ma non era ancora abbastanza. Pantagruel non ne ha mai a sufficienza, oh no. Arrivano i vassoi con la carne: salsiccia arrosto, pancetta grigliata e la rinomata cotoletta alla palermitana. Mangiamo ormai per puntiglio, masticando con tenacia e ingoiando il boccone nella segreta speranza che Saro abbia ormai vuotato la dispensa e che non sappia più cosa servirci. No pasaran. La frutta ancora, che qualche stoico riesce a mandar giù ed infine i dolci. Aspetta, ai dolci non rinuncio. Cannoli e ravioli alla ricotta che vengono disintegrati praticamente solo dai due ingordi della tavolata, me e PhyStyle. La cena è giunta alla fine: Saro ci consiglia un amaro prodotto a Salemi (Salemi, eh sapeste…), il Monte Polizo, che avevamo già testato al Plumbago e che accettiamo di buon grado.

Resta solo il conto, unico piatto che potrebbe risultare indigesto. Con un consumato gesto da giocatore di poker PhyStyle scarta la ricevuta: in attesa del verdetto fioccano scommesse sulla cifra che dovremo pagare e sull’eventuale numero di pile di piatti che dovremo lavare per estinguere il debito. Non crediamo ai nostri occhi. Diciassette euro e cinquanta a cranio per tutta ‘sta roba! Che gran signore Saro, che buona cucina. Certo, non mi sarei aspettato niente di meno da un uomo che tiene appeso sul muro del proprio locale il capolavoro di Teomondo Scrofalo, l’esimio maestro, l’ultimo impressionista.

[continua]

sabato 29 aprile 2006

Tenetemi fermo

Vittorio Sgarbi, indegno rappresentante del genere umano, ha ufficialmente rinunciato alla sua candidatura a fianco di Cuffaro: inutile dire che candidare Sgarbi in Sicilia sarebbe stato come proporre Ficarra e Picone alla presidenza della Camera e del Senato. Sembra tuttavia che il critico d’arte contribuirà – in tempi e modi da stabilire – alla campagna elettorale di Cuffaro. Un uomo certamente indispensabile per Totò vasa vasa e per la Sicilia tutta, in special modo per le sue inaspettate virtù divinatorie. Un grande medium.

Un uomo capace di calpestare anche la dignità dei morti usandone il ricordo come schermo e sfruttando bassamente una forza morale che lui, misero incazzoso tapino frangettato, non potrà mai nemmeno comprendere. Non esistono parole né conati per esprimere lo sdegno che l’ultima balordata di un farnetico come Sgarbi ha provocato in me. “Se Borsellino fosse vivo non avrebbe appoggiato la sinistra ma avrebbe votato Cuffaro”. Sì, avete capito bene.

Quel Borsellino.

Paolo Borsellino, giudice del pool di Palermo ucciso barbaramente dalla mafia. Mi fa schifo la simile strumentalizzazione di un morto. Soprattutto di un morto per mafia. Soprattutto da parte di un imbecille egocentrico come Vittorio Sgarbi. Soprattutto da chi non conosce una realtà complessa come la Sicilia e si permette di sindacare come fosse Dio in terra. Soprattutto per appoggiare la candidatura di un uomo già ampiamente compromesso come Cuffaro.

Nessuno si può permettere di infangare la memoria di un grande uomo candidandolo d’ufficio per uno schieramento piuttosto che per un altro. Il sacrificio di Borsellino e di eroi come lui è un infame patrimonio che va difeso a tutti i costi, infame perché patrimonio di sangue e di ferite cosparse di sale: il sacrificio di un eroe. E non ho timore se uso una parola fin troppo grondante di retorica – ecco come muore un siciliano verrebbe da dire. Eroe è chi, potendo scegliere, sceglie la strada più difficile, il destino più amaro per la folle speranza di un futuro diverso se non migliore. Borsellino, Falcone, Livatino, Dalla Chiesa e tanti altri uomini e donne come loro non cercavano la fama, la copertina di qualche rotocalco per casalinghe annoiate, la gloria. Era solo la fede nella giustizia e nella legge che ogni giusto custodisce nel proprio cuore, non la fede in un partito. E Paolo Borsellino era certamente un giusto.

Un giusto che sudici buffoni come Sgarbi non dovrebbero permettersi nemmeno di sfiorare con il pensiero.. ..

mercoledì 26 aprile 2006

Una mattina mi son svegliato

E ho trovato un invasore perfido e malefico che sembra aver attecchito nelle atrofiche testoline di molti giovani italiani. Il peggior nemico nella peggiore combinazione possibile. L'ignoranza indifferente dell'idiota. Come a dire “Non lo so, sono contento di non saperlo e non me ne frega niente”. Seguo con disgusto le interviste che il Telegiornale Unico propone senza nemmeno una punta di sconcerto. La domanda sempre uguale: “Sai cosa si festeggia oggi?”. Nella maggioranza dei casi sguardi bovini persi nel vuoto col labbruccio corrugato in attesa che qualche frammento di sistema nervoso decida di far vibrare le loro corde vocali in un boh? malarticolato.

Per fortuna qualcuno risponde, dopo non pochi tentennamenti, la Liberazione: peccato che quando l'intervistatore dispettoso replichi chiedendo “la liberazione da cosa?” la quasi totalità degli intervistati si rinchiuda in un mutismo assorto e si rivesta del rassicurante sguardo bovino di cui sopra. Quando non accampa ridicoli pretesti per non rispondere – scusa, vado di fretta – o ride beatamente della propria ignoranza – ma che ne so, boh, l'ho pure studiato... ah ah ah.

Mi preoccupa l'abulia degli italiani. Mi preoccupa il loro sapersi accontentare di un piccolo mondo fatto di minuscole certezze, di un puzzle sconclusionato che si compiace della propria pochezza. Un mondo fatto di reality show e tabloid, di notiziole irrilevanti e di lavoro alienante, di soldi a tutti i costi, di telefonini, di Bacardi briiiiiiiiz e di stupida apparenza. Un mondo in cui non c'è posto per la memoria storica, in cui le guerre sono intelligenti e gli ideali sono stati triturati nel Big Mac del liberismo.

Mi dà fastidio la retorica patriottica, la rettorica dannunziana. Non provo alcun sentimento quando vedo la bandiera italiana garrire al vento. Non canterei l'inno di Mameli con la mano sul cuore. Non mi sento particolarmente orgoglioso di essere italiano. A dirla tutta non avrei motivo di sentirmi italiano se non per identità storica, forse anche solo per motivi legislativo-geografici... Quelle poche volte in cui sono uscito fuori dall'Italia o in cui ho parlato con stranieri alla domanda Where are you come from? ho sempre risposto, senza alcun indugio, Sicily e solo successivamente Italy. Eppure mi fa male vedere l'ottundimento di tanti miei coetanei che ignorano la storia d'Italia e un evento così importante come il 25 aprile, ricordo di quel 25 aprile 1945 in cui il CLN liberava definitivamente dall'incubo nazi-fascista città quali Genova, Milano e Torino.

Al di là della rettorica celebrativa che eventi simili comportano non posso che avere rispetto per il 25 aprile, non posso che essere infinitamente grato a quegli uomini e a quelle donne che abbracciarono la causa partigiana e che ebbero il coraggio di lottare contro la notte dello spirito. Quegli uomini e quelle donne che lasciarono a tutti noi un'eredità importantissima in un paese finalmente libero dalla dittatura e dall'oppressione fascista. Forse dopo la guerra si poteva davvero urlare la parola libertà senza sentirsi un povero malato d'utopie.

Gli italiani hanno perso la memoria perché questi eventi sembrano loro lontani, seppelliti ormai nel cimitero della storia. Sono passati sessantuno anni da allora, è vero, e il numero dei testimoni diretti sta lentamente diminuendo e con esso il sentimento legato a questa festa. E quando anche l'ultimo partigiano morirà la Resistenza forse non sarà altro che un evento come tanti da buttare nel grande frullatore della Storia. Ma non dobbiamo permetterlo: semplicemente, non possiamo. Ecco perché si deve mantenere vivo il ricordo, ecco perché gli ideali di allora non vanno solo venerati ma tenuti vivi ed applicati giorno dopo giorno.

D'altronde il passato serve perché nel futuro non ci si debba vergognare di questo presente.

sabato 22 aprile 2006

Il nocciolo della questione

Adesso mi sono stufato di quello che dicono i media. Di quelle notizie stranamente collegate da un unico filo rosso di sangue: prezzo del petrolio che sale da un lato – anche se ci si riferisce solo al preziosissimo brent del mar del Nord –, Iran e minaccia nucleare dall'altro. I media, di quelli che sanno solo pappagallare le notizie diffuse dagli organi d'informazione embedded. Di quelli che fanno il gioco del potente di turno. Posto che Mahmoud Ahmadinejad, il premier iraniano, è un tantino fuori di testa e potrebbe essere disposto a realizzare ciò che dice – tipo cancellare Israele dalle carte geografiche –, e posto che mi sento più tranquillo se quell'uomo non possiede testate nucleari, pochissimi hanno parlato della reale minaccia che l'Iran rappresenta per la comunità internazionale. Soprattutto per chi è abituato a fare i propri affari in dollari. Date un'occhiata qui e se non capite l'inglese qui.

Pochi sanno dell’intenzione di Teheran di aprire un mercato di scambio internazionale del petrolio. La maggior parte del greggio mondiale è scambiata al Nymex di New York o all’Ipe di Londra: entrambi appartengono a grandi società americane e operano in dollari. Il progetto iraniano è invece quello di aprire una borsa internazionale del petrolio in euro: capirete come questo rappresenterebbe una seria minaccia per il valore del dollaro, che crollerebbe sotto il peso di una moneta più forte. Considerate che l’Iran accetta pagamenti in euro fin dal 2003, mentre Saddam aveva cercato di farlo già dal 2000 giusto per indispettire gli Stati Uniti, che infatti reagirono in maniera piuttosto violenta. Non dimentichiamo che uno dei primi provvedimenti di Paul Bremer fu quello di imporre l’uso esclusivo del dollaro per la vendita del petrolio… Anche la Russia, il Venezuela e alcuni membri dell’Opec vorrebbero passare all’euro, e non è escluso che la Cina potrebbe seguire il loro esempio. La Cina, il paese che possiede la più grande riserva di valuta americana, uno dei primi esportatori negli Stati Uniti… Beh, riuscite a immaginare le conseguenze di un simile cambiamento? Il dollaro crolla e l’economia statunitense con lei.

Ecco la vera minaccia iraniana per gli Stati Uniti. Altro che nucleare.

giovedì 20 aprile 2006

Scuola di giornalismo #1

La Sicilia del 18-04-06, edizione di Catania, pag. 35. Un grumo di parole in alto a sinistra m’informa che nella notte qualcuno ha avuto l’infelice idea di sparare contro la vetrina di un bar di via Etnea. Esplodere alcuni colpi d’arma da fuoco avrei potuto dire, tanto per usare uno dei tanti triti e ritriti luoghi comuni di certo giornalismo d’informazione, quello che, per intenderci, potrebbe benissimo risolversi nella sintesi estrema di due righe se non fosse diluito con inutili espressioni di questo tipo. Quello del nosocomio comunale, del tempestivo intervento delle forze dell’ordine che ha scongiurato il peggio, quello dell’insano gesto, quello delle traduzioni in carcere – per inciso, da piccolo pensavo che in carcere fossero tutti dei colti poliglotti, ma questa è un’altra storia.

Quello che mi ha colpito è stato il taglio dato alla notizia. In poche righe si spiega che i proiettili hanno danneggiato la vetrina, che il bar ha cambiato gestione da poco e che il proprietario non riesce a dare un senso ad un’azione simile. Ora, credo sia sufficiente il quoziente intellettivo di un peperone per capire che un atto come questo seguito dalla più classica delle dichiarazioni va letto come un avvertimento ad un commerciante non ancora aduso ai meccanismi che regolano la riscossione del pizzo.

È solo un trafiletto, d’accordo. Le classiche due righe in cronaca. Non ci sono nemmeno le iniziali del giornalista che gli ha dato vita. Va bene, che avesse scritto gli inquirenti non escludono alcuna pista avrei anche potuto accettarlo visto che su alcuni scomodi argomenti buona parte della stampa locale glissa sapientemente, ma che abbia scritto potrebbe trattarsi di una semplice bravata (cito a memoria, scusate, ma il termine bravata me lo ricordo bene) no, questo no. Non lo accetto.

È un insulto all’intelligenza del lettore e alla dignità professionale di un giornalista.