lunedì 4 giugno 2012
Al lupo! Al lupo!
domenica 20 maggio 2012
Una storia semplice
martedì 14 febbraio 2012
Ogni promessa è un debito
Fmi, Bce e Ue le nuove potenze di un criminoso Stahlpakt, un patto d’acciaio, un patto di sangue che ha condannato alla morte per agonia il popolo greco. La nera signora dalla falce senza martello ha dissanguato noi italiani ed è passata oltre sbarcando al Pireo. Senza un gravame di rimorso, in nome di un maledetto senso di responsabilità che vuole far espiare al popolo, incolpevole, le colpe dei suoi indegni rappresentanti e ingrassare la meschina avidità dei trust economici internazionali. Ancora misure di austerità in Grecia, ancora stipendi ridotti alla fame, ancora licenziamenti, ancora tagli ai servizi sociali, ancora povertà. Un potere d’acquisto ormai dimezzato nella migliore delle ipotesi mentre un greco su quattro non ha lavoro. Uno su quattro, 2.750.000 greci su undici milioni di abitanti, quasi un giovane su due. I posti letto negli ospedali sono stati tagliati del 40%, il salario minimo garantito sarà ridotto di un ulteriore 20%, le quote pubbliche di petrolio, gas, acqua e lotteria dovranno essere cartolarizzate e messe nelle mani di investitori privati.
Austerità la chiamano. Gravi misure “inevitabili e necessarie” per evitare “il baratro” le chiamano. Forse per un eccesso di pudore, perché le cose andrebbero chiamate con il loro nome. Si sta affamando un popolo per coprire i giochi speculativi dei potentati bancari. Tedeschi e francesi in primo luogo, i maggiori possessori di titoli di stato ellenici. Ma adesso che si è rotto il giocattolino pretendono che si aggiusti condannando alla morte economica e sociale milioni di persone. Forse anche politica, perché sappiamo fin troppo bene che ogni dittatura nasce e si nutre della disperazione economica più nera e dello sbando sociale. E non si dica che si tratta della solita demagogia del rimpallo per favore. Perché è ormai risaputo che le banche e i cartelli economici hanno una buona dose di correità nella crisi mondiale avendone favorito la nascita.
Una vera e propria manovra a tenaglia. Da una parte hanno incoraggiato gli stati con economie ancora acerbe a modernizzare i loro paesi (attraverso commesse e investimenti statali, e come se no?) in nome di un mercato che deve sempre crescere, crescere, crescere. Dall’altra hanno acquistato a man bassa i debiti sovrani di quegli stati e poi hanno minacciato di chiederne la restituzione. E adesso, con il sorriso dello strozzino, promettono aiuti generosi per nulla disinteressati. L’haircut del 70%, ma non vedi come siamo buoni? Meglio il 30% garantito che il default totale, che farebbe saltare in aria più di una banca cruccofranzosa con un possibile effetto a catena sull’economia mondiale…
Colpa del denaro, trasformato nella forma e nella sostanza, ridotto a ectoplasma dissolvibile e ricreabile a comando. Colpa di chi ne abusa. Nato come strumento per rendere più semplice lo scambio di merce è diventato, con il trascorrere dei secoli, esso stesso una merce. Le monete d’argento e d’oro, con il valore ponderale uguale a quello nominale. Il divorzio inevitabile, con il valore nominale che subentra a quello nominale. Poi gli assegni, le banconote. I libretti di risparmio, i buoni. Finisce l’era della convertibilità in oro garantita dal dollaro. Poi moneta di plastica, quindi impulso elettronico e quindi astrazione. Quasi metafora di sé. Ecco la ragione della débâcle mondiale. Ecco l’origine della nostra rovina. Se il denaro esiste come pura entità dello spirito allora diventa drammaticamente banale spostarne e manovrarne masse enormi con pochi clic. Sarebbe bastato – basterebbe – regolamentare le transazioni economiche di un certo livello, anche solo per evitare che qualcuno venda azioni che non ha e le compri con denaro che non possiede, magari in previsione di quanto potrebbe lucrare sulla differenza. Forse basterebbe – sarebbe bastato – solo questo per evitare di condannare definitivamente un popolo, e forse tanti altri ancora.
Non dico ritornare al baratto, che sarebbe improponibile al giorno d'oggi. Ma a forme di economie più sostenibili sì: reali, che non siano ossessionate dalla crescita obbligata. Magari ad economie semplificate. Più “spicciole” magari, con i soldi in mano. Alla fine, se ci fossero stati in giro ancora i tetradrammi simili vergogne speculative sarebbero state dannatamente più complicate da attuare.
giovedì 2 febbraio 2012
Marianesimo
Ieri a Sampieri c’ero.
C’era l’agricoltore dall’azienda in agonia taglieggiato dalla Serit. Il piccolo imprenditore strozzato dalla gelida burocrazia e incalzato dall’avidità di un sistema economico selvaggio. La casalinga arrabbiata, convinta che mai più avrebbe comprato nulla che non fosse siciliano. Lo studente curioso, il giornalista. Il padroncino con il camion dalle lucette multicolori, unico segno di discontinuità nella disperazione generale. Il ferroviere dal baffo libertario, sempre attento alla vitalità di un popolo esasperato. Il politico di professione mimetizzato tra la folla che cerca di recuperare la clientela perduta. C’era il pensionato, costretto dai tecnicismi vigliacchi di un governo macellaio ad arricchire le banche con il frutto del lavoro di una vita. C’era il disoccupato, senz’arte né parte, senza futuro né presente. C’erano i siciliani. C’ero anch’io.
I discorsi si intrecciavano rivelando ciascuno il proprio dramma personale. Ammettendo errori, perpetuando sbagli nell’egoismo più tristo e selvatico. Poi arriva lui, il Messia. Nervosi occhi azzurri che si guardano intorno, cappellino d’ordinanza, la rabbia in corpo. La folla lo accoglie con calore. I fedeli lo acclamano come l’uomo mandato dalla Provvidenza… Mariano Ferro, il forcone.
È inutile fingere che niente stia accadendo in Sicilia. È inutile minimizzare, sminuire, ridicolizzare. Bisogna innanzitutto capire.
Il Movimento dei Forconi nasce da un bisogno reale. La recessione avanza veloce e inesorabile senza che alcun provvedimento a breve termine sia stato preso dalla politica per dare ossigeno alle finanze spicciole di un popolo con l’acqua alla gola. La gente è arrabbiata, la gente è stremata. La gente pretende una soluzione ai propri problemi. Spesso ignora quale possa essere, ma la pretende lo stesso. A cosa servono i rappresentanti politici se non a risolvere problemi della collettività? Molti poi hanno sempre chiesto al politico di turno, dato il proprio contributo e ottenuto (briciole) spesso a danno di altri. Se quel meccanismo assistenzialista si è rotto, si deve pure poter aggiustare, no? La rivoluzione a rebours.
Il Movimento dei Forconi è un movimento populista. Il suo leader carismatico, Mariano Ferro, mescola sapientemente la concretezza contadina con gli strumenti retorici più fini riuscendo a trascinare le masse e a smuovere i sentimenti più viscerali della gente. Suo malgrado, Ferro sta diventando il novello Ducezio dei diseredati siciliani. Quelli per finta (ieri il numero dei SUV, di Bmw e di Mercedes si sprecava) che vorrebbero tornare a mangiare, e quelli per davvero che invece stanno morendo di fame. “Mariano ci dirà cosa fare” ho sentito più di una volta ieri, con un sussulto messianico che mi ha lasciato decisamente perplesso. Ferro è una personalità degna di attenzione la cui conoscenza andrebbe approfondita. Parte spesso da principi indiscutibilmente validi e idee eccellenti quali la promozione delle eccellenze agricole locali o la tolleranza zero per gli imprenditori che remano contro l’imprenditoria siciliana per loro tornaconto, il recupero delle accise sui carburanti siciliani, l’attuazione dello Statuto regionale. Il problema, però, è che talora giunge a conclusioni confuse o discutibili che sembrano voler soltanto cavalcare il malcontento popolare. Vogliamo che si rimetta in moto l’economia, vogliamo il lavoro: e chi non lo vuole? Vogliamo risposte. Oh bella, ma quali sono le domande?
Il Movimento dei Forconi sta raccogliendo un consenso di massa, trasversale e politicamente ingenuo. I blocchi che hanno paralizzato la Sicilia, indiscriminati, disorganizzati e autolesionisti, sono stati conseguenti alla mancanza di una coscienza politica consapevole nella maggior parte dei manifestanti. Così come le infiltrazioni politiche, criminali e mafiose, tristemente inevitabili in un movimento di massa che pure è stato attento a non farsi contaminare troppo dalle mele marce.
Il Movimento dei Forconi non è ancora un movimento rivoluzionario. La rivoluzione è un processo storico che necessita di analisi, programmazione e cognizione politica. Scambiare una rivolta di popolo per la rivoluzione significa veder precipitare le speranze e l’entusiasmo dei rivoltosi in un gattopardesco “cambiare tutto per non cambiare nulla” con i pochi soliti noti (e qualche ignoto) che si approfitteranno della buonafede di tutti gli altri. La rivoluzione deve precedere la rivolta: l’una dipende dall’altra, necessariamente. Non considerateli semplici sinonimi intercambiabili. Se il fuoco della lotta avrà acceso in ciascuno la fiammella di una coscienza e una di visione politica in grado di crescere ed irrobustirsi, lontano dagli errori del passato, allora il Movimento avrà vinto. E sarà stata una vittoria epocale. Diversamente, si sarà trattato di una jacquerie fallimentare in cui tanti Jacques Bonhomme si ritroveranno ancora più delusi e disillusi, certi che la lotta politica serva solo ad ingrassare i panciotti di qualche signorotto dalla parlantina fluida.
Il Movimento dei Forconi si appresta a diventare un partito. Anche se ancora non lo sa. O se lo sa, lo tiene nascosto ai più sprovveduti. Si urla a gran voce che tutti i politici vadano a casa per aver tradito il proprio elettorato ma nessuno preferisce chiedere che cosa accadrebbe se questi benedetti politici corrotti (ma chi li ha votati, infine?) tornassero davvero a coltivare il proprio orticello. Se hanno tradito il contratto elettorale a chi si rivolgeranno i forconi? Chi saranno i loro interlocutori? “Le istituzioni”, dicono. Ah no, troppo facile così. Ecco perché il movimento rischia grosso. Da una parte, se non si vorrà “sporcare” con la politica, rischierà di ritrovarsi invischiato con facce nuove nei vecchi meccanismi clientelari che hanno contribuito in larga parte ad impoverire il popolo siciliano. Dall’altra, qualora diventasse un partito strutturato, rischierà di mandare a palazzo dei Normanni il migliore dei Forconi che, in barba alle più oneste intenzioni, sarà destinato a diventare Forchetta come tanti altri in passato. Perché tutti i siciliani siamo uguali, ma qualcuno è più uguale degli altri.
venerdì 20 gennaio 2012
Il morbillo di Cassandra
Ma durava poco. Arrivava qualcuno della Digos – magari solo un vigile urbano incattivito – che minacciava chissà quali ritorsioni penali. L'otto in condotta votato dal consiglio di classe, i genitori adirati dalla lettera che il preside aveva inviato a casa di ogni eversivo rivoluzionario. E si ritornava allora agli odiati Galli e Vercingetorige ai seni e ai coseni (più ai seni) e a quel ramo del lago di Como che, chissà perché, volgeva sempre a mezzogiorno nonostante l'indubbia caratterizzazione geografica.
Crescendo fui sopraffatto da animaletti puntuti e sottesi razzismi professorali sepolti ormai dall'intelligenza del tempo. Piombai in un purgatorio scolastico a scontare i guai di un sistema educativo ottuso e fallimentare. In quel luogo funesto conobbi una professoressa di storia e filosofia, un po' stramba a dire il vero. Che il programma sì, c'è l'esame e ci tocca farlo, però provocando discussioni, stimolando curiosità, consigliando letture, incoraggiando riflessioni. Non mi appariva più una dispensatrice di nozioni e voti, non un nemico da combattere. Grazie a lei guarivo lentamente – ma non lo sapevo ancora – da una morbo pestilenziale che avrebbe infettato, altrimenti, il mio animo. Avvelenata la ragione da un sentimento marionetta il manovratore avrebbe avuto facile mano nel pizzicare i fili invisibili che avrebbero mosso le mie azioni indistintamente a quelle di altri sulla scena. E alla fine dello spettacolo, ammucchiati in una scatola i pupazzi che tanti applausi avevano ricevuto per la fedeltà degli atti e la verosimiglianza nelle mosse, il burattinaio sarebbe tornato dagli altri simili suoi compari progettando operette e fondali su cui fare sfilare burattini dalle membra slogate. Guarivo dal virus di una coscienza politica indifferente, felice di essere ingannata dall'agitatore di popolo che dava facili risposte a domande complicate. Comprendevo quanto velocemente questa malattia potesse tornare, o propagarsi, rivestita d'una nuova lucida foggia, e come sempre dovessi vigilare con l'antidoto della ragione lucida e della critica eretta a sistema di pensiero.
Il morbillo della coscienza politica indifferente, bisogna guarirne da piccoli. Almeno inocularne il vaccino per curare possibili ricadute. Senza di esso, una volta cresciuti, le malattie esantematiche dei populismi attaccheranno il corpo sociale provocando danni irreparabili. E solamente resteranno nell'animo di chi ha potuto curare i sintomi più nefasti due sentimenti, reali e contrastanti. Invidia, la stessa che si prova per il candore di un bimbo che si affaccia alla vita. E rabbia, quale dovette provare Cassandra alla vista di un cavallo di legno, consapevole che le sue parole sarebbero rimaste ancora una volta, come sempre, inascoltate.
Cinque giorni
Secondo giorno della manifestazione. Polemiche su vicinanze e pericolose connivenze politiche di destra fama... Apriamo gli occhi a quanti li hanno chiusi ma cerchiamo di prendere quanto di buono c'è in questa manifestazione: l'impegno di gente che prima di politica non ne ha mai voluto sapere. Il compito di chi osserva criticamente sta allora nel mediare le istanze più che legittime e la giustissima rabbia delle persone e trasformarle in un percorso meditato e ponderato. Non strumentalizzarle, ma aiutare in tutta onestà intellettuale chi non possiede gli strumenti a formulare un'idea politica di medio e lungo respiro. In modo tale che, una volta presa coscienza di ciò che stanno facendo, possano allontanarsi (se lo credono) da gentaglia neo-fascista e neo-qualunquista di ogni risma.
Terzo giorno di manifestazione. Ieri sera sono tornato in un paio di presidi a Modica per cercare di "tastare il polso" ai manifestanti. Moltissima rabbia e malcontento, nessuna programmazione o coordinamento, idee confuse e speranze al limite dell'illusione sull'esito dei blocchi. Nessun condizionamento politico o partitico degno di nota, almeno a Modica... Forza nuova comprimaria della manifestazione? Stupidi gli altri movimenti che non stanno scendendo in strada per capire e discutere con i manifestanti. E' un movimento di popolo? Una folla non pensa, d'accordo, ma i singoli componenti sì. I partiti hanno fallito? Ripartiamo dall'antipolitica allora, strappiamola al populismo e agli sciacalli di ogni colore e facciamo in modo che sia un punto di partenza per radicare una nuova coscienza, politica questa, nella gente. Invito, infine, quanti deridono l'ingenuità e la grammatica zoppicante di certi manifestanti a discutere senza preconcetti con loro. Rimarrebbero sorpresi della saggezza che si può trovare in strada, lontano dai libri.
Quarto giorno di manifestazione. Ieri corteo al Corso Umberto di Modica al quale si sono aggiunte le scuole. I ragazzi sfilano rumorosamente, com'è normale che accada in un corteo di giovani e scuole. Poi l'anormale. I ragazzi si siedono a terra e si preparano ad un sit-in davanti al Comune ma subito arriva un capo-popolo in tenuta da "forcone" che li fa alzare e comincia a farli inveire contro i negozianti che sono rimasti aperti... Perché questa guerra tra poveri? Perché l'individuo in tenuta blu da forcone non ha voluto che si tenesse un pacifico sit-in contro quella politica che si dice tanto di voler prendere a calci nel sedere? Temo, piuttosto, che questo movimento sia guidato da persone che i politici, soliti noti e vecchi volponi, vogliano tenerseli buoni. In caldo, in attesa del ritorno al caro assistenzialismo croce e delizia del popolo siciliano.
Quinto (ultimo?) giorno di manifestazione. Il faccia a faccia di ieri tra Lombardo e Ferro quasi un regolamento di conti tra vecchi compagni di partito e l'appuntamento per un futuro agone elettorale. A questo punto credo sia chiaro, soprattutto dopo la passerella involontaria offerta dall'ottimo Sandro Ruotolo (che però ieri mi ha deluso non poco), che i leader del movimento si apprestano a fondare un nuovo partito raccogliendo consensi nell'enorme e giustificato bacino di scontento popolare ma intellighenzia tra populismi e autonomismi vari, formazioni di centrodestra e destra esaltata. Una protesta disorganizzata, senza richieste chiare e ragionevoli e senza interlocutori istituzionali si appresta a morire tragicamente d'inedia. Anche se continuasse ad oltranza... Bloccare chi, bloccare perché? Bloccare invano. Come una madre che per protestare contro la fame del figlio lo lascia morire di fame... "Sempri i pezzi vanu all'aria" dice un proverbio modicano. E' una guerra tra poveri, un armiamoci e partite che non può convincere quanti sanno come vanno le cose in Sicilia. E la brava gente che protesta al freddo pensando davvero di salvare la propria terra dalla disperazione (il 98% per cento di quelli scesi in strada) mentre bravacci squadristi impongono con la violenza e le minacce i diktat di una rivoluzione per finta voluta da leader ambigui che sognano di dominare il popolo siciliano quanto e più di altri.
sabato 14 gennaio 2012
Forconi, gattopardi e sciacalli
Rivoluzione, non mi piace la parola. Pur affascinato da esplosioni di vitalità giacobina che della storia hanno cambiato il corso guardo sempre con sospetto quanti abusano di questo termine. Sorrido piuttosto alla rivolta contro l'assurdo che non invoca ragioni, la solidarietà umana dei senza parole che regala dignità a ciascuno. Abbraccio, infine, le palingenesi che cauterizzano le piaghe di un mondo sbagliato e riportano l'organismo sociale a nuova vita. Migliore e diversa, meditata nuova vita.
Non mi fido del “Movimento dei Forconi”. Non mi fido di ciò che è diventato. Troppo a lungo abbiamo sperato che esplodesse la rivolta del nostro popolo, ignavo e turbolento, teorico della rivoluzione più infuocata ma pratico, talora, della sottomissione compiacente come pochi. Siamo capaci di grandiose rivolte, da quando cacciammo Verre dalla nostra terra fino ai missili Cruise passando attraverso i Vespri sanguinosi, le riappropriazioni contadine e i non si parte dell'indimenticata Maria Occhipinti.
Siamo un popolo ostinato. Come le radici del carrubo che spaccano la pietra vincendo un terreno aspro e maligno così noi. I siciliani. Il giudice che si incaponisce per un principio di giustizia pagando il prezzo più alto per i suoi ideali. Il piccolo imprenditore che non cede ai vili ricatti dei mafiosi senza onore. L'uomo di cultura vicino al sentire di chi lo circonda e capace di uscire dalla scintillante torre d'avorio che si è costruito. L'operaio vessato da un perfido sistema economico che chiede solo di poter lavorare. Il politico onesto in grado di tradurre le esigenze del suo popolo in proposte di sviluppo per la collettività. Il professionista che aiuta e non opprime. Il contadino che rifiuta le logiche di mercato devote ad un prodotto senza sapore e senz'anima. È questa la Sicilia che amo e che difenderò sempre con passione.
Odio, invece, i populismi che fanno leva sui facili sentimenti. Giustificati sentimenti. Ma cosa accadrà quando le pale spaleranno la cenere del rogo liberatorio al quale ognuno dei forconi avrà portato qualche fascina? Senza una visione politica, senza un progetto comune. Accadrà quello che è sempre accaduto dopo ogni rivoluzione, anche tra quelle più arrabbiate.
Quanti tra i Forconi che si agitano per aria appartengono ai vecchi gattopardi della piccola e grande imprenditoria siciliana che per decenni hanno percepito contributi a pioggia rifiutando ogni forma di consociativismo e di innovazione in nome della propria avidità? Quanti tra loro hanno supportato una classe politica allevata sul voto di scambio che ha trasformato la vitalità, l'iniziativa e la fantasia del nostro popolo in accattonaggio e perverso assistenzialismo? E quanti tra loro, pur potendo scegliere, hanno preferito la raccomandazione e la mafia, il profitto e l'egoismo sputando in faccia con arroganza alla società dei giusti? Quanti fra questi, gattopardi affamati che vedono diminuire le possibilità di pasto ai danni della collettività ma a proprio beneficio, si sono trasformati in forconi adirati, in sciacalli furiosi?
Esiste il ravvedimento, vero. Mi piacerebbe vedere allora i gattopardi di un tempo fraternizzare con i rivoltosi di oggi e fare sincera ammenda degli errori del passato. Mi piacerebbe che i forconi riuscissero a cacciare via gli sciacalli che cercheranno di convogliare le energie fresche di un movimento ingenuo e affascinante per proprio tornaconto.
Accadrà? Non accadrà. Perché le rivoluzioni le fanno i borghesi e a tutti gli altri arrabbiati toccherà ancora una volta svolgere il ruolo di una illusa pedina, ben contenta di rientrare nei ranghi di un popolo mendico e piagnucoloso, incapace di prendere davvero in mano le magnifiche sorti subalterne e progressive.