domenica 20 maggio 2012

Una storia semplice


Le nuvole nere dell’autunno della nostra presunta democrazia si addensano all’orizzonte ancora una volta tuonando tragicamente nel lampo di una bomba, lasciando sull’asfalto polvere e sangue, rabbia e paura. Cordoglio e polemiche, sciacalli, passerelle e dolore in un gorgo senza fondo che inghiotte ogni lucidità lasciando spazio alle emozioni senza controllo e alle domande tragicamente retoriche alle quali è difficile dare risposta. Difficile, forse impossibile a darsi. Chi sono? Cosa vogliono? Perché adesso? Perché a Brindisi? Perché una scuola?

È stato comodo, a caldo, per qualche giornalista dal luogo comune facile indicare la solita matrice anarco-insurrezionalista. Poi la Sacra Corona Unita. Poi la mafia. Poi chissà, “nessuna pista esclusa al momento”. Bisognerebbe essere cauti, allora, nell’esprimere il proprio giudizio sulla matrice di questo vile attentato. Stare zitti e aspettare. Essere fiduciosi. Se non fosse che una vocina cattiva in testa risuona sin da stamattina continuando a ripetere ciò che non vorrei ascoltare, sussurrando coincidenze sospette e anomalie che preferirei ignorare. Forse è paura la mia. Un demone di cui l’Italia non si è mai davvero liberata potrebbe presto fuggire dall’inferno in cui credevamo di averlo relegato per sempre. E invece era solo rimasto in silenzio, quiescente, in attesa che i tempi fossero maturi per infestare nuovamente il nostro malconcio spirito naufrago…

Difficile ci sia una ideologia rossa o una bandiera nera dietro a questa bomba, difficile anche chiamare in causa la criminalità organizzata. Non ci credo, non è vero. Chi piazza una bomba ha due possibilità: lasciare che qualcuno la scopra prima che agisca o farla esplodere. Nel primo caso si tratta di un’azione dimostrativa che vuole mostrare la debolezza di quella persona, di quel gruppo o di quella istituzione alla quale è rivolta. Sono azioni estreme di piccoli gruppi radicali che pensano ancora di poter spingere il popolo italiano ad una ribellione contro uno Stato fantoccio o ad una lotta di classe fuori tempo massimo. Sbagliano nei metodi, qualche estremista potrebbe anche arrivare ad uccidere ma in questi casi l’atto eversivo si rivolge solo nei confronti di quello che viene considerato come il nemico. Il politico, il sindacalista. Tutt’al più si cercano di limitare i “danni collaterali” evitando di colpire degli innocenti. Si sentono in guerra contro lo Stato e come soldati agiscono. 

Ma a Mesagne la bomba è scoppiata, ha ucciso indiscriminatamente. È stata la criminalità organizzata, dicono allora. Troppe coincidenze, si continua a ricordare. L’anniversario dell’attentato a Falcone che cade proprio in questi giorni e la scuola intitolata al giudice e a sua moglie Francesca Morvillo. La carovana antimafia di Libera che si trova adesso in Puglia. Gli strani messaggi del figlio di Provenzano, la figlia di Riina che vive a San Pancrazio Salentino, a pochi chilometri dal luogo dell’attentato. Pino Rogoli, boss della Sacra Corona Unita di Mesagne, attualmente in carcere. Tante coincidenze davvero, forse anche troppo abbondanti. Come se qualcuno ci volesse convincere subito che si tratta di una storia semplice da dirimere. Come se puntare subito il dito riuscisse a distogliere da altri pensieri. Per questo motivo sarebbe bene ricordare che l’azione delle mafie è basata sul puro calcolo, mero e feroce.

La sopravvivenza delle organizzazioni criminali si fonda su tre punti: il consenso sul territorio, la forza economica e i legami con la politica. Una strage indiscriminata non procura consenso né favorisce le attività economiche delle organizzazioni criminali, anzi ne mette a repentaglio la gestione. Una bomba rappresenta per le mafie l’extrema ratio: per colpire un simbolo, per uccidere un uomo dello Stato. Per pagare pegno o chiedere conto ai suoi interlocutori più occulti. E un attentato feroce e vigliacco come questo, senza alcuna logica apparente o con troppe logiche imbeccate fa pensare più all’intreccio tra criminalità comune e settori deviati di uno Stato italiano che mantiene al suo interno ancora troppe figure ambigue e oscure. A qualcuno che ha interesse affinché l’Italia torni ad essere distratta, destabilizzata, tremante e incapace di agire. A qualcuno che vuole spingere verso determinate scelte politiche, altrimenti infelici e dolorosamente impopolari, impossibili da imporre attraverso le normali vie della democrazia.

Non venitemi a parlare di strage di mafia, non ci credo. La parte sana dello Stato italiano magari riuscirà a trovare gli esecutori di questo atto ignobile un giorno, magari tra qualche decennio, magari remando controcorrente tra insabbiamenti e false piste. Ma i mandanti, no. Quelli non riusciranno a trovarli mai. Nessuna strage di Stato in Italia ha mai avuto mandanti. Non sarà certo Mesagne l’eccezione.

martedì 14 febbraio 2012

Ogni promessa è un debito

Fa specie pensare di stare scrivendo sotto l’ombra di un sistema di potere che da spettro traslucido si è inverato nel mondo reale. Cronache dal Quarto Reich saremmo tentati di sussurrare. Blitzkrieg come pochi, eppure quanto ben riuscito. Senza ore delle decisioni irrevocabili, senza dichiarazioni di guerra infuocate. Senza neppure sparare un colpo di cannone. Una fucilata. Una minicicciola. Eppure le reni stavolta gliele abbiamo spezzate davvero alla Grecia. Non noi italiani, che nella culla della civiltà lasciammo decenni or sono un maldestro sogno d’impero rattoppato e migliaia di morti inutili. I tedeschi. I tedeschi caparbi, cocciuti e tenaci come nessuno mai. Deutschland über alles intoniamo allora con la mesta gioia dei collaborazionisti, mentre il passo dell’oca dei tempi che furono viene sostituito dal picchiettare sordo delle dita sugli Ipad di qualche panzer-broker teutonico.

Fmi, Bce e Ue le nuove potenze di un criminoso Stahlpakt, un patto d’acciaio, un patto di sangue che ha condannato alla morte per agonia il popolo greco. La nera signora dalla falce senza martello ha dissanguato noi italiani ed è passata oltre sbarcando al Pireo. Senza un gravame di rimorso, in nome di un maledetto senso di responsabilità che vuole far espiare al popolo, incolpevole, le colpe dei suoi indegni rappresentanti e ingrassare la meschina avidità dei trust economici internazionali. Ancora misure di austerità in Grecia, ancora stipendi ridotti alla fame, ancora licenziamenti, ancora tagli ai servizi sociali, ancora povertà. Un potere d’acquisto ormai dimezzato nella migliore delle ipotesi mentre un greco su quattro non ha lavoro. Uno su quattro, 2.750.000 greci su undici milioni di abitanti, quasi un giovane su due. I posti letto negli ospedali sono stati tagliati del 40%, il salario minimo garantito sarà ridotto di un ulteriore 20%, le quote pubbliche di petrolio, gas, acqua e lotteria dovranno essere cartolarizzate e messe nelle mani di investitori privati.

Austerità la chiamano. Gravi misure “inevitabili e necessarie” per evitare “il baratro” le chiamano. Forse per un eccesso di pudore, perché le cose andrebbero chiamate con il loro nome. Si sta affamando un popolo per coprire i giochi speculativi dei potentati bancari. Tedeschi e francesi in primo luogo, i maggiori possessori di titoli di stato ellenici. Ma adesso che si è rotto il giocattolino pretendono che si aggiusti condannando alla morte economica e sociale milioni di persone. Forse anche politica, perché sappiamo fin troppo bene che ogni dittatura nasce e si nutre della disperazione economica più nera e dello sbando sociale. E non si dica che si tratta della solita demagogia del rimpallo per favore. Perché è ormai risaputo che le banche e i cartelli economici hanno una buona dose di correità nella crisi mondiale avendone favorito la nascita.

Una vera e propria manovra a tenaglia. Da una parte hanno incoraggiato gli stati con economie ancora acerbe a modernizzare i loro paesi (attraverso commesse e investimenti statali, e come se no?) in nome di un mercato che deve sempre crescere, crescere, crescere. Dall’altra hanno acquistato a man bassa i debiti sovrani di quegli stati e poi hanno minacciato di chiederne la restituzione. E adesso, con il sorriso dello strozzino, promettono aiuti generosi per nulla disinteressati. L’haircut del 70%, ma non vedi come siamo buoni? Meglio il 30% garantito che il default totale, che farebbe saltare in aria più di una banca cruccofranzosa con un possibile effetto a catena sull’economia mondiale…

Colpa del denaro, trasformato nella forma e nella sostanza, ridotto a ectoplasma dissolvibile e ricreabile a comando. Colpa di chi ne abusa. Nato come strumento per rendere più semplice lo scambio di merce è diventato, con il trascorrere dei secoli, esso stesso una merce. Le monete d’argento e d’oro, con il valore ponderale uguale a quello nominale. Il divorzio inevitabile, con il valore nominale che subentra a quello nominale. Poi gli assegni, le banconote. I libretti di risparmio, i buoni. Finisce l’era della convertibilità in oro garantita dal dollaro. Poi moneta di plastica, quindi impulso elettronico e quindi astrazione. Quasi metafora di sé. Ecco la ragione della débâcle mondiale. Ecco l’origine della nostra rovina. Se il denaro esiste come pura entità dello spirito allora diventa drammaticamente banale spostarne e manovrarne masse enormi con pochi clic. Sarebbe bastato – basterebbe – regolamentare le transazioni economiche di un certo livello, anche solo per evitare che qualcuno venda azioni che non ha e le compri con denaro che non possiede, magari in previsione di quanto potrebbe lucrare sulla differenza. Forse basterebbe – sarebbe bastato – solo questo per evitare di condannare definitivamente un popolo, e forse tanti altri ancora.

Non dico ritornare al baratto, che sarebbe improponibile al giorno d'oggi. Ma a forme di economie più sostenibili sì: reali, che non siano ossessionate dalla crescita obbligata. Magari ad economie semplificate. Più “spicciole” magari, con i soldi in mano. Alla fine, se ci fossero stati in giro ancora i tetradrammi simili vergogne speculative sarebbero state dannatamente più complicate da attuare.

giovedì 2 febbraio 2012

Marianesimo

Ieri a Sampieri c’ero.

C’era l’agricoltore dall’azienda in agonia taglieggiato dalla Serit. Il piccolo imprenditore strozzato dalla gelida burocrazia e incalzato dall’avidità di un sistema economico selvaggio. La casalinga arrabbiata, convinta che mai più avrebbe comprato nulla che non fosse siciliano. Lo studente curioso, il giornalista. Il padroncino con il camion dalle lucette multicolori, unico segno di discontinuità nella disperazione generale. Il ferroviere dal baffo libertario, sempre attento alla vitalità di un popolo esasperato. Il politico di professione mimetizzato tra la folla che cerca di recuperare la clientela perduta. C’era il pensionato, costretto dai tecnicismi vigliacchi di un governo macellaio ad arricchire le banche con il frutto del lavoro di una vita. C’era il disoccupato, senz’arte né parte, senza futuro né presente. C’erano i siciliani. C’ero anch’io.

I discorsi si intrecciavano rivelando ciascuno il proprio dramma personale. Ammettendo errori, perpetuando sbagli nell’egoismo più tristo e selvatico. Poi arriva lui, il Messia. Nervosi occhi azzurri che si guardano intorno, cappellino d’ordinanza, la rabbia in corpo. La folla lo accoglie con calore. I fedeli lo acclamano come l’uomo mandato dalla Provvidenza… Mariano Ferro, il forcone.

È inutile fingere che niente stia accadendo in Sicilia. È inutile minimizzare, sminuire, ridicolizzare. Bisogna innanzitutto capire.

Il Movimento dei Forconi nasce da un bisogno reale. La recessione avanza veloce e inesorabile senza che alcun provvedimento a breve termine sia stato preso dalla politica per dare ossigeno alle finanze spicciole di un popolo con l’acqua alla gola. La gente è arrabbiata, la gente è stremata. La gente pretende una soluzione ai propri problemi. Spesso ignora quale possa essere, ma la pretende lo stesso. A cosa servono i rappresentanti politici se non a risolvere problemi della collettività? Molti poi hanno sempre chiesto al politico di turno, dato il proprio contributo e ottenuto (briciole) spesso a danno di altri. Se quel meccanismo assistenzialista si è rotto, si deve pure poter aggiustare, no? La rivoluzione a rebours.

Il Movimento dei Forconi è un movimento populista. Il suo leader carismatico, Mariano Ferro, mescola sapientemente la concretezza contadina con gli strumenti retorici più fini riuscendo a trascinare le masse e a smuovere i sentimenti più viscerali della gente. Suo malgrado, Ferro sta diventando il novello Ducezio dei diseredati siciliani. Quelli per finta (ieri il numero dei SUV, di Bmw e di Mercedes si sprecava) che vorrebbero tornare a mangiare, e quelli per davvero che invece stanno morendo di fame. “Mariano ci dirà cosa fare” ho sentito più di una volta ieri, con un sussulto messianico che mi ha lasciato decisamente perplesso. Ferro è una personalità degna di attenzione la cui conoscenza andrebbe approfondita. Parte spesso da principi indiscutibilmente validi e idee eccellenti quali la promozione delle eccellenze agricole locali o la tolleranza zero per gli imprenditori che remano contro l’imprenditoria siciliana per loro tornaconto, il recupero delle accise sui carburanti siciliani, l’attuazione dello Statuto regionale. Il problema, però, è che talora giunge a conclusioni confuse o discutibili che sembrano voler soltanto cavalcare il malcontento popolare. Vogliamo che si rimetta in moto l’economia, vogliamo il lavoro: e chi non lo vuole? Vogliamo risposte. Oh bella, ma quali sono le domande?

Il Movimento dei Forconi sta raccogliendo un consenso di massa, trasversale e politicamente ingenuo. I blocchi che hanno paralizzato la Sicilia, indiscriminati, disorganizzati e autolesionisti, sono stati conseguenti alla mancanza di una coscienza politica consapevole nella maggior parte dei manifestanti. Così come le infiltrazioni politiche, criminali e mafiose, tristemente inevitabili in un movimento di massa che pure è stato attento a non farsi contaminare troppo dalle mele marce.

Il Movimento dei Forconi non è ancora un movimento rivoluzionario. La rivoluzione è un processo storico che necessita di analisi, programmazione e cognizione politica. Scambiare una rivolta di popolo per la rivoluzione significa veder precipitare le speranze e l’entusiasmo dei rivoltosi in un gattopardesco “cambiare tutto per non cambiare nulla” con i pochi soliti noti (e qualche ignoto) che si approfitteranno della buonafede di tutti gli altri. La rivoluzione deve precedere la rivolta: l’una dipende dall’altra, necessariamente. Non considerateli semplici sinonimi intercambiabili. Se il fuoco della lotta avrà acceso in ciascuno la fiammella di una coscienza e una di visione politica in grado di crescere ed irrobustirsi, lontano dagli errori del passato, allora il Movimento avrà vinto. E sarà stata una vittoria epocale. Diversamente, si sarà trattato di una jacquerie fallimentare in cui tanti Jacques Bonhomme si ritroveranno ancora più delusi e disillusi, certi che la lotta politica serva solo ad ingrassare i panciotti di qualche signorotto dalla parlantina fluida.

Il Movimento dei Forconi si appresta a diventare un partito. Anche se ancora non lo sa. O se lo sa, lo tiene nascosto ai più sprovveduti. Si urla a gran voce che tutti i politici vadano a casa per aver tradito il proprio elettorato ma nessuno preferisce chiedere che cosa accadrebbe se questi benedetti politici corrotti (ma chi li ha votati, infine?) tornassero davvero a coltivare il proprio orticello. Se hanno tradito il contratto elettorale a chi si rivolgeranno i forconi? Chi saranno i loro interlocutori? “Le istituzioni”, dicono. Ah no, troppo facile così. Ecco perché il movimento rischia grosso. Da una parte, se non si vorrà “sporcare” con la politica, rischierà di ritrovarsi invischiato con facce nuove nei vecchi meccanismi clientelari che hanno contribuito in larga parte ad impoverire il popolo siciliano. Dall’altra, qualora diventasse un partito strutturato, rischierà di mandare a palazzo dei Normanni il migliore dei Forconi che, in barba alle più oneste intenzioni, sarà destinato a diventare Forchetta come tanti altri in passato. Perché tutti i siciliani siamo uguali, ma qualcuno è più uguale degli altri.

venerdì 20 gennaio 2012

Il morbillo di Cassandra

Quattordici anni il mio primo sciopero. Non ne ricordo più i motivi, sempre che ce ne fossero. Una riforma scolastica che qualcuno ci aveva detto essere cattiva, i parcheggi dei motorini negati all'interno del cortile. Un topo intravisto dalla memorabile signora Puccia. Forse solo una bella giornata, troppo bella ancora per sprecarla rinchiusi in una classe tra un angolo complementare e una rosa rosae che proprio non voleva entrarci in testa. Una scusa sempre si trovava. Primo sciopero, primo corteo di una lunga serie per una coscienza politica curiosa ma ancora troppo acerba e facile a lasciarsi affabulare dai rappresentati d'istituto, magari già maggiorenni e attivisti di partito, capaci di trascinare folle di ragazzini al grido di slogan sognanti e un poco stantii. Non importava se sotto la kefiah si rifugiasse una barba o se il bomber nero fosse sormontato da una testa rasata e uno sguardo truce: la politica chi la conosceva, pensavamo di cambiare il mondo con il nostro entusiasmo e l'occupazione di una scuola rappresentava l'atto più eclatante della rivoluzione in corso. Si urlava contro i professori, simbolo del potere scolastico, mentre i pochi che non aderivano allo sciopero rischiavano il linciaggio da parte di noi manifestanti inferociti per quella mancata solidarietà di corpo che avrebbe rovinato ogni cosa. Neppure per i giornalisti provavamo tanta simpatia, “giornalai venduti” che non volevano comunicare alla società civile le ragioni della nostra strenua lotta fino alla morte, lotta dura senza paura.

Ma durava poco. Arrivava qualcuno della Digos – magari solo un vigile urbano incattivito – che minacciava chissà quali ritorsioni penali. L'otto in condotta votato dal consiglio di classe, i genitori adirati dalla lettera che il preside aveva inviato a casa di ogni eversivo rivoluzionario. E si ritornava allora agli odiati Galli e Vercingetorige ai seni e ai coseni (più ai seni) e a quel ramo del lago di Como che, chissà perché, volgeva sempre a mezzogiorno nonostante l'indubbia caratterizzazione geografica.

Crescendo fui sopraffatto da animaletti puntuti e sottesi razzismi professorali sepolti ormai dall'intelligenza del tempo. Piombai in un purgatorio scolastico a scontare i guai di un sistema educativo ottuso e fallimentare. In quel luogo funesto conobbi una professoressa di storia e filosofia, un po' stramba a dire il vero. Che il programma sì, c'è l'esame e ci tocca farlo, però provocando discussioni, stimolando curiosità, consigliando letture, incoraggiando riflessioni. Non mi appariva più una dispensatrice di nozioni e voti, non un nemico da combattere. Grazie a lei guarivo lentamente – ma non lo sapevo ancora – da una morbo pestilenziale che avrebbe infettato, altrimenti, il mio animo. Avvelenata la ragione da un sentimento marionetta il manovratore avrebbe avuto facile mano nel pizzicare i fili invisibili che avrebbero mosso le mie azioni indistintamente a quelle di altri sulla scena. E alla fine dello spettacolo, ammucchiati in una scatola i pupazzi che tanti applausi avevano ricevuto per la fedeltà degli atti e la verosimiglianza nelle mosse, il burattinaio sarebbe tornato dagli altri simili suoi compari progettando operette e fondali su cui fare sfilare burattini dalle membra slogate. Guarivo dal virus di una coscienza politica indifferente, felice di essere ingannata dall'agitatore di popolo che dava facili risposte a domande complicate. Comprendevo quanto velocemente questa malattia potesse tornare, o propagarsi, rivestita d'una nuova lucida foggia, e come sempre dovessi vigilare con l'antidoto della ragione lucida e della critica eretta a sistema di pensiero.

Il morbillo della coscienza politica indifferente, bisogna guarirne da piccoli. Almeno inocularne il vaccino per curare possibili ricadute. Senza di esso, una volta cresciuti, le malattie esantematiche dei populismi attaccheranno il corpo sociale provocando danni irreparabili. E solamente resteranno nell'animo di chi ha potuto curare i sintomi più nefasti due sentimenti, reali e contrastanti. Invidia, la stessa che si prova per il candore di un bimbo che si affaccia alla vita. E rabbia, quale dovette provare Cassandra alla vista di un cavallo di legno, consapevole che le sue parole sarebbero rimaste ancora una volta, come sempre, inascoltate.

Cinque giorni

Primo giorno di manifestazione. Io la penso così.

Secondo giorno della manifestazione. Polemiche su vicinanze e pericolose connivenze politiche di destra fama... Apriamo gli occhi a quanti li hanno chiusi ma cerchiamo di prendere quanto di buono c'è in questa manifestazione: l'impegno di gente che prima di politica non ne ha mai voluto sapere. Il compito di chi osserva criticamente sta allora nel mediare le istanze più che legittime e la giustissima rabbia delle persone e trasformarle in un percorso meditato e ponderato. Non strumentalizzarle, ma aiutare in tutta onestà intellettuale chi non possiede gli strumenti a formulare un'idea politica di medio e lungo respiro. In modo tale che, una volta presa coscienza di ciò che stanno facendo, possano allontanarsi (se lo credono) da gentaglia neo-fascista e neo-qualunquista di ogni risma.

Terzo giorno di manifestazione. Ieri sera sono tornato in un paio di presidi a Modica per cercare di "tastare il polso" ai manifestanti. Moltissima rabbia e malcontento, nessuna programmazione o coordinamento, idee confuse e speranze al limite dell'illusione sull'esito dei blocchi. Nessun condizionamento politico o partitico degno di nota, almeno a Modica... Forza nuova comprimaria della manifestazione? Stupidi gli altri movimenti che non stanno scendendo in strada per capire e discutere con i manifestanti. E' un movimento di popolo? Una folla non pensa, d'accordo, ma i singoli componenti sì. I partiti hanno fallito? Ripartiamo dall'antipolitica allora, strappiamola al populismo e agli sciacalli di ogni colore e facciamo in modo che sia un punto di partenza per radicare una nuova coscienza, politica questa, nella gente. Invito, infine, quanti deridono l'ingenuità e la grammatica zoppicante di certi manifestanti a discutere senza preconcetti con loro. Rimarrebbero sorpresi della saggezza che si può trovare in strada, lontano dai libri.

Quarto giorno di manifestazione. Ieri corteo al Corso Umberto di Modica al quale si sono aggiunte le scuole. I ragazzi sfilano rumorosamente, com'è normale che accada in un corteo di giovani e scuole. Poi l'anormale. I ragazzi si siedono a terra e si preparano ad un sit-in davanti al Comune ma subito arriva un capo-popolo in tenuta da "forcone" che li fa alzare e comincia a farli inveire contro i negozianti che sono rimasti aperti... Perché questa guerra tra poveri? Perché l'individuo in tenuta blu da forcone non ha voluto che si tenesse un pacifico sit-in contro quella politica che si dice tanto di voler prendere a calci nel sedere? Temo, piuttosto, che questo movimento sia guidato da persone che i politici, soliti noti e vecchi volponi, vogliano tenerseli buoni. In caldo, in attesa del ritorno al caro assistenzialismo croce e delizia del popolo siciliano.

Quinto (ultimo?) giorno di manifestazione. Il faccia a faccia di ieri tra Lombardo e Ferro quasi un regolamento di conti tra vecchi compagni di partito e l'appuntamento per un futuro agone elettorale. A questo punto credo sia chiaro, soprattutto dopo la passerella involontaria offerta dall'ottimo Sandro Ruotolo (che però ieri mi ha deluso non poco), che i leader del movimento si apprestano a fondare un nuovo partito raccogliendo consensi nell'enorme e giustificato bacino di scontento popolare ma intellighenzia tra populismi e autonomismi vari, formazioni di centrodestra e destra esaltata. Una protesta disorganizzata, senza richieste chiare e ragionevoli e senza interlocutori istituzionali si appresta a morire tragicamente d'inedia. Anche se continuasse ad oltranza... Bloccare chi, bloccare perché? Bloccare invano. Come una madre che per protestare contro la fame del figlio lo lascia morire di fame... "Sempri i pezzi vanu all'aria" dice un proverbio modicano. E' una guerra tra poveri, un armiamoci e partite che non può convincere quanti sanno come vanno le cose in Sicilia. E la brava gente che protesta al freddo pensando davvero di salvare la propria terra dalla disperazione (il 98% per cento di quelli scesi in strada) mentre bravacci squadristi impongono con la violenza e le minacce i diktat di una rivoluzione per finta voluta da leader ambigui che sognano di dominare il popolo siciliano quanto e più di altri.

sabato 14 gennaio 2012

Forconi, gattopardi e sciacalli

Rivoluzione, non mi piace la parola. Pur affascinato da esplosioni di vitalità giacobina che della storia hanno cambiato il corso guardo sempre con sospetto quanti abusano di questo termine. Sorrido piuttosto alla rivolta contro l'assurdo che non invoca ragioni, la solidarietà umana dei senza parole che regala dignità a ciascuno. Abbraccio, infine, le palingenesi che cauterizzano le piaghe di un mondo sbagliato e riportano l'organismo sociale a nuova vita. Migliore e diversa, meditata nuova vita.


Non mi fido del “Movimento dei Forconi”. Non mi fido di ciò che è diventato. Troppo a lungo abbiamo sperato che esplodesse la rivolta del nostro popolo, ignavo e turbolento, teorico della rivoluzione più infuocata ma pratico, talora, della sottomissione compiacente come pochi. Siamo capaci di grandiose rivolte, da quando cacciammo Verre dalla nostra terra fino ai missili Cruise passando attraverso i Vespri sanguinosi, le riappropriazioni contadine e i non si parte dell'indimenticata Maria Occhipinti.


Siamo un popolo ostinato. Come le radici del carrubo che spaccano la pietra vincendo un terreno aspro e maligno così noi. I siciliani. Il giudice che si incaponisce per un principio di giustizia pagando il prezzo più alto per i suoi ideali. Il piccolo imprenditore che non cede ai vili ricatti dei mafiosi senza onore. L'uomo di cultura vicino al sentire di chi lo circonda e capace di uscire dalla scintillante torre d'avorio che si è costruito. L'operaio vessato da un perfido sistema economico che chiede solo di poter lavorare. Il politico onesto in grado di tradurre le esigenze del suo popolo in proposte di sviluppo per la collettività. Il professionista che aiuta e non opprime. Il contadino che rifiuta le logiche di mercato devote ad un prodotto senza sapore e senz'anima. È questa la Sicilia che amo e che difenderò sempre con passione.


Odio, invece, i populismi che fanno leva sui facili sentimenti. Giustificati sentimenti. Ma cosa accadrà quando le pale spaleranno la cenere del rogo liberatorio al quale ognuno dei forconi avrà portato qualche fascina? Senza una visione politica, senza un progetto comune. Accadrà quello che è sempre accaduto dopo ogni rivoluzione, anche tra quelle più arrabbiate.


Quanti tra i Forconi che si agitano per aria appartengono ai vecchi gattopardi della piccola e grande imprenditoria siciliana che per decenni hanno percepito contributi a pioggia rifiutando ogni forma di consociativismo e di innovazione in nome della propria avidità? Quanti tra loro hanno supportato una classe politica allevata sul voto di scambio che ha trasformato la vitalità, l'iniziativa e la fantasia del nostro popolo in accattonaggio e perverso assistenzialismo? E quanti tra loro, pur potendo scegliere, hanno preferito la raccomandazione e la mafia, il profitto e l'egoismo sputando in faccia con arroganza alla società dei giusti? Quanti fra questi, gattopardi affamati che vedono diminuire le possibilità di pasto ai danni della collettività ma a proprio beneficio, si sono trasformati in forconi adirati, in sciacalli furiosi?


Esiste il ravvedimento, vero. Mi piacerebbe vedere allora i gattopardi di un tempo fraternizzare con i rivoltosi di oggi e fare sincera ammenda degli errori del passato. Mi piacerebbe che i forconi riuscissero a cacciare via gli sciacalli che cercheranno di convogliare le energie fresche di un movimento ingenuo e affascinante per proprio tornaconto.


Accadrà? Non accadrà. Perché le rivoluzioni le fanno i borghesi e a tutti gli altri arrabbiati toccherà ancora una volta svolgere il ruolo di una illusa pedina, ben contenta di rientrare nei ranghi di un popolo mendico e piagnucoloso, incapace di prendere davvero in mano le magnifiche sorti subalterne e progressive.

domenica 18 dicembre 2011

E' stato il negro

Dieci anni fa a Novi Ligure una ragazzina uccise la madre con quaranta coltellate e il fratellino undicenne con cinquantasette fendenti dopo aver tentato inutilmente di avvelenarlo e di affogarlo nella vasca da bagno. Erika de Nardo, allora sedicenne, e il fidanzato Omar Favaro che la aiutò a compiere il massacro accusarono del duplice omicidio due albanesi. Innocenti che rischiarono la morte per le mani di una folla inferocita. Un tunisino fu accusato della scomparsa di Yara Gambirasio, poi trovata morta mesi dopo. Si indaga ancora, ma è certo che il tunisino non sia legato a quella morte tragica. Mesi fa una studentessa spagnola denuncia uno stupro a Roma in piena Trinità dei Monti. Si pensa subito a stranieri, ma dopo qualche giorno la ragazza ammette che si era trattato di un gioco erotico con il suo compagno.


Torino, 10 dicembre. Una ragazzina torna a casa sconvolta: in lacrime, confessa di essere stata violentata da due uomini. “Erano stranieri e puzzavano” dice. Gli zingari di sicuro, quelli del campo nomadi che si trova non troppo lontano da casa sua. Monta il livore della gente, si soffia sul fuoco di facili sentimenti. Mentre la polizia indaga sullo stupro gli abitanti del quartiere organizzano una fiaccolata di protesta: i forconi tuttavia si innalzano al cielo e presto la folla, schiumante di rabbia, darà sfogo al furore più cieco incendiando il campo rom.


E poi arriva la verità più trista. La ragazzina ha inventato ogni cosa. Niente stupro, niente violenza ma un rapporto sessuale – si spera voluto – con un ragazzo. Circondata da un ambiente retrivo di cristianità bigotta e superficiale che nel nome di una verginità del corpo – non si sa se pure di spirito – la obbligava a frequenti visite d'accertamento dal ginecologo, la ragazzina, di certo immatura e forse anche un po' sciocca, non ha avuto animo di reggere quel marchio scarlatto che l'avrebbe bollata come impura e peccatrice agli occhi della sua famiglia. Meglio stuprata che non più vergine. Illibata, come si diceva un tempo. Così, terrorizzata dalle conseguenze determinate da una condotta morale trasgredita ha scelto la via più ovvia per essere creduta. È stato lo zingaro. È stato il negro.


Forse la ragazzina non si è resa conto delle conseguenze della sua azione. Forse la sua bugia non è stata nemmeno un gesto di scoperto razzismo. Peggio, anzi. Perché l'aver additato istintivamente lo zingaro come protagonista di una violenza tra le più odiose rappresenta la conferma terribile di quanto questo sentimento di intolleranza sia stato assimilato nel corpo della società e non percepito più come tale. La ragazzina voleva salvarsi dalla punizione della famiglia, che pensava terribile, e nell'angoscia di un senso di colpa gravante nell'animo ha agito in maniera impulsiva. Da sedicenne, se vogliamo. Da sciocca sedicenne terrorizzata...


Sì, la sto difendendo. Perché la prima vittima di un crimine orrendo è stata lei. Ciascuno è libero di scegliere per sé la condotta morale che più ritiene opportuna, anche la castità o la libertà sessuale. Fondamentale che una simile scelta però sia stata cosciente e meditata, non imposta da dogmi terroristici. E se la giovane età impedisce di operare scelte consapevoli allora sarà la morale familiare, attraverso l'esempio e il dialogo, a trasmettere la giusta condotta da seguire. La maturità e l'indipendenza nel giudizio, una volta raggiunte, suggeriranno in seguito il percorso corretto che non necessariamente dovrà essere quello familiare. Ci sarà chi, educato alla verginità del corpo, comprenderà come questa sia stata la mortificazione di uno degli atti d'amore più spontanei esistenti in natura e prenderà un altro percorso. Ci sarà chi, invece, cresciuto nella libertà sessuale, sentirà l'esigenza di un rapporto più intimo con il proprio spirito e sublimerà il desiderio o lo trasformerà in un edonismo ponderato.


Nessuno stupro è avvenuto quel giorno, nessun corpo è stato violato. Non è stata la ragazzina ad appiccare il fuoco alle baracche del campo nomadi. Nessun morto nell'ignobile rappresaglia ma povere cose consumate dal fuoco, vite precarie buttate in un abisso ancor più tragico di un quotidiano sospeso tra miseria e criminalità.


In una società civile nessuno avrebbe pensato di vendicare una violenza atroce con altra violenza, nessuno avrebbe approfittato di un crimine per sfogare le proprie frustrazioni e la propria becera intolleranza sull'accattone, sullo zingaro. Sul diverso. In una società civile la ragazzina sarebbe punita per procurato allarme, seguita da uno psicologo e assegnata a qualche forma di servizio sociale in grado di farle recuperare il giusto contatto con la società. In un paese civile, infine, non si sarebbe preteso di insegnare una morale sessuale ad una ragazzina infrangendo il suo pudore e violentando con attenzioni morbose un corpo e un’anima che sta imparando ad amare. Non così, uccidendone per sempre le emozioni in nome di un dogma incompreso.