venerdì 10 febbraio 2006

Spacchiamo tutto

Gli antichi Greci erano una popolazione particolarmente litigiosa. Litigiosa e fiera. Disposti a scannarsi l’un l’altro per il possesso di una pianura o per aver coltivato dei campi consacrati, disposti a mobilitare un esercito panellenico in una sanguinosissima guerra decennale per vendicare il rapimento di una donna. Solo i giochi olimpici riuscivano a sospendere i contrasti tra le varie poleis: i Greci si riunivano, tutti chiedendo la protezione di Zeus, e gareggiavano lealmente, a perpetuare i principi fondanti della loro stessa civiltà.

Questa pomposa introduzione per dire che i no-global, i disobbedienti, gli anarco-insurrezionalisti (dovrò scrivere un giorno di questa categoria inventata dai media che nella realtà non esiste!) e tutto il resto del variegato mondo dei contestatori stavolta ha sbagliato. Di brutto. Bloccare la fiamma olimpica, e cioè un simbolo di pace – antiquato quanto si vuole, ma pur sempre un simbolo – è stata una mossa degna di intolleranti della peggiore risma, che pur di poter avere un momento di celebrità di fronte alle tv di tutto il mondo è disposta a qualunque cosa. Ma non capite che in questo modo vi fate strumentalizzare? Non fosse altro perché i vari Fini o Berlusconi si sentiranno autorizzati a definirvi con aggettivi quali eversivi (e la gente ha sempre paura di simili aggettivi) e ad agire di conseguenza.

Dando la possibilità ad entrambe le parti di sentirsi vittima e di innalzare all’onore dei propri altari i martiri immolati alla propria causa.

So perfettamente quanto la disperata situazione attuale, sia in Italia che nel mondo, provochi nell’animo di tanti una rabbia difficilmente controllabile: quasi ad invocare una palingenesi di violenza e distruzione per un mondo migliore – o quantomeno diverso. Non posso negare di essere stato molte volte tentato da una simile soluzione: ma non possiamo distruggere tutto, o passeremo la nostra vita a spalare le macerie. Né la soluzione può essere cercata in atti dimostrativi che spingano la base all’azione: si dovrebbe prima spiegare alla suddetta base i motivi di simili atti, sia che si voglia bloccare il passaggio del tedoforo della fiamma olimpica, sia che si decida di demolire una città per protesta.

Spaccare le vetrine dei negozi o incendiare delle auto per convincere la gente che l’attuale sistema è il male personificato non spingerà la base all’azione credetemi, spingerà solo la base contro di te per ciò che hai fatto. Ritengo personalmente questo attuale sistema un sistema deleterio per l’uomo e per la vita associata in generale, ma la distruzione improvvisa di un sistema simile provocherebbe danni ancor più grandi della sua permanenza: non credo nelle rivoluzioni, perché portano al potere una esigua elite che si arroga il diritto di decidere della vita di tutti – esempio di rivoluzione elitaria per eccellenza la rivoluzione d’ottobre.

Stringendo invece il campo alla vita di tutti i giorni, se io distruggo una macchina per compiere un atto dimostrativo il proprietario sarà costretto a risparmiare per riparare il danno subito o, peggio ancora, per comprare una nuova auto. E se il proprietario è un operaio, con uno stipendio limitato, con una famiglia da mantenere e i tanti problemi di tutti gli operai allora è chiaro che quell’uomo non seguirà la “prospettiva rivoluzionaria” ma se ne terrà lontano odiando le persone che la portano avanti e cercherà la sicurezza. La sicurezza dello Stato di polizia, dell’ordine costituito, della schedatura orwelliana.

Per quanto possa essere populista – qualcuno direbbe “qualunquista” – il mio pensiero, so che la gente vuole vivere tranquilla, abitare le proprie certezze – anch’io lo voglio, dopo tutto: e chi sono io per imporre acriticamente agli altri ciò che deve fare, ciò che deve pensare, ciò che è giusto e ciò che è sbagliato? Allora ecco apparire la rivolta come unico strumento possibile: dove per rivolta s’intenda il rifiuto delle logiche attuali di questa società e l’azione per un suo sovvertimento, dove per strumento della rivolta s’intenda la parola, il dialogo, la comunanza d’idee. Parlare con la gente, usare lo stesso linguaggio della gente, spiegare le nostre ragioni e cercare di organizzare un’azione comune.

Dire “Noi abbiamo ragione e voi avete torto” non servirà a cambiare le cose, dire “noi siamo i migliori perché abbiamo le idee chiare e voi non avete capito niente” non è l’atteggiamento giusto. Capisco che parlare con la gente sia più difficile che urlare uno slogan in un corteo di protesta e che spiegare le proprie ragioni sia più sfibrante e a volte meno soddisfacente che spaccare tutto quello che ci passa davanti.

Dipende da cosa si vuole ottenere.

mercoledì 8 febbraio 2006

Forse perché da bambino preferivo alle giostre l'autoscontro

Ricevo e pubblico con piacere:

“Voce della Luna,

sono un fiero Comunista che ha letto con sdegno ed amarezza il tuo articolo sulla Repubblica Popolare di Cuba. Evidentemente voi fascisti non avete ancora capito da che parte sta la libertà se continuate ancora a condannare Fidel Castro e il suo governo dimenticando invece quanti altri delitti e quanta furia liberticida esportano nel mondo i tuoi adorati americani. Vedi Fidel come un dittatore perché vuole difendersi dall’avanzare del liberismo e non vuole piegarsi “all’oppressione della grande (pre)potenza mondiale yankee” (inutile che prendi per il culo un dato di fatto perché è così). E poi chi ti dice che quello è davvero un giornalista che sta facendo uno sciopero della fame e non è invece una fotografia di qualche malato terminale che la CIA ha messo in rete per screditare Fidel e il suo paese? Ti ricordo se non lo sai che gli americani hanno fatto di peggio con “l’Operazione Condor”, quindi non vedo perché non possono aver fatto anche una cosa simile. Poi come molti falliti della tua parte, dopo aver distrutto l’ideologia comunista ti metti a glorificare Bertinotti per la sua coerenza ma siccome non ce la fai a nascondere del tutto la tua vera natura che fai? Sfotti “i ragazzini con la kefia” che certo ti devono dare fastidio quando esci la mattina in giacca e cravatta per andare al tuo elitario posto di lavoro. Guarda che questi ragazzini hanno una coscienza politica che tu te la sogni, perché prima di scrivere o dire delle stronzate si informano senza seguire quello che dice il proprio capo nano. Infine ti voglio dire che puoi tenertelo per te questo linguaggio da borghesuccio di merda dei salotti buoni perché con me non attacca.

Cmq tranquillo caro qualunquista, ormai avete finito di comandare, le elezioni si avvicinano.
Spero che qualche virus formatti il tuo computer…

Con profondo disprezzo,

Gianni”


Caro Gianni, si capisce chiaramente dalla limitatezza del tuo linguaggio ma soprattutto dalla tua ottusità mentale che fai parte della schiera dei suddetti ragazzini con la kefia. Voglio dunque analizzare insieme a te questa mail per farti capire quanto tu sia fortunato ad avere un cervello simile: nuovo, mai usato voglio dire.

Evidentemente voi fascisti… Perché nella tua logica di bimbetto col pugnetto alzato e il cervello spento una persona che ha idee diverse dalle tue può essere solo fascista. Ebbene, mi dispiace deludere le tue aspettative, ma non sono un fascista, così come non sono comunista, così come non sono di destra così come non sono di sinistra. Non sono nemmeno di centro se questo ti può deludere maggiormente. Semplicemente, come ho anche scritto altrove, credo nell’individuo e nella libertà che non ha colore, credo nel pensiero critico e nel dubbio sistematico che mi consenta di guardare una situazione da più angolazioni in modo tale da comprenderne la complessità. Non credo esistano poteri buoni, così come credo che il compito di ciascuno di noi sia quello di sopravvivere al potere e di combattere contro il pensiero unico e premasticato.

…non avete ancora capito da che parte sta la libertà… Certo non dalla parte di Fidel Castro, e certamente nemmeno dalla parte degli Stati Uniti guerrafondai e prepotenti.

E poi chi ti dice che quello è davvero un giornalista che sta facendo uno sciopero della fame e non è invece una fotografia di qualche malato terminale che la CIA ha messo in rete per screditare Fidel e il suo paese? Nessun commento. È semplicemente ridicolo quello che dici. Sei talmente preoccupato a difendere Cuba e il supposto comunismo cubano che non ti accorgi delle fesserie che stai dicendo.

…dopo aver distrutto l’ideologia comunista... Io non ho distrutto un bel niente, ho solo scritto una mia opinione – spero di poter ancora avere diritto ad avere una opinione personale. Per quanto riguarda l’ideologia, sarebbe interessante che tu mi elencassi i classici dell’ideologia comunista che hai letto o studiato, sebbene sia del parere che tu non abbia letto molto in proposito. Personalmente preferisco ai testi sacri del comunismo gli scritti di Camillo Berneri, ucciso dai sicari di Stalin durante la guerra civile spagnola.

Sfotti “i ragazzini con la kefia” che certo ti devono dare fastidio… Certo che lo faccio, e a ragion veduta. Perché mi fanno solo ridere questi ragazzini figli di papà che vestono “alternativo”, che fanno i trasgressivi, che si atteggiano a “comunisti” senza sapere nemmeno cosa significhi e che vanno appresso alle mode di pensiero… Gli anticonformisti conformati all'anticonformismo: tutti uguali nella loro diversità.

…quando esci la mattina in giacca e cravatta per andare al tuo elitario posto di lavoro… Nella mia vita avrò messo giacca e cravatta quattro o cinque volte e non ho alcun elitario posto di lavoro – anzi, a dirla tutta studio ancora e il lavoro (quello serio) non è ancora una meta vicinissima per me…

Guarda che questi ragazzini hanno una coscienza politica che tu te la sogni, perché prima di scrivere o dire delle stronzate si informano… Questa categoria di cui presumibilmente anche tu fai parte non ha, nella quasi totalità dei casi, coscienza politica: è una categoria facilmente manovrabile, basta dare loro due tre ideali affascinanti e di facile comprensione, un eroe da venerare (evitando di conoscere la sua storia), l’idea che comunismo significa permissivismo ed eccoti creata la caricatura – fin troppo reale – del giovane comunista. Su quel "si informano" mi piacerebbe indagare meglio: informarsi non significa sentire solo le opinioni della parte che ci piace, ma avere l’accortezza di ascoltare e comprendere le ragioni della parte che consideriamo lontana dal nostro pensiero… Si chiama onestà intellettuale, prendi appunti.

…senza seguire quello che dice il proprio capo nano…L’unico capo a cui faccio riferimento è la mia coscienza. Berlusconi è sicuramente un individuo opinabile e potenzialmente pericoloso per l’Italia – credo che i fatti lo abbiano ampiamente dimostrato –, ma ormai l’antiberlusconismo sta diventando una pietosa maschera per nascondere la rissosità e l’incoerenza delle varie componenti della sinistra italiana. Che ritornino a parlare con la gente invece e a capirne i bisogni.

Infine ti voglio dire che puoi tenertelo per te questo linguaggio da borghesuccio di merda dei salotti buoni perché con me non attacca… Punto primo: il blog è mio e scrivo come mi pare – e nessuno ti obbliga a leggerlo. Ad ogni modo non credo sia un crimine scrivere in un buon italiano, al contrario della scialba e anonima lingua da MTV che tu usi. Punto secondo: evidentemente devi conoscerli bene questi salotti buoni che citi, se vi hai riconosciuto il mio linguaggio. Quale professione esercitano i tuoi genitori? Medico, professore, ingegnere, avvocato… Mio padre è pensionato, mia madre casalinga: anche volendo usare categorie primitive a cui fai riferimento come quelle delle classi sociali, chi è più borghese, io o tu?

…Cmq tranquillo caro qualunquista… Non ho mai avuto la pretesa di essere un profeta o di convertire qualcuno con le mie parole.

Spero di aver risposto in maniera esauriente a tutti i tuoi dubbi: dovresti imparare a farla funzionare da te questa testolina, altrimenti sarai solo uno strumento nelle mani del potente di turno che ti butterà via quando comincerai ad essere d’impiccio.

Compra una kefia in meno e un libro in più… A volte serve.

martedì 7 febbraio 2006

Cronache da una città impazzita

Ovvero: talebani di casa nostra

Conscio del più deleterio autolesionismo mi accingo a scrivere un post su un argomento del quale, nella città che mi ospita, è bene parlare sempre bene: sant’Agata. Chiunque facesse il contrario rischierebbe seriamente il linciaggio di una folla inferocita per aver osato profanare verbalmente la Santuzza e la sua festa, soprattutto in una città in cui i suoi abitanti sono tutti devoti devoti tutti (per chi non lo sapesse è il motto dei devoti catanesi di sant’Agata).
Per chi non conoscesse questa incredibile festa barocca – inclusa dall’Unesco tra i beni dell’umanità non materiali di carattere etnoantropologico – può cliccare qui.
Ho perduto tanti anni fa la fede e con essa la capacità di sentire nel più profondo del mio animo la gioia e la fortissima emozione che una festa religiosa può scatenare in ogni credente. Non voletemene male perciò se dirò che accolgo con un senso di fastidio eventi di questo tipo: l’unica cosa che mi turba ancora oggi è la gente che vi partecipa.
Un misto di commozione, rispetto e repulsione.
Perché la fede tocca le corde più sensibili di ogni animo: soprattutto nei momenti di sconforto, quelli in cui ti senti abbandonato e solo, quelli in cui hai la necessità di credere che esista qualcuno o qualcosa al di sopra di te che ti sostiene in quei momenti così difficili, fosse anche solo per incolparlo e per bestemmiare il tuo dolore e le sofferenze che quotidianamente sopporti… Per avere la forza di continuare. Per non crollare. Comprendo perciò questa gente e comprendo – a differenza di altri – la loro necessità di credere. Comprendo le loro lacrime e le loro invocazioni, comprendo il loro trasporto e la loro tensione emotiva, comprendo cosa significhi sentirsi piccolo piccolo di fronte all’immensità del cosmo che loro preferiscono chiamare Dio.
Questo non significa che giustifichi o tantomeno accetti le farneticazioni e le ipocrisie di chi ha voluto mascherare la fede con la caricatura di una religione.
Non riesco a trovare altri sinonimi per ciò ho visto e che vedrò in ogni festa patronale che si rispetti: gente che si flagella a sangue durante le processioni, che cammina scalza, gente che decide di fare ripide scalinate in ginocchio o che mette dolorosissime corone di spine in testa, gente che veste col saio per anni o che si trascina appresso per quasi due chilometri enormi ceri accesi, gente che porta a compimento voti deliranti pur di ingraziarsi i supposti favori di Dio, della Madonna o di una schiera di santi ogni giorno sempre più folta ed ambigua. Non posso credere che esistano divinità così sadiche da pretendere simili sanguinose prove di fede, soprattutto non in una religione dove Dio è considerato puro amore. È incredibile come in alcuni casi la Chiesa cattolica incoraggi simili episodi, pilotando e manovrando artatamente i desideri dei propri fedeli: se siamo tutti figli di Dio allora devo dedurre che il nostro è un padre cattivo e degenere, forse anche un po’ annoiato, che si diverte a veder soffrire inutilmente i propri figli. E in tal caso propongo per la santificazione il marchese de Sade.
Era stato Dio a volere che Origene si evirasse per poter resistere alle “tentazioni della carne”? Era stato Dio a volere che Caterina da Siena ingoiasse una scodella di pus per essersi rifiutata di curare le piaghe di un moribondo? Era stato Dio a suggerire a Tertulliano queste parole: " ... Niente piace più a Dio della magrezza del corpo e più il corpo sarà asciugato dall'asprezza delle mortificazioni, meno sarà soggetto alla corruzione della tomba e, quindi, resusciterà più gloriosamente ... "? (Tert. De resurretione corporum) E ancora: è forse Dio che ha chiesto al Papa, questo monarca dell’ultima monarchia assoluta della Terra, di dotarsi di un lussuoso apparato che sputa sulla povertà di tanta gente nel mondo? È forse Dio che chiede ai fedeli ammalati di comprare l’immagine di cera della parte sofferente (un braccio, una gamba, il torace e così via) per poter ottenere la grazia? Dio non sa più com’è fatta una gamba e ha bisogno della sua copia? È forse Dio che chiede ai propri fedeli di abbonarsi a Famiglia Cristiana o di votare per questo o per quell’altro politico? È forse Dio o sant’Agata che chiede ai fedeli di spendere duecento, trecento, quattrocento e forse anche cinquecento euro per acquistare delle ridicole gigantesche candele? Cosa se ne farà mai sant'Agata di tutta quella cera? Potrei continuare all’infinito, ma non lo farò.
Preferisco terminare con sant’Agata.
Questa festa, certamente suggestiva, non ha nulla a che spartire con la fede. Sorvolerò sul fatto che qualche studioso ha sollevato dubbi sull’esistenza stessa di sant’Agata (che sarebbe solo una personificazione del Bene, agathòs in greco), e sorvolerò anche sull’abbigliamento del devoto che secondo la tradizione ricorderebbe la notte in cui le reliquie della santa rientrarono nella città dopo essere state trafugate a Costantinopoli (i catanesi uscirono scalzi e in camicia da notte, peccato che la camicia da notte sia attestata solo intorno al 1300 mentre le spoglie rientrarono a Catania nel 1121: più convincente l’ipotesi di chi parla di labili tracce del culto di Iside o di chi parla di riferimenti al cilicio).
Quello su cui non mi sento di sorvolare è il fanatismo dimostrato dai devoti. Cosa può spingere una persona a tirare un fercolo pesantissimo anche sotto la pioggia battente (come ieri sera), a urlare invocazioni fino a perdere la voce, a sfiancarsi di fatica per trascinare – correndo! - il fercolo lungo la ripidissima via di Sangiuliano, a portare sulle proprie spalle una candela accesa dalle dimensioni di un uomo (a volte sono necessarie due persone perché la candelora è troppo pesante!), e infine, a morire per sant’Agata (Robertò Calì, schiacciato dai fedeli nel 2004)?
Questa non è fede.
La fede dovrebbe essere un atto privato, personalissimo, non dovuto e soprattutto sincero: quanti sono i devoti agnellini che il giorno della festa manifestano compunta devozione e il giorno successivo vanno a chiedere il pizzo, a spacciare, a sfruttare o ad ammazzare i propri consimili? E che dire delle ridicole invocazioni che ho avuto modo di leggere sul portale dei devoti agatini? Che bisogno c’è, se non lo stupido orgoglio di apparire più devoto degli altri, di scrivere un’invocazione su un portale Web? Sant’Agata ha l’ADSL? Scarica gli inni sacri con E-Mule?
So che probabilmente questo post riceverà commenti negativi da quanti difendono con ferocia talebana la propria Santuzza: ma non me ne curo. Simili manifestazioni rappresentano l’esca per i sofferenti di corpo e di spirito perché abbocchino all’amo della Chiesa e alla sua ridicola pretesa di rappresentare una divinità della quale nessuno è mai riuscito a dimostrare l’esistenza.
E se anche esistesse certo non sarebbe una figura così limitata, parziale e limitante tale da poter essere ridotta tra le pagine di un libro considerato sacro.

lunedì 6 febbraio 2006

Lasciatemi divertire #1

In attesa del nuovo post contro l'idolatria - che scriverò stanotte - ho deciso di deliziarvi con una (f)utilitas... Saltabeccando qua e là per il web ho trovato un blog interessante, JonVendetta's R'n'R Hell. Leggendo i suoi post e sorridendo per alcune iniziative ("l'affilatrice al 66" prima fra tutte!) mi ha dato un'idea... Vi ricordate come eravate da piccoli? Potete creare la vostra copia cartoon sul sito ufficiale di South Park nella sezione "Create a caracter"... Io ero più o meno così (ma somigliavo più a Cartman in quanto a ciccia):





Il classico angioletto bastardo dentro... Ora lo sono anche fuori.

sabato 4 febbraio 2006

Internet o muerte

Cari comunisti e pseudo-tali, smettetela di dire che Cuba è un paese democratico, un paese che rappresenta il faro della libertà americana contro l’oppressione della grande (pre)potenza mondiale yankee. Abbiate il coraggio di accettare che il paese della rivoluzione anti-Batista del Che si è trasformato da tempo immemore in una dittatura.

Cuba non è un paese libero.

In un paese libero non accade che un giornalista si lasci morire di fame per ottenere un accesso ad Internet. Dovete sapere che nella libera Cuba la connessione ad Internet è permessa solo tramite autorizzazione del Partito – questo vale in misura ridotta anche per i turisti! – e che, una volta connessi vi trovate di fronte alla versione riveduta, corretta e imbavagliata di Internet: eppure nonostante simili ristrettezze esistono delle agenzie di stampa indipendenti come la Cubanacan Press che ogni giorno, pur tra le mille difficoltà della censura, sfidano il regime tentando di restituire la verità alle bugie edulcorate dei media nazionali.

Guillermo Farinas è il direttore della Cubanacan Press. Lo stesso direttore che ha cominciato uno sciopero della fame e della sete perché il regime dal 23 gennaio scorso ha chiuso la connessione ad Internet della sua agenzia impedendogli, di fatto, di inviare articoli al sito indipendente Cubanet. In una lettera aperta a Castro Farinas denuncia le menzogne diffuse a Tunisi durante l’incontro dell'Onu sull'accesso all'informazione durante il quale Cuba aveva dichiarato che tutti i cubani hanno accesso a Internet, e se questo manca è solo colpa dell'embargo. Farinas chiede inoltre un accesso ad Internet senza alcuna censura per tutti i cubani, e soprattutto chiede che i giornalisti indipendenti possano scrivere senza restrizioni sull’operato del governo: in caso contrario si lascerà morire di fame e di sete, diventando, secondo le sue stesse parole, “un martire dell’accesso all’informazione”.

Questa è la libertà portata dalla rivoluzione castrista: giornalisti incarcerati per reati d’opinione, torture e maltrattamenti nelle carceri, periodiche operazioni di “pulizia sociale” (l’ultima il 9 maggio 2005, quando 400 giovani sono stati arrestati senza aver commesso alcun reato!), processi sommari, pena di morte… senza dimenticare un intero paese stretto nella morsa soffocante di un bis-pensiero di orwelliana memoria.

Pensate a tutto questo la prossima volta che leverete gli scudi in difesa di Cuba.

venerdì 3 febbraio 2006

Burqa miseria



Vorrei capire come funziona il cervello di certa gente. Tutti i giorni ascoltiamo al telegiornale tizi con asciugamani in testa che blaterano di paesi da cancellare dalle carte geografiche, di civiltà da distruggere e di terrore generalizzato e sembra che nessuno abbia niente da ridire. Gente che si fa saltare in aria come fosse pop corn, diritti umani violati sistematicamente, libertà d’azione soffocata e finisce sempre a tarallucci e vino – o con una guerra se c’è un bel po’ di petrolio in mezzo. Poi un quotidiano danese, lo Jyllands Posten, decide di pubblicare un’inchiesta sull’autocensura partendo dalla storia di Kare Bluitgen, uno scrittore che non riesce a trovare un illustratore per il suo libro riguardante la vita del profeta Maometto – un libro per bambini, badate bene. L’inchiesta, pubblicata il 30 settembre dello scorso anno, viene accompagnata da dodici vignette satiriche sull’Islam e Maometto: parte così la violentissima reazione degli islamici di tutto il mondo, offesi e indignati da una simile blasfemia.

Per solidarietà allo Jyllands Posten il Magazent, un settimanale norvegese, decide di pubblicare le stesse vignette e così il France Soir, con il conseguente licenziamento del direttore Jacques Lefranc, silurato dall’editore della testata, Raymond Lakah, franco-egiziano – diciamo che il licenziamento non dev’essere stato del tutto inaspettato per Lefranc…

Blasfemia.

Blasfemo per i musulmani è raffigurare la figura umana – in special modo quella del Profeta per eccellenza, Maometto -, ma altrettanto blasfema non dovrebbe essere la quotidiana apologia del terrorismo più becero e sanguinario? Il versetto quarantasei del Corano non dice forse “la maledizione di Allah cada su chi ucciderà persone innocenti”?

Allora forse il problema non sta tanto nella religione – perché ogni religione rappresenta una straordinaria forma di espressione dell’animo umano – quanto nell’uso strumentale, becero e sanguinario che ogni mullah, rabbino, prete o bonzo di sorta ne fa. È l’interpretazione dei precetti, distorta ad uso e consumo di chi guida i fedeli, che distrugge la purezza della speranza che ogni religione porta con sé. L’interpretazione, la sharia nel caso specifico dell’Islam. Non troverete nemmeno un versetto del Corano che vi parli del burqa, o delle guerre sante, o dei giubbetti esplosivi dei kamikaze: solo un grande libro dal quale, tolti tutti i ricamini giaculatori, traspare una grandissima tolleranza nei confronti dell’altro. Concetti come le guerre sante nacquero semplicemente perché qualche califfo si era rotto le scatole di vedere sempre sabbia intorno a sé e giustificava in tal modo agli occhi dei suoi sudditi le guerre di espansione.


L’Islam non è questo, anche se la voce di pochi capetti imbecilli basta a convincere una massa impressionante di fedeli, e capite benissimo che una fatwa come quella pronunciata nei confronti di tutte le persone coinvolte nell’affaire delle vignette può portare tranquillamente ad un altro caso Van Gogh. Perché questa gente vuole la libertà di espressione religiosa – assolutamente legittima! – se poi vuole vietare al resto del mondo qualsiasi forma di pensiero critico che non si accordi con la loro religione? Perché un imam deve sentirsi legittimato nel chiamare puttana una qualsiasi donna che metta una minigonna mentre io non posso sorridere ad una vignetta che riguardi un tema religioso? Perché infine, in Europa, nessuno che conti prende le difese delle testate colpite dalla fatwa e cerca di ficcare bene in testa a certa gente che la censura è prima di tutto paura del confronto?

Invece è deprimente leggere di come i politici europei si stiano piegando opportunisticamente alle richieste di scuse che il mondo islamico pretende – tranquilli politicuzzi, l’elettorato musulmano non è ancora un fattore determinante per vincere le elezioni. Deprimente è, infine, sentire i giornalisti francesi che invocano Voltaire… Invece di invocare Voltaire e di piagnucolare sulla mancata libertà di espressione non piegatevi alle richieste di quattro fanatici che non hanno le palle per esprimere i loro reali intenti e si nascondono dietro il paravento di una religione. Prendeteli per il culo, braccateli, sbranateli: dissolvete l’aura di terrore e di rispettabilità che avvolge questi idioti fondamentalisti e avrete dato la prima picconata che contribuirà a far crollare la loro ridicola torre di Babele.



mercoledì 1 febbraio 2006

Cattive influenze

Avvertenza: poiché scritto sotto l’effetto di antibiotici e febbri variegate questo post sarà assolutamente delirante. Non ditemi che non ve lo avevo detto: siete stati avvertiti.

Io sono un anti-ipocondriaco. Avete presente quelle persone che credono di essere state colpite da ogni sorta di mali fisici, compresi quelli che si svilupperanno sulla faccia della Terra nei prossimi cento anni? Beh, io sono esattamente il contrario.

Io sono quello che nega le malattie. Complice anche un meraviglioso sistema immunitario che da almeno un decennio risolve i (già pochissimi) problemi fisici senza l’uso di alcun medicinale ho deciso di bandire dalla mia esistenza, fin quando possibile, ogni tipo di farmaco a parte l’acido acetilsalicilico – cioè l’aspirina, ma il suo nome scientifico fa più psichedelico, non trovate? –, usato con la moderazione di un frate trappista. Quest’anno tuttavia, così come l’anno scorso, una fastidiosa influenza mi ha colpito e il mio sistema immunitario ha avuto la felice idea di dare forfait proprio mentre mi trovavo nella mia casa di Modica: la mia vera casa, quella "stanza con uso dei servizi comuni" che occupo a Catania per la quale pago un prezzo osceno non la considero casa chiaramente. Anche se è da lì che partono tutti i miei post ed è lì che trascorro buona parte del mio tempo… Ma non divaghiamo. Rimanere a letto con l’influenza a Modica per me significa un solo, deleterio, spaventoso, inquietante fatto: mia madre che muta in modalità crocerossina tra medicine, panni caldi e brodaglie varie e che ronza continuamente intorno al mio letto. Inutile fermarla: avete mai provato a fermare un treno in corsa? (Domanda piuttosto retorica chiaramente, se l’aveste fatto non avreste potuto rispondermi adesso).

Credo che nel sangue di mia madre alberghi, nascosto da generazioni, qualche filamento di DNA ebraico: avete mai sentito parlare della figura della yiddishe mame? Moni Ovadia definisce una yiddishe mame "…asfissiante e intransigente, tenera e feroce al tempo stesso, generosa e insopportabile…", una mamma chioccia al quadrato il cui unico scopo nella vita è quello di accudire i suoi pulcini. Anche quando i pulcini in questione hanno venticinque anni, una vita propria e hanno bellamente passato il quintale… Una storiella ebraica dice: "Qual è la differenza tra una yiddishe mame e un terrorista? Con un terrorista puoi trattare".

Se mia madre non è così, poco ci manca. Per fortuna ha da tempo compreso che io sono la pecora nera della famiglia, il figlio degenere che ascolta tutti i suoi consigli solo per farla contenta ma che fa sistematicamente di testa propria se questi consigli (per un buon 92%) non sono di mio gradimento – credo che continui nelle sue eterne giaculatorie raccomandazioni solo per ribadire a se stessa il ruolo di madre demandata all’educazione filiale… Un’accusa frequente che ha sempre il sapore di una condanna nel suo tribunale personale è "Una volta non eri così!" dove è sottesa chiaramente una critica a quanto io sia peggiorato con il passare degli anni. E accusa gli unici amici che possono avermi influenzato in questo mio cambiamento…

I libri. Lo studio.

E non posso che darle ragione. Mi rendo conto di non somigliare più alla mia famiglia, di aver percorso un itinerario di conoscenza lontanissimo dal loro e di essere diventato per certi versi un alieno. Di quelli che si chiedono sempre – sempre, dannatamente – il perché delle cose e che si rifiutano – almeno per ora, non sono certo un eroe – di calare le corna all’andazzo generale. E so che anche se mia madre non lo ammetterà mai – troppo orgogliosa – in cuor suo è contenta di avere un simile figlio degenere. D’altronde almeno l’altro figlio le è riuscito bene…


P.s.: non chiedetemi secondo quale filo logico ho scritto questo post perché non me lo ricordo più. Quando l’ho scritto il discorso filava perfettamente, proprio come una bustina di nimesulide disciolta in un bicchiere d’acqua…