venerdì 20 gennaio 2012

Cinque giorni

Primo giorno di manifestazione. Io la penso così.

Secondo giorno della manifestazione. Polemiche su vicinanze e pericolose connivenze politiche di destra fama... Apriamo gli occhi a quanti li hanno chiusi ma cerchiamo di prendere quanto di buono c'è in questa manifestazione: l'impegno di gente che prima di politica non ne ha mai voluto sapere. Il compito di chi osserva criticamente sta allora nel mediare le istanze più che legittime e la giustissima rabbia delle persone e trasformarle in un percorso meditato e ponderato. Non strumentalizzarle, ma aiutare in tutta onestà intellettuale chi non possiede gli strumenti a formulare un'idea politica di medio e lungo respiro. In modo tale che, una volta presa coscienza di ciò che stanno facendo, possano allontanarsi (se lo credono) da gentaglia neo-fascista e neo-qualunquista di ogni risma.

Terzo giorno di manifestazione. Ieri sera sono tornato in un paio di presidi a Modica per cercare di "tastare il polso" ai manifestanti. Moltissima rabbia e malcontento, nessuna programmazione o coordinamento, idee confuse e speranze al limite dell'illusione sull'esito dei blocchi. Nessun condizionamento politico o partitico degno di nota, almeno a Modica... Forza nuova comprimaria della manifestazione? Stupidi gli altri movimenti che non stanno scendendo in strada per capire e discutere con i manifestanti. E' un movimento di popolo? Una folla non pensa, d'accordo, ma i singoli componenti sì. I partiti hanno fallito? Ripartiamo dall'antipolitica allora, strappiamola al populismo e agli sciacalli di ogni colore e facciamo in modo che sia un punto di partenza per radicare una nuova coscienza, politica questa, nella gente. Invito, infine, quanti deridono l'ingenuità e la grammatica zoppicante di certi manifestanti a discutere senza preconcetti con loro. Rimarrebbero sorpresi della saggezza che si può trovare in strada, lontano dai libri.

Quarto giorno di manifestazione. Ieri corteo al Corso Umberto di Modica al quale si sono aggiunte le scuole. I ragazzi sfilano rumorosamente, com'è normale che accada in un corteo di giovani e scuole. Poi l'anormale. I ragazzi si siedono a terra e si preparano ad un sit-in davanti al Comune ma subito arriva un capo-popolo in tenuta da "forcone" che li fa alzare e comincia a farli inveire contro i negozianti che sono rimasti aperti... Perché questa guerra tra poveri? Perché l'individuo in tenuta blu da forcone non ha voluto che si tenesse un pacifico sit-in contro quella politica che si dice tanto di voler prendere a calci nel sedere? Temo, piuttosto, che questo movimento sia guidato da persone che i politici, soliti noti e vecchi volponi, vogliano tenerseli buoni. In caldo, in attesa del ritorno al caro assistenzialismo croce e delizia del popolo siciliano.

Quinto (ultimo?) giorno di manifestazione. Il faccia a faccia di ieri tra Lombardo e Ferro quasi un regolamento di conti tra vecchi compagni di partito e l'appuntamento per un futuro agone elettorale. A questo punto credo sia chiaro, soprattutto dopo la passerella involontaria offerta dall'ottimo Sandro Ruotolo (che però ieri mi ha deluso non poco), che i leader del movimento si apprestano a fondare un nuovo partito raccogliendo consensi nell'enorme e giustificato bacino di scontento popolare ma intellighenzia tra populismi e autonomismi vari, formazioni di centrodestra e destra esaltata. Una protesta disorganizzata, senza richieste chiare e ragionevoli e senza interlocutori istituzionali si appresta a morire tragicamente d'inedia. Anche se continuasse ad oltranza... Bloccare chi, bloccare perché? Bloccare invano. Come una madre che per protestare contro la fame del figlio lo lascia morire di fame... "Sempri i pezzi vanu all'aria" dice un proverbio modicano. E' una guerra tra poveri, un armiamoci e partite che non può convincere quanti sanno come vanno le cose in Sicilia. E la brava gente che protesta al freddo pensando davvero di salvare la propria terra dalla disperazione (il 98% per cento di quelli scesi in strada) mentre bravacci squadristi impongono con la violenza e le minacce i diktat di una rivoluzione per finta voluta da leader ambigui che sognano di dominare il popolo siciliano quanto e più di altri.

sabato 14 gennaio 2012

Forconi, gattopardi e sciacalli

Rivoluzione, non mi piace la parola. Pur affascinato da esplosioni di vitalità giacobina che della storia hanno cambiato il corso guardo sempre con sospetto quanti abusano di questo termine. Sorrido piuttosto alla rivolta contro l'assurdo che non invoca ragioni, la solidarietà umana dei senza parole che regala dignità a ciascuno. Abbraccio, infine, le palingenesi che cauterizzano le piaghe di un mondo sbagliato e riportano l'organismo sociale a nuova vita. Migliore e diversa, meditata nuova vita.


Non mi fido del “Movimento dei Forconi”. Non mi fido di ciò che è diventato. Troppo a lungo abbiamo sperato che esplodesse la rivolta del nostro popolo, ignavo e turbolento, teorico della rivoluzione più infuocata ma pratico, talora, della sottomissione compiacente come pochi. Siamo capaci di grandiose rivolte, da quando cacciammo Verre dalla nostra terra fino ai missili Cruise passando attraverso i Vespri sanguinosi, le riappropriazioni contadine e i non si parte dell'indimenticata Maria Occhipinti.


Siamo un popolo ostinato. Come le radici del carrubo che spaccano la pietra vincendo un terreno aspro e maligno così noi. I siciliani. Il giudice che si incaponisce per un principio di giustizia pagando il prezzo più alto per i suoi ideali. Il piccolo imprenditore che non cede ai vili ricatti dei mafiosi senza onore. L'uomo di cultura vicino al sentire di chi lo circonda e capace di uscire dalla scintillante torre d'avorio che si è costruito. L'operaio vessato da un perfido sistema economico che chiede solo di poter lavorare. Il politico onesto in grado di tradurre le esigenze del suo popolo in proposte di sviluppo per la collettività. Il professionista che aiuta e non opprime. Il contadino che rifiuta le logiche di mercato devote ad un prodotto senza sapore e senz'anima. È questa la Sicilia che amo e che difenderò sempre con passione.


Odio, invece, i populismi che fanno leva sui facili sentimenti. Giustificati sentimenti. Ma cosa accadrà quando le pale spaleranno la cenere del rogo liberatorio al quale ognuno dei forconi avrà portato qualche fascina? Senza una visione politica, senza un progetto comune. Accadrà quello che è sempre accaduto dopo ogni rivoluzione, anche tra quelle più arrabbiate.


Quanti tra i Forconi che si agitano per aria appartengono ai vecchi gattopardi della piccola e grande imprenditoria siciliana che per decenni hanno percepito contributi a pioggia rifiutando ogni forma di consociativismo e di innovazione in nome della propria avidità? Quanti tra loro hanno supportato una classe politica allevata sul voto di scambio che ha trasformato la vitalità, l'iniziativa e la fantasia del nostro popolo in accattonaggio e perverso assistenzialismo? E quanti tra loro, pur potendo scegliere, hanno preferito la raccomandazione e la mafia, il profitto e l'egoismo sputando in faccia con arroganza alla società dei giusti? Quanti fra questi, gattopardi affamati che vedono diminuire le possibilità di pasto ai danni della collettività ma a proprio beneficio, si sono trasformati in forconi adirati, in sciacalli furiosi?


Esiste il ravvedimento, vero. Mi piacerebbe vedere allora i gattopardi di un tempo fraternizzare con i rivoltosi di oggi e fare sincera ammenda degli errori del passato. Mi piacerebbe che i forconi riuscissero a cacciare via gli sciacalli che cercheranno di convogliare le energie fresche di un movimento ingenuo e affascinante per proprio tornaconto.


Accadrà? Non accadrà. Perché le rivoluzioni le fanno i borghesi e a tutti gli altri arrabbiati toccherà ancora una volta svolgere il ruolo di una illusa pedina, ben contenta di rientrare nei ranghi di un popolo mendico e piagnucoloso, incapace di prendere davvero in mano le magnifiche sorti subalterne e progressive.

domenica 18 dicembre 2011

E' stato il negro

Dieci anni fa a Novi Ligure una ragazzina uccise la madre con quaranta coltellate e il fratellino undicenne con cinquantasette fendenti dopo aver tentato inutilmente di avvelenarlo e di affogarlo nella vasca da bagno. Erika de Nardo, allora sedicenne, e il fidanzato Omar Favaro che la aiutò a compiere il massacro accusarono del duplice omicidio due albanesi. Innocenti che rischiarono la morte per le mani di una folla inferocita. Un tunisino fu accusato della scomparsa di Yara Gambirasio, poi trovata morta mesi dopo. Si indaga ancora, ma è certo che il tunisino non sia legato a quella morte tragica. Mesi fa una studentessa spagnola denuncia uno stupro a Roma in piena Trinità dei Monti. Si pensa subito a stranieri, ma dopo qualche giorno la ragazza ammette che si era trattato di un gioco erotico con il suo compagno.


Torino, 10 dicembre. Una ragazzina torna a casa sconvolta: in lacrime, confessa di essere stata violentata da due uomini. “Erano stranieri e puzzavano” dice. Gli zingari di sicuro, quelli del campo nomadi che si trova non troppo lontano da casa sua. Monta il livore della gente, si soffia sul fuoco di facili sentimenti. Mentre la polizia indaga sullo stupro gli abitanti del quartiere organizzano una fiaccolata di protesta: i forconi tuttavia si innalzano al cielo e presto la folla, schiumante di rabbia, darà sfogo al furore più cieco incendiando il campo rom.


E poi arriva la verità più trista. La ragazzina ha inventato ogni cosa. Niente stupro, niente violenza ma un rapporto sessuale – si spera voluto – con un ragazzo. Circondata da un ambiente retrivo di cristianità bigotta e superficiale che nel nome di una verginità del corpo – non si sa se pure di spirito – la obbligava a frequenti visite d'accertamento dal ginecologo, la ragazzina, di certo immatura e forse anche un po' sciocca, non ha avuto animo di reggere quel marchio scarlatto che l'avrebbe bollata come impura e peccatrice agli occhi della sua famiglia. Meglio stuprata che non più vergine. Illibata, come si diceva un tempo. Così, terrorizzata dalle conseguenze determinate da una condotta morale trasgredita ha scelto la via più ovvia per essere creduta. È stato lo zingaro. È stato il negro.


Forse la ragazzina non si è resa conto delle conseguenze della sua azione. Forse la sua bugia non è stata nemmeno un gesto di scoperto razzismo. Peggio, anzi. Perché l'aver additato istintivamente lo zingaro come protagonista di una violenza tra le più odiose rappresenta la conferma terribile di quanto questo sentimento di intolleranza sia stato assimilato nel corpo della società e non percepito più come tale. La ragazzina voleva salvarsi dalla punizione della famiglia, che pensava terribile, e nell'angoscia di un senso di colpa gravante nell'animo ha agito in maniera impulsiva. Da sedicenne, se vogliamo. Da sciocca sedicenne terrorizzata...


Sì, la sto difendendo. Perché la prima vittima di un crimine orrendo è stata lei. Ciascuno è libero di scegliere per sé la condotta morale che più ritiene opportuna, anche la castità o la libertà sessuale. Fondamentale che una simile scelta però sia stata cosciente e meditata, non imposta da dogmi terroristici. E se la giovane età impedisce di operare scelte consapevoli allora sarà la morale familiare, attraverso l'esempio e il dialogo, a trasmettere la giusta condotta da seguire. La maturità e l'indipendenza nel giudizio, una volta raggiunte, suggeriranno in seguito il percorso corretto che non necessariamente dovrà essere quello familiare. Ci sarà chi, educato alla verginità del corpo, comprenderà come questa sia stata la mortificazione di uno degli atti d'amore più spontanei esistenti in natura e prenderà un altro percorso. Ci sarà chi, invece, cresciuto nella libertà sessuale, sentirà l'esigenza di un rapporto più intimo con il proprio spirito e sublimerà il desiderio o lo trasformerà in un edonismo ponderato.


Nessuno stupro è avvenuto quel giorno, nessun corpo è stato violato. Non è stata la ragazzina ad appiccare il fuoco alle baracche del campo nomadi. Nessun morto nell'ignobile rappresaglia ma povere cose consumate dal fuoco, vite precarie buttate in un abisso ancor più tragico di un quotidiano sospeso tra miseria e criminalità.


In una società civile nessuno avrebbe pensato di vendicare una violenza atroce con altra violenza, nessuno avrebbe approfittato di un crimine per sfogare le proprie frustrazioni e la propria becera intolleranza sull'accattone, sullo zingaro. Sul diverso. In una società civile la ragazzina sarebbe punita per procurato allarme, seguita da uno psicologo e assegnata a qualche forma di servizio sociale in grado di farle recuperare il giusto contatto con la società. In un paese civile, infine, non si sarebbe preteso di insegnare una morale sessuale ad una ragazzina infrangendo il suo pudore e violentando con attenzioni morbose un corpo e un’anima che sta imparando ad amare. Non così, uccidendone per sempre le emozioni in nome di un dogma incompreso.

lunedì 14 novembre 2011

Sic transit bunga bunga

Un potente trascinato nel fango e decaduto per le sue stesse colpe dovrebbe suscitare in ciascuno di noi, oltre al comprensibile desiderio di vendetta, anche un senso di umana pietà e compassione. E di rispetto. Mi hanno sempre turbato le figure penzolanti di Mussolini, della Petacci e dei gerarchi fascisti nell'abominio di piazzale Loreto, così come, attraversando il tempo e lo spazio della storia, il corpo inerte di Ceauşescu e la maschera sanguinante di Gheddafi seviziato prima dell'esecuzione. Ricordo con una certa vaghezza – ero piccolo allora, per nulla interessato di politica – Bettino Craxi braccato dalla folla assiepata all'hotel Raphael, colpito da uova e monetine, mentre il giustizialismo spicciolo chiedeva la forca per quei politici che fino al giorno prima erano stati osannati, temuti e pregati dallo stesso popolo italiano che sembrava improvvisamente odiarli con tutta la loro anima. Gente incapace di comprendere che i nemici si combattono con tutte le forze ma in guerra e che, una volta soffiato via l'odio degli opposti sentimenti, è il principio della giustizia a dover prevalere. Non i cristiani nell'arena, non la sete di sangue. Legittima e comprensibile, eppure da soffocare. Non fosse altro per far comprendere agli sconfitti l'inesorabilità di una legge che mette da parte il rancore in nome di un principio di nobile convivenza umana al quale avevano mancato di sottomettersi.


Ho rivisto più volte le immagini di Silvio Berlusconi che arriva al Quirinale per rimettere il suo mandato nelle mani del presidente Napolitano. La folla inferocita, le monetine, gli insulti. Stesso trattamento per i ministri del governo dimissionario. La festa una volta confermata la caduta del governo Berlusconi. Le voci che si rincorrevano, la felicità della gente per la fine di una farsa di terz'ordine, pagliaccesca e tragica allo stesso tempo, che ha attraversato l'Italia per diciassette anni e ne ha stravolto malignamente la dialettica politica. Anzi, l'intero Paese. Diventato peggiore che prima della fatale “discesa in campo”, quando solo in pochi si accorsero di un imprenditore senza scrupoli che aveva seriamente intenzione di comprare l'Italia erigendo una perversa logica dell'apparire a sistema di governo. Costruendo intorno a sé una corte dei miracoli fatta di tirapiedi, clienti, giullari, farabutti e puttane, sorda alle necessità della gente ma prostrata alle esigenze di un tiranno sempre più lontano dal mondo e sempre più vicino allo squilibrio mentale. Mescolando vita privata e istituzioni pubbliche, agevolando il distacco dei cittadini dalla politica, favorendo la nascita di miopi populismi incapaci di possedere una visione politica a lungo termine, piazzando nei posti di potere indegni gabellotti a lui fedeli oltre ogni decenza, svuotando la politica di senso e riducendola a slogan, insulti, pornografia e barzellette. Lasciando, infine, l'Italia ad un passo dal baratro, se non già in caduta libera. E adesso che Berlusconi non è più al governo forse anche i suoi più accesi sostenitori comprenderanno in quale impalpabile velo autocratico siamo stati avvolti e da quale malattia la nostra democrazia dovrà cercare di guarire. Con il timore, più che radicato, che tale malattia si sia già cronicizzata e sia ormai impossibile da estirpare. Come una metastasi dilagante scoperta troppo tardi per riuscire ad intervenire.


Rimane un solo rimpianto.


Guardando la folla pronta a linciare gli esponenti di questo governo dimissionario e in primo luogo il comandante in capo, mi chiedo quanti fra la gente assiepata non abbiano cambiato maldestramente casacca all'ultimo momento. Quanti, tra la folla, hanno sostenuto Berlusconi per anni, lo hanno adorato, supplicato, ne hanno ripetuto ossessivamente i mantra, quanti hanno vissuto all'ombra della sua corte, fosse anche nella satrapia più lontana dal cuore del regno, e atteso senza vergogna gli avanzi. Quanti, tra la folla, hanno deriso gli oppositori della prima ora, ridicolizzati e tacciati per cornacchie ideologizzate incapaci di comprendere la bellezza del nuovo che avanzava. Chissà quanti, davvero.


Rimane il rimpianto, allora. Se tutti i berlusconiani per convenienza avessero dato ascolto alla loro coscienza e non alle lascive promesse di potere e denaro del loro leader forse questo circo Barnum avrebbe potuto smontare le tende già tanti anni fa, evitando all'economia italiana il macigno di una speculazione finanziaria senza precedenti e il rischio concreto di trascinare nel fondo più fondo l'intera economia mondiale. Se i parlamentari “eletti” dal popolo avessero avuto a cuore le sorti del loro Paese come dicono forse oggi non saremmo stati costretti a cedere sovranità ai cartelli finanziari e alle agenzie di rating e forse oggi non avremmo avuto un governo tecnico con la linea di comando dettata dalla BCE e il beneplacito di Francia e Germania.


E quando Mario Monti e la sua squadra cominceranno a dissanguare gli italiani per far fede agli impegni presi con l'Europa non additate la megalomania di un uomo che ha reso peggiore, anzi, che ha distrutto l'Italia e diviso gli italiani generando solo odio e rancore. Guardate alla pochezza di quegli uomini e di quelle donne che, per loro squallido tornaconto, hanno calato le braghe ad ogni capriccio del loro capo portando l'Italia alla rovina. Potevano mandarlo a casa e non l'hanno fatto. Hanno guadagnato privilegi e vitalizi nell'impoverimento generale di una nazione. E allora, quando lo sterile esercizio della politica chiederà nuovamente agli italiani di partecipare alla farsa dalle elezioni fatemi un favore: ricordate i nomi e i cognomi di chi ha scaraventato l'Italia nel fango e fate quello che va fatto. Con rabbia e coscienza.

domenica 13 novembre 2011

Fine dei giochi

martedì 18 ottobre 2011

Il blocco dell'untore

Mi fanno pena gli indignati. Noi indignati. Duecentomila persone pacifiche, forse alcuni un po' pecoroni ma va bene così se è per una giusta causa, migliaia di persone che volevano protestare contro una gestione aberrante dei poteri mondiali. Far parlare dei problemi della gente e dei drammi quotidiani di chi non riesce più a sopravvivere. Vecchi e nuovi poveri sull'orlo del baratro. E invece niente, tutta l'attenzione della stampa spostata sopra un pugno di utili idioti che il governo ringrazia per aver devastato una città servendo su un piatto d'argento proposte che mai si sarebbero avanzate in un paese cosiddetto democratico... Ah già, dimenticavo che non lo siamo più ormai. Mi fanno pena loro, gli indignati però pacifici. Alla rabbia dei vecchi poveri si aggiunge la rivolta dei ceti medi esasperati e senza nocchiere. Mentre i “ricchi” che governano non sono disposti a cedere una parte delle proprie sostanze in nome del bene comune ci si accanisce contro quella che qualcuno chiamava “classe di mezzo” spogliandola delle sostanze che consentivano di poter vivere dignitosamente e di poter, in tal modo, trainare lo sviluppo di un paese. Siamo tutti più poveri, affamati dalle banche e dalla politica connivente. Concetti decisamente populisti ma veri, che scaturiscono dalla rabbia di un mondo che ti crolla intorno. Il timore è che una simile rabbia non si riesca ad incanalare in un moto di rinnovamento reale e in una progettualità a medio e lungo termine. Che siamo giustamente incazzati credo ormai lo abbiano capito tutti. Ma poi? Senza una palingenesi politica e culturale, indignati o no, non andremo da nessuna parte e rappresenteremo solamente l'ennesimo gradino su cui la politica e l'economia mondiale potranno poggiare il loro piede.


Mi fanno pena anche i poliziotti. Come quei soldati che Mussolini inviava in Cirenaica durante la seconda guerra mondiale. Combattevano in nome dell'Impero, gasavano villaggi, violentavano donne, torturavano e uccidevano uomini vecchi e bambini. Non si potevano rifiutare: erano soldati, la pena per la diserzione era il muro. E allora morivano a loro volta atrocemente, lontani da casa, e alla famiglia arrivava un telegramma di deliranti stupidaggini del Duce, due lire di pensione e grazie tante. Oppure tornavano, sconvolti nello spirito per le mostruosità che avevano commesso e trovavano le macerie di un paese distrutto dal potere per cui loro avevano combattuto. E la soddisfazione era quella di essere stati, per un momento, superiori a qualcuno più debole di loro al quale stavano portando il progresso e la civiltà. E oggi i tanti disoccupati che scelgono di ricevere il soldo dal ministero dell'Interno sanno che per mille e trecento euro al mese dovranno difendere il loro datore di lavoro sempre e comunque. “Difendere la democrazia” però gli dicono, anche quando questa viene stuprata dal branco delle maggioranze in uno sgabuzzino buio. E, tolti gli imbecilli in divisa, esaltati nell'alzare il braccetto destro e inneggiare ad un altro stupratore della democrazia, che provano piacere ad abusare del proprio potere sui più deboli, tolti gli idioti in livrea rimangono tutti gli altri. Quelli che vorrebbero entrare in Parlamento e arrestare tutti quanti, quelli che non riescono a dormire la notte perché costretti a picchiare ragazzi inermi che protestano anche per loro, quelli che ci credono e che vorrebbero davvero essere dei servi per il popolo italiano, lo stesso che non potendo scagliarsi contro il potere politico insulta e sfoga la sua rabbia sopra poveri cristi dalle facce uguali a quelle dell'altra parte della barricata. Solo, con la giubba di un altro colore.


Eppure mi fanno pena anche loro, infine. Gli incappucciati di ogni genere, sette politiche, infiltrati. Autonomi e sbandati. Picari senza padrone, arrabbiati senza soluzione. Bestie nate in cattività e fuggite dal gabbio di un circo incapaci di affrontare la foresta che si difendono nella sola maniera che conoscono. Attaccare. Mordere. Violenza cieca, violenza egoisticamente catartica. Mi fanno pena i famigerati “black bloc”, quelli finti, quelli veri. Perché ce ne saranno stati di finti. Non nascondiamoci dietro un lampione divelto: la lezione di Cossiga non si dimentica facilmente. A qualcuno avrà pure giovato l'inferno di Roma. Potremmo distribuire colpe a vanvera, ipotizzare una mossa del Governo per delegittimare il movimento degli indignati, o per giustificare la messa al bando dei cortei, o ancora per invocare norme liberticide in nome di un ordine sociale che il “popolo” sente vacillare. Certo lasciare che le frange violente devastino tranquillamente una città non depone a favore delle forze di polizia e fa sorgere più di un legittimo sospetto. O incapaci, o conniventi ed istigatori della violenza per ordini superiori, o solo impotenti di fronte a simili eventi. E se e se. Potremmo continuare a lungo a costruire castelli senza uno straccio di prova. Però consentiteci che un dubbio sorga nelle menti di qualcuno... Non è colpa nostra, davvero. Non è colpa nostra se siamo nati nel paese delle stragi di Stato, delle stragi impunite, delle eversioni del potere deviato, delle logge massoniche, del bispensiero, dei colpi di Stato sventati e di quelli riusciti, della privatizzazione del potere e dell'assuefazione delle coscienze alla mediocrità dei propri governanti. Non è colpa nostra se ci hanno costretti a dubitare su ogni cosa in questo paese bello e ridicolo.


Soprattutto, non dateci colpe se riteniamo inverosimile attribuire l'ennesimo sacco di Roma solo agli infiltrati di ogni risma. C'è un nucleo di violenza inesplosa nel mondo che ticchetta inesorabile, innescata dall'esasperazione di una catastrofe sempre più vicina. C'è chi riesce a contenerla, c'è chi no. E se la colpa di tutto ciò risiede nei consorzi della finanza mondiale non basterà certo scuoiare la pelliccia di un pecorone che lancia estintori a risolvere il problema.

lunedì 10 ottobre 2011

Aprite gli okki!!!!! E, se non arreca troppo disturbo, anche il cervello

Rimango sempre sorpreso quando tanti amici, alcuni dei quali particolarmente acuti, danno credito e anzi diffondono le notizie provenienti dagli ambienti del complottismo più superficiale. E diciamolo pure, più stupido. Rimandando a data da destinarsi – forse anche mai – la ricerca delle ragioni che spingono tante persone a rifugiarsi nelle facili risposte di autoeletti guru della “controinformazione” sarà bene soffermarsi su due questioni che ancora oggi godono, purtroppo, di grande popolarità. La prima è la colossale cantonata del signoraggio bancario, che blog come quello di Beppe Grillo hanno contribuito a diffondere salvo poi rinchiudersi in un silenzio colpevole una volta comprese quali stupidaggini avevano supportato. L'altra è quella della benzina a metà prezzo, che gira subdolamente attraverso catene mail e link selvaggi su Facebook.


Il signoraggio

Ma partiamo dal signoraggio e parliamo di questo supposto ridicolo complotto delle banche per dominare il mondo, un complotto al quale tanti ancora credono fermamente. Sia detto per inciso, io sono il primo a pensare che i cartelli economici transnazionali vogliano dominare l'economia mondiale – anzi temo siano riusciti nel loro intento già da tempo. Solo, credo che non abbiano avuto bisogno di magheggi al limite del massonico ma che abbiano agito alla luce del sole attraverso le speculazioni di borsa. Tornando al complottismo più strampalato, invece, diremo che la teoria del signoraggio bancario si basa su un assunto fondamentale: quando una Banca Centrale stampa nuova moneta, compie un furto ai danni della società. Questo perché darebbe alla banconota, nata come semplice pezzo di carta, un valore nominale che non corrisponde al costo della stampa. Siccome i soldi verrebbero stampati dal nulla essi, rappresentando la contropartita del nulla, sarebbero lo strumento delle Banche Centrali per arricchirsi senza averne il diritto a scapito delle comunità che basano la propria economia su quella moneta...

Come no. Cerchiamo allora di dipanare con la maggiore chiarezza possibile questa enorme accozzaglia di stupidaggini. Secondo questa teoria una banconota da 100 euro che è costata 30 centesimi avrebbe come valore reale 30 centesimi, quindi la Banca centrale ruberebbe 99,70 euro alla società dal momento che la fa circolare con un valore nominale di 100 euro. In realtà, dispiace rivelarlo agli amici complottisti, esiste una contropartita all'emissione di moneta che è rappresentata dall'acquisto di titoli, cioè una sorta di “pagherò” emessi dal sistema bancario, dai singoli Stati o dagli investitori. La Banca Centrale acquista questi titoli dai soggetti che li hanno emessi mettendo il denaro in circolazione. I soggetti che hanno collocato i titoli utilizzeranno poi il denaro ricevuto in prestito dalla Banca Centrale per le loro attività. Quando poi questo prestito verrà restituito, il titolo smetterà di avere valore e la Banca Centrale collocherà di nuovo i soldi che sono tornati indietro sul mercato acquisendo altri titoli. Punto. Dunque la Banca Centrale non guadagna nulla sulla moneta che ha emesso, ma esclusivamente sugli interessi generati dall’acquisto di titoli. Il denaro quindi non è generato dal nulla ma rappresenta il controvalore della ricchezza della società: la Banca stampa nuova moneta solo per soddisfare le esigenze di liquidità, dunque risponde ad una richiesta ben precisa del mercato, non si può mettere a stampare soldi quando e come vuole. Se si stampano più soldi di quanto giustifichi la ricchezza presente nella società, allora il denaro si svaluterà e si produrrà inflazione. Facciamo un esempio pratico: se sul mercato ci sono cento polli e il valore totale della moneta in circolazione è di cento euro ogni pollo costerà un euro. Se si stampano altri cento euro senza aumentare però il numero di polli sul mercato ecco che ci saranno troppi soldi in circolazione con cui non ci sarà nulla da comprare: il denaro si svaluterà e ogni pollo aumenterà di prezzo.

L’inflazione dunque è generata dall’emissione della moneta e non dall’interesse, mentre il debito della società o di un paese deriva da chi decide di spendere denaro che non ha. Per fare un altro esempio, lo Stato italiano ha un debito stratosferico perché ha investito soldi che non possiede: per cercare liquidità allora e per onorare il prestito alla Banca Centrale emette delle obbligazioni, tipo i Bot, con cui il cittadino diventa creditore dello Stato italiano ricavandone un piccolo interesse. Tutta l’economia mondiale è basata sul meccanismo di credito e di debito e l’unico signoraggio reale, è bene ripeterlo a scanso di equivoci, è il guadagno della Banca Centrale sull’interesse generato dall’acquisizione di titoli. Il resto lasciatelo ai complottisti in trincea sempre pronti a cercare nemici. Spesso, duole dirlo, inesistenti.


La benzina a metà prezzo

Un'altra bufala riguarda quella secondo cui basterebbe non comprare carburante da Shell ed Esso per far abbassare loro i prezzi, obbligando le altre compagnie a fare altrettanto. Una cantonata grossolana se si ragiona sulla natura del prezzo alla pompa: su un litro di benzina acquistata a 1,6 euro, infatti, ben 90 centesimi vanno all'italico fisco (fonte al 26 settembre 2011 il Ministero dello Sviluppo Economico, mica cotica). Senza considerare altri balzelli indiretti (qui, all'ultimo capoverso del post, un elenco), a causa dei quali solo il 30% del prezzo che paghiamo alla pompa va, di fatto, al produttore. Conseguenza di ciò è che se anche una simile proposta balzana avesse lontane chance di riuscita, questa si applicherebbe al prezzo netto del carburante e determinerebbe una diminuzione del costo alla pompa non superiore al 15%. Ecco la cruda verità: se proprio volete dare una spallata alle compagnie petrolifere andate in bicicletta piuttosto.