mercoledì 19 luglio 2006

Via D'Amelio. 19.07.92

martedì 11 luglio 2006

Addio pifferaio


Stavolta è sul serio... Shine on you crazy diamond

lunedì 10 luglio 2006

Campioni del mondo!



Di pastori tedeschi e pecoroni

Il viaggetto fuori porta di Papa Ratzinger e le sue esternazioni, invero piuttosto ripetitive, hanno provocato le solite fritture d’aria per giornalisti dal fegato intatto, di quelli che non rodendosi mai per i drammi del mondo possono tranquillamente conservarlo per notiziucole senza spessore e futilità simili. Nulla di nuovo, per carità. Il Papa difende la famiglia cristiana come fulcro della società attuale e ciò rende ancora più evidente la paura di una Chiesa che teme di essere limitata nel controllo delle menti e delimitata nel potere dal relativismo culturale. Non ripeterò quanto detto in un post precedente. Vorrei solo aggiungere un piccolo appunto sugli attacchi continui ed incomprensibili al premier spagnolo Zapatero.

Fischiato dai suoi stessi cittadini. Accusato di infantilismo politico da gentaglia come Sandro Bondi e Francesco Giro. Incompreso dal suo connazionale Navarro-Valls. Crocifisso dall'Avvenire.

Credo che il gesto di Zapatero debba essere considerato come un semplicissimo e disarmante esempio di etica personale. Né più né meno. Certo mi rendo conto che la morale persone come Bondi non sanno nemmeno cosa sia, così come comprendo lo sconcerto del portavoce pontificio quando tra le personalità di spicco che parteciparono in passato alle messe dei papi enumera figure come Ortega, Jaruzelsky, Pinochet o Fidel Castro. Gente che va lodata come fulgido esempio di amore fraterno e di carità cristiana, punto di riferimento per ogni fedele che voglia avvicinarsi al messaggio di Cristo...

Ma fatemi il piacere.

Zapatero così come il suo vice non erano tenuti a partecipare alla messa di Benedetto XVI. La messa non dovrebbe essere forse il momento in cui l’assemblea dei fedeli cristiani si riunisce per rafforzare il proprio legame con Dio e per celebrare il ricordo della morte e della passione di Gesù Cristo? Perciò delle due l’una. O le funzioni religiose rappresentano un momento imprescindibile del protocollo politico – allora ho finalmente la conferma ufficiale che le religioni non hanno nulla a che spartire con la fede individuale e prendo atto che quello di Zapatero è stato un gesto di rozzezza politica – o la religione e la politica sono binari indipendenti e separati che non devono mai ostacolarsi l’un l’altro – e allora non posso che plaudire alla coerenza e all’onestà intellettuale di uno Zapatero ateo che non ha alcun motivo per partecipare alla funzione celebrativa di una religione in cui non crede.

Non capisco perché sia così difficile da capire: una messa non è una cerimonia ufficiale e la scelta di parteciparvi o meno dovrebbe risiedere nella fede del singolo. Ma forse la Chiesa cattolica queste cose le ha dimenticate e preferisce l’ipocrisia genuflessa e reazionaria di chi si batte il petto professando una fede di facciata piuttosto che il dialogo con persone che possiedono una morale differente e vivono in pace il proprio rapporto con il mondo rispettando ogni forma di pensiero che gli attraversi la vita.

domenica 9 luglio 2006

Il paese di Pirandello

Una delle logiche più odiose nell’applicazione della legge è quella che regola la morosità di un inquilino e del suo conseguente sfratto. Comprensibilissime le ragioni del proprietario che pretende il canone insoluto, altrettanto condivisibili le ragioni dell’affittuario che non riesce ad onorare il debito. Differente è il caso di un immobile affittato all’amministrazione pubblica. In questi casi l’amministrazione si rivolge ad un privato quando non si possiede alcun immobile da impiegare alla bisogna o quando – la maggior parte delle volte – l’ente pubblico, pur avendo decine di immobili vuoti, chiusi, sfitti, mai utilizzati a disposizione, preferisce pagare canoni stellari negoziati tenendo conto più delle clientele che dell’effettivo valore dell’immobile, sperperardo così il nostro e il vostro denaro e aumentando senza alcuna preoccupazione il deficit nel bilancio annuale.

Anche l’amministrazione pubblica dunque, se pagatore insoluto, può incorrere nella morosità e successivamente nello sfratto. Capita, non è così infrequente come possa sembrare. Anche a Catania.

Da queste parti però non si accontentano della vergogna di un’amministrazione che non sa gestire i propri immobili e il bilancio comunale – vi ricordo che l’anno scorso per più di un mese i vigili urbani dovettero limitare i propri interventi perché non c’erano i soldi per comprare la benzina delle auto di pattuglia. Da queste parti non ci si accontenta più della morosità: si deve raggiungere sempre quel senso del grottesco e dell’inverosimile che porta il cittadino a non aver più fiducia dei propri governanti.

Accade infatti che la morosità in questione riguardi i locali che ospitano l’ufficiale giudiziario. E cioè quegli uffici che si occupano solitamente degli sfratti… Come a dire che il Comune di Catania dovrebbe sfrattare se stesso. Come a dire che se l’ufficiale giudiziario volesse far rispettare la legge dovrebbe impedire a se stesso l’ingresso nel proprio ufficio. Come a dire che controllori e controllati sono due facce della stessa medaglia.

venerdì 30 giugno 2006

Lanormalità

Mercoledì scorso sono stato invitato dagli amici UAAR al Gay Pride di Catania. A supporto della manifestazione, a testimoniare un sistema di pensiero alieno da ogni forma discriminante e anche, inutile negarlo, per cercare nuovi “adepti” o simpatizzanti e far crescere così l’associazione. Pur non aderendo all’UAAR e pur non essendo del tutto ateo partecipo spesso e volentieri alle riunioni del gruppo e appoggio con entusiasmo le loro iniziative: con buona pace di Falstaff l’eresiarca che, cinta d’assedio la mia ritrosia a qualunque forma di tessera, spera di riuscire un giorno ad avermi tra i membri dell’associazione…

Ma torniamo al Gay pride. Quel giorno non ero a Catania e perciò sono stato costretto a rinunciare. Eppure non sono certo che anche se fossi stato in sede avrei partecipato: in generale non amo le manifestazioni di massa, soprattutto non amo questo genere di manifestazioni. Quale il senso dei carri allegorici, delle sfilate, degli striscioni e degli slogan? Quale la ragione dell’orgoglio? È questo il problema maggiore. Il sentirsi speciali. È vero che la società italiana basa per lo più la propria morale su quella cattolica e mi rendo perfettamente conto di quante gravi incomprensioni, dei problemi, della stupida e gretta emarginazione di cui molti omosessuali sono oggetto. Ma vedete, io non sono uno di quelli che tollera gli omosessuali. No, non riesco proprio a tollerarli.

Perché tollerare è un verbo terribile che sa tanto di saccenza ed ipocrisia: come se si fosse certi del proprio status di essere umano e, in ragione della propria superiorità statistica, si decidesse di concedere la possibilità d’esistenza a strambi individui dalle abitudini poco ortodosse, come se si dicesse “non riesco proprio a comprenderli, anzi a dirla tutta mi fanno un po’ schifo, ma siccome mi hanno insegnato che bisogna essere liberali, visto che ci sono, me ne faccio una ragione…”. È una società idiota quella che da una parte afferma la libertà d’azione e di coscienza dell’individuo e dall’altra continua a sorvegliare, emendare, giudicare e punire. In una società simile le provocazioni fini a se stesse hanno un valore limitato: possono strappare qualche sorriso o qualche commento indignato ma non contribuiranno certamente a migliorare la considerazione di chi è adagiato nella certezza della propria normalità sessuale. Anzi. Il frocio rimarrà frocio, la lesbica rimarrà lesbica.

Capirete dunque perché consideri controproducenti manifestazioni così frivole come il Gay Pride. Alimentano l’auto-ghettizzazione, fanno pensare agli altri che davvero chi sta sfilando sia diverso: mentre non c’è proprio nulla di speciale nell’essere omosessuali. Le cose cominceranno a cambiare davvero quando la comunità omo smetterà per prima di sentirsi diversa dal resto del mondo e considererà i propri gusti sessuali una semplice caratteristica della personalità senza ridicole ostentazioni. Un mancino non è additato dalla comunità in cui vive come un essere repellente, non si sente più diverso degli altri e sono certo che non organizzerebbe mai la Giornata Mondiale della Consapevolezza Mancina. Scrive con la mano sinistra, punto. Per il resto è una persona normale come tutte le altre. Così come un omosessuale: ama una persona del suo stesso sesso, punto. Per il resto è uguale a tutti gli altri. Potete uscire insieme, sbronzarvi insieme, vedere una partita insieme, andare a mare o che ne so? semplicemente parlare, magari anche litigare e insultarlo ma non perché gay o lesbica, solo perché rompicoglioni… La crescita culturale di una società passa anche attraverso le piccole azioni quotidiane dei singoli. Non sempre un corteo è necessario.

Ah, io sono eterosessuale. Ma non credo che questo aggiunga o tolga qualcosa all’economia del nostro discorso.

lunedì 26 giugno 2006

Heroa

Un uomo sceglie il proprio lavoro. Lontano da casa, clima inospitale, turni massacranti, la morte sempre in agguato. Alla fine della propria giornata si addormenta sognando la famiglia, la ragazza, la moglie o i figli che ha lasciato in Italia, confortato dal pensiero che il proprio sacrificio quotidiano servirà a fargli guadagnare velocemente il denaro necessario per trascorrere una vita serena. Quest'uomo muore. Ucciso in azione. Partecipare alle missioni di cosiddetto peacekeeping nelle zone più turbolente del mondo rende, si sa, ma tutti i lavori pericolosi hanno da possibile contraltare un ferimento invalidante o anche la morte. La salma ritorna in patria: cordoglio nazionale, la solita bandiera sul feretro, i media che continuano a riprendere familiari distrutti dal dolore e a registrare le opinioni di amici e conoscenti che definiscono eroe il caduto, la solita medaglia di latta, i soliti discorsetti, le solite polemiche.

Un uomo sceglie il proprio lavoro. Turni massacranti, pochi diritti, misure di sicurezza aleatorie, non troppo lontano da casa ma abbastanza da obbligarlo ad una vita da pendolare. Decide di abbandonare la cucina di una rosticceria per un posto da carpentiere: operaio specializzato, se gli va bene potrà guadagnare anche 100 – 150 euro al giorno. Un’autostrada in costruzione. Si gioca al ribasso, golosi appalti pubblici, si ha il sospetto che gli amici e gli amici degli amici si siano accaparrati ogni cosa lasciando le briciole alle aziende oneste… Crolla la piattaforma su cui quell’uomo sta lavorando: quattordici feriti, l’uomo muore. È il suo terzo giorno di lavoro. Cordoglio del mondo politico, qualche riga dai sindacati, prima notizia di cronaca sui principali media. Rimpallo di responsabilità, soliti discorsetti, solite polemiche.

Destino diverso.

Il primo un eroe, il secondo una vittima… Perché? Quale differenza corre tra due morti sul lavoro, forse il secondo è meno eroe del primo perché non ha voluto imbracciare un fucile per guadagnarsi da vivere? Eppure sono centinaia ogni anno gli incidenti mortali sul lavoro: di quelli non ne parla mai nessuno. Forse perché nella maggior parte dei casi sono solo dei poveracci che lavorano (spesso) in nero e si accontentano di poche centinaia di euro pur di campare? Forse perché non gonfiano il petto di uno stupido orgoglio nazionale o non spostano consensi elettorali? Forse perché qualcuno pensa che l’operaio meriti meno rispetto di un soldato? Forse davvero i morti non sono tutti uguali.