domenica 23 marzo 2014

Lettera ad un grillino mai nato

Eppure non riesco a capire come sia potuto accadere. Credevi nella politica come azione e partecipazione alla gestione di una vita associata senza tecnicismi o personalismi. Disprezzavi i politici di mestiere. Ricercavi il bene comune. Non sopportavi i soprusi quotidiani e le ingiustizie di una società regolata dall’avidità e dall’egoismo di pochi.

Eppure riesco a vederti in un universo parallelo mentre partecipi ai Meetup, segui il lavoro dei “Cittadini a Cinque Stelle”, t’indigni per l’opinione che altri hanno del tuo movimento, condividi sui social network status consolatori e autoreferenziali e dai confidenza solo agli attivisti fedeli alla medesima causa di emancipazione politica. Non so cosa sia andato storto, davvero. Eppure sono certo che tu, caro me grillino, non nascerai mai.

Ho sempre avuto fortissimi dubbi nei confronti del Grillo politico e dei suoi sodali anche in tempi non sospetti, quando cioè dubitare di Grillo non era di moda e anzi era visto come un pericoloso atteggiamento reazionario da quella che fu la mia area di riferimento. A quei tempi si pensava ancora che Grillo potesse essere inglobato nella sinistra “istituzionale”: rappresentava già allora un  possibile collettore di voti e un catalizzatore della rabbia legittima e non rappresentata di ampie fasce di cittadini ed era un’occasione troppo allettante per essere sprecata. Non mi piaceva il Grillo “messia” che urlava contro l’establishment in comizi camuffati da spettacoli teatrali. Non sopportavo che delle buone idee fossero mescolate in maniera superficiale e sensazionalistica, condite di complottismi e speziate infine di un qualunquismo più o meno colpevole per raggiungere un numero sufficiente di fedeli sostenitori, devoti all’idea grillina e talebani della causa a Cinque Stelle tali da creare un partito politico mascherato da movimento. La consideravo una mossa furba e sottile, un modo per fare man bassa di facili consensi duepuntozero usando come grimaldello tanti nobili e condivisibili ideali.

Caro me, grillino mai nato, come ben sai la mia insofferenza si è esasperata quando il vostro movimento d’opinione è diventato partito raccogliendo consensi trasversali attraverso il marketing dell’esasperazione e l’entusiasmo della novità postideologica e paraqualunquista. Il liberatorio vaffanculo iniziale è diventato manifesto politico e il vostro (bellissimo) programma un calderone di buoni propositi dove si rimestavano concetti e idee provenienti dalle ideologie più varie in nome di indistinte “cose giuste”. Senza tenere conto dell’ambiguità di un simile termine, di come sia possibile oggettivare il concetto di “giusto” e per chi una determinata cosa sia giusta o meno e in che misura. Non siete un partito di sinistra, lo so, e capisco che certe vostre posizioni – anche incongrue e incoerenti con altre vostre scelte –  siano dettate da quell’agglomerato ideologico talvolta confuso che compone il vostro movimento. E mi spiace se non riesco a seguirvi, legato come sono ad una visione progressista e socialdemocratica della società rinvigorita da una idea libertaria di fondo.

Il Movimento Cinque Stelle ha esasperato le chiacchiere da bar elevandole ad apparecchio politico, ignorando – facendo finta di ignorare – che a livello “democratico” non possono esistere soluzioni semplici a problemi complicati. Già Berlusconi nei suoi venti anni di regno aveva fatto qualcosa di simile trasferendo la volgarità, il qualunquismo e le astuzie da cummenda nell’agone politico: Grillo ha preferito puntare sulla rabbia dei tanti invece che sulla classe sociale, raccogliendo in tal modo consensi provenienti da ogni categoria della fiera umana possibile e immaginabile. Dal professore allo studente. Dall’operaio al professionista. Dalla casalinga all’ingegnere aerospaziale. Tutti arrabbiati, tutti incazzati. Quasi tutti onesti e animati da magnifiche intenzioni. Molti di loro digiuni di politica, alcuni di loro con insufficiente capacità critica e pronti a confidare solo nella religione del blog grillino, unica fonte attendibile di informazioni contro i pennivendoli venduti e i giornalisti della esecrabile Ca$ta plutocratico-massonica. È facile raccogliere consensi in questo modo: parlo del favore di pancia, non del favore legittimo e incoraggiante acquistato da una maggiore consapevolezza politica. Non mi piace questo modo di fare politica. E non mi piace perché alla lunga logora il Paese e, cosa più importante, in mancanza di risultati prima illudi e poi deludi le persone abbandonandole in un buco nero senza speranze concrete.

Come Berlusconi nei suoi venti anni di regno ha legittimato il fascismo, inoltre, allo stesso modo Grillo ha legittimato gli imbecilli e gli arroganti. Li ha fatti diventare forza politica. Ha dato loro in mano uno strumento e una illusione della quale non sanno cogliere la complessità. E soprattutto, che non sanno usare. Bianco o nero. Amico o nemico. GGente o Ca$ta. Persone che non si sono mai interessate di politica e di economia e adesso pontificano come i migliori premi Nobel: sbagliando, com’è ovvio, e come accade a chi legge il mondo con la superficialità dettata dalla fretta di recuperare il tempo perduto.

Con questo non intendo dire, ovviamemente, che il Movimento Cinque Stelle sia composto da imbecilli. Voglio dire semplicemente che la percentuale di imbecilli di cui è composto ciascun partito, setta, religione, condominio o squadra di calcetto che dir si voglia nel caso del Movimento Cinque Stelle si sente legittimata ad agire secondo il modo che gli è proprio perché vede che l'arroganza, la violenza verbale e le volgarità vengono tollerate all'interno del Movimento di cui fanno parte e magari ufficiosamente incoraggiate.

C’è del buono tra i grillini, certo. Ci sono belle persone oneste e animate da buoni propositi che credono nella politica come attivismo, vero. Ma c’è anche tanto marcio in questo movimento: l’arroganza dell’ultimo arrivato, la violenza dell’ultrà che difende la propria squadra al di là di ogni logica. Prepotenti dilettanti. Grilletti di una pistola carica che stanno facendo di tutto per fare sparare salvo poi, candidamente, mostrare le mani come se fossero monde da ogni colpa. E se qualcuno desidera muovere alcune contraddizioni alla prassi del Movimento cercate di portare il discorso verso i vostri mantra rassicuranti o, di contro, vi coprite del mantello del vittimismo e lo insultate indignati cercando di nascondere il terrificante vuoto ideologico che sta dietro il pensiero del vostro Capo Supremo, depositario del Pensiero Unico e Leader Massimo, Padrone del teatrino delle marionette nel quale vi permette di muovervi pensando di essere liberi dai condizionamenti della politica della Ca$ta. Ma senza mostrare troppa indipendenza, veh, che poi il giocattolo si rompe.

Non contesto caro me, grillino mai nato, il fatto che voi diciate di essere diversi dagli altri. Contesto il fatto che voi siate troppo simili agli altri perché io vi possa chiamare diversi: simili nella pratica quotidiana al di là di occasionali per quanto notevoli differenze. Partito irreggimentato, soldatini sostituibili senza troppi pensieri, squadroni in marcia alla conquista di un potere fetido e putrefatto per la maggior gloria del vostro capo. Ecco perché, caro me grillino, non vedrai mai la luce nel mio mondo.

giovedì 27 febbraio 2014

Luminarie tamarre a Modica che nemmeno a Viareggio (negli anni '80, estrema periferia) per il "Carnevale Barocco" che di barocco non ha proprio niente. E poi il peggio del peggio. A parte il manifesto sgrammaticato con le "chiacchere" giorno 4 marzo ci sarà una degustazione di SALSICCIA e RICOTTA CALDA per la cittadinanza tutta. Già, avete letto bene. Ora mi chiedo: perché non si rendono conto? Seriamente, perché i "nostri" cari amministratori non si rendono conto di quanto ridicole, anacronistiche e terribilmente di cattivo gusto possano essere iniziative simili? Sarò ripetitivo ma mi chiedo ancora una volta quale indirizzo questa amministrazione voglia dare alla politica culturale e ricreativa della città. In questo momento stiamo raccogliendo una figuraccia dietro l'altra che sicuramente non farà bene all'immagine di Modica. E per favore, non ditemi che si tratta del "recupero della nostra identità o delle tradizioni" perché in tal caso si tratterebbe della banalizzazione portata ai massimi livelli. Se qualcuno avesse voluto davvero recuperare le nostre tradizioni allora avrebbe potuto leggere "L'antico carnevale della contea di Modica" di Serafino Amabile Guastella: allora sì che tra Sdirruminica e Sdirrimarti, tra Cannaruzzuna della festa e Zuppiddu potevamo riscoprire le nostre tanto violentate tradizioni. Così invece è solo farsi del male e ripiombare nel provincialismo più truce e burino.

sabato 8 febbraio 2014

Tarì 9 per carne ed altro

Negli anni ’60 del XIX secolo fu affidato a suor Teresa del Cuor di Dio, celleraria del Monastero di San Martino a Modica alta, il compito di registrare minutamente gli introiti e gli esiti del convento. Denaro, frumento. Dazi, gabelle, “provisioni” per la comunità. “Ricreazioni” e “complimenti”.

Con scrittura nitida e precisa la religiosa annota in un discreto italiano le voci di spesa e i relativi oneri che la priora suor Teresa del Cuor di Maria Ciaceri salda per suo meticoloso tramite. “Tumini tre di Fave a tarì 26 grani 8… Pesce Tonno per salarlo rotoli 30 a tarì 19…  Uova n. 40 a tarì 4… Caffè uno rotolo e zucchero uno rotolo e mezzo comprato in diverse volte a diversi prezzi”. Quale sorpresa dunque rinvenire, nascoste tra le pieghe della piccola storia a rivelarsi allo studioso paziente, due voci di spesa che solo in principio sembravano essere uguali alle altre.

“Settembre 1860. 24 detto [mese] erogati in compra di Carne ed altro per i condannati a morte”. I nove. Auçisu comu ê novi. Poco si conosce di questo tristissimo episodio che vide nove modicani arrestati, processati e condannati a morte in appena ventuno giorni dalla Commissione speciale penale per violenze e reati contro il patrimonio. Fucilazione.

La suora si attarda ad annotare i nomi dei condannati e le circostanze straordinarie di questo episodio che incrociò la placida vita del monastero e che dovette sconvolgere la città intera per la gravità della condanna e l’esecuzione quasi immediata. Alla cronaca asciutta del padre cappuccino Samuele da Chiaramonte del 1897 e ai frammenti di notizie raccolte da qualche appassionato di storia locale si inserisce adesso un piccolo tassello inedito capace di aggiungere una nota di umanità a questa vicenda infelice.

Dalla notazione di suor Teresa del Cuor di Dio che ho avuto la ventura di riportare alla luce scopriamo che il Monastero di San Martino fu quasi certamente il luogo in cui si consumò l’ultimo pasto dei condannati a morte prima della loro fucilazione. Pasto frugale, anche se in quei nove tarì spesi “per compra di carne ed altro” vogliamo immaginare una sincera pietas cristiana nei confronti di poveri scassapagliai che ebbero la malasorte di assurgere ad esempio della severità dal neonato governo dittatoriale.

Lievemente diversi i nomi di alcuni di essi che però saranno segnati con gelida fedeltà nei registri ufficiali e negli atti di morte della Comune modicana. “Domenico Matarazzo, Carmelo Iachinoto, Francesco Floridia, Iacinto Terranova, Giuseppe Alescio, Ignazio Zacco, Emmanuele e Bartolo fratelli Terranova Aggeri, e Angelo Giannone Faccibella che sotto lì 24 settembre dalla commissione speciale furono condannati a morte” e in un altro stralcio la suora precisa che fu “eseguita la sentenza sotto lo stesso dì nel Campo Santo così detto di S. Maria lo Rito”.

Soltanto lo stilo di una suora celleraria dunque, la quale nella ragioniera computazione di “ovi”, “carcioffole”, “pasta al torchio” e salme di frumento non poté fare a meno di includere i nomi di nove sfortunati rubagalline che solo da pochi anni sono stati restituiti alla memoria condivisa e non sempre onorevole della nostra città.

mercoledì 29 gennaio 2014

L’anarchia spiegata ad un renziano (nel tempo di un caffè)

Caro amico renziano (perché mi sei amico, non fosse altro per una preistoria ideologica che ci accomuna), io vorrei tanto essere “di sinistra”. Davvero. Mossi i miei primi, ingenui passi nella Sinistra Giovanile seguendovi nelle divinizzazioni dei vari D’Alema, Prodi e Fassino per abbandonarvi polemicamente quando mi accorsi che tenevate più alle poltrone che alla realizzazione di un programma. Virai dunque in direzione della sinistra “radicale” e per anni mi sentii a casa: programmi e utopie, istanze progressiste, collettività e impegno politico furono i miei punti di riferimento. RC, PDCI, SeL (già con seri dubbi). Presi parte anche ad uno sciagurato esperimento civico naufragato in tutta la sua miseria e limitatezza.

Seguendo da vicino i miei rappresentanti politici e catalogando le continue scissioni dei partiti di riferimento – e questo fino all’impalpabilità nucleare – mi resi conto tuttavia che il marcio aveva raggiunto anche la minoranza della sinistra nella quale avevo creduto. O forse c’era sempre stato il marcio, solo che ero così affascinato dall’ideale che dicevano di rappresentare che non avevo voluto scorgere in essi ciò che in realtà professavano.

Era una lotta sorda e ipocrita, perché mascherata, per la conquista di inutili pezzetti di sovranità impopolare. Per il raggiungimento di un mirabolante 0,2%. Come nel PD anche nella sinistra “radicale” tutti volevano diventare la classe dirigente del futuro, tutti aspiravano ad essere i leader in una lotta suicida fra capetti arroganti mentre il Paese naufragava intorno. Cambiavano le sigle ma non le facce, e se pure cambiavano le facce le teste rimanevano le stesse. Giovani vecchi, burattini di cariatidi ammuffite per le quali ancora si intravedevano i fili attaccati ai propri eredi. Li abbandonai poco prima che scomparissero, fagocitati da una legge elettorale indegna e cancellati dalla loro stessa incapacità di capire il “popolo” dei quali si pregiavano di essere rappresentanti.

Caro renziano, per quanto la cosa potrà sconvolgerti approdai all’ideale libertario. Signora Libertà signorina Anarchia. Che non è caos come pensi tu con una certa semplificazione ma assenza di padroni o gerarchie costrittive. Secondo l’anarchia il potere non può rappresentare il fine per reggere questa società o peggio ancora lo strumento che porti ad una fantomatica rivoluzione proletaria. L’ideale anarchico non sostiene la libertà di fare tutto ciò che si vuole, anzi: nessun sistema politico è più calibrato dell’anarchia, che disprezza fortemente l’egoismo e incoraggia l’individualità nel rispetto del singolo. Anarchia è azione, e non immobilismo politico come mi accusi con un senso di superiorità quasi messianico copiato direttamente dal tuo leaderino di cartone. Al contrario di quello che pensi, infine, nella tua testolina nutrita a pane e “senso di responsabilità”, l’ideale libertario non persegue uno sterile insurrezionalismo inutile e controproducente in un momento storico quale il nostro.

E questo non perché lo Stato e i suoi complici non meritino di essere ridotti in minuscoli pezzettini, ma perché sarebbe ridicolo pensare che la violenza di una bomba possa spingere il popolo a fare i conti con il sistema. È necessario che ciascuno faccia prima i conti con i propri limiti e con i limiti della società che ha contribuito a creare: ma anche allora le bombe sarebbero superflue perché basterebbe la coscienza dell’individuo per fare collassare questo sistema malato.

Religione? Romanticismo politico? Utopia? Certamente. Ecco perché è indispensabile accompagnare l’idea anarchica alla prassi socialdemocratica. Possiamo distruggere ogni cosa e passare la nostra vita a spalare macerie, certo. Oppure possiamo accettare il male necessario della democrazia e agire quotidianamente affinché la tarma dell’idea libertaria intacchi i vostri sistemi ideologici così ben costruiti e così rassicuranti fino a farli crollare sotto il peso delle loro stesse contraddizioni. Vorrei ancora essere di sinistra caro renziano, davvero. Ma se il prezzo da pagare è recitare la caricatura di un’ideologia in nome di una supposta governabilità capirai allora, caro amico renziano, se non ingoierò un simile tossico e se da questa vostra politica del bilancino mi ritrarrò disgustato.

Appunti per una fenomenologia della piccola politica

Assurde e inconcepibili in un mondo razionale dovrebbero essere le ragioni che portano persone dotate di intelligenza a scegliere come loro rappresentante politico una persona incapace di onorare il proprio ruolo. Accanto alle buone intenzioni favolistiche della “grande” politica alle quali tutti dicono di ispirarsi – quella scritta su opere di infiocchettata utopia per capirci – emergono in questi indegni rappresentanti altre più concrete e infelici ambizioni che nessuno di loro ha tuttavia l’ardire di manifestare al mondo. Quasi diffondessero chissà quali verità sconosciute ai più. Il potere. La tirannia del singolo che elargisce a suo piacimento favori e benefici. L’esercizio cosciente e continuato del privilegio per sé e per una congrega strettamente affiliata.

Sono i mali della democrazia imposta, un sistema di organizzazione che rivela tutte le sue derive dispotiche qualora non sia accompagnato da una educazione alla vita associata che illustri la convenienza di un principio comune basato sull’equità e la giustizia sociale. Comandare è bello direbbe il buon Cervantes, anche se si tratta di una mandria di bestiame. Che sia la presidenza della Repubblica o il consiglio comunale del paesino più miserabile la sostanza non cambia. Qualora non esista alla base della società l’idea forte di una etica politica affiora la debolezza del “particulare” e l’egoismo della meschinità quotidiana: l’arroganza e il malaffare sono eletti a sistema, il voto diventa moneta sonante attraverso cui acquistare l’affetto del governato, la rappresentanza politica soltanto uno strumento per favorire la propria cricca di riferimento e l’ascesa verso porzioni di potere sempre più ampio e assoluto.

È la logica del “Lei non sa chi sono io” del piccolo democristiano dei tempi che furono, o dei craxiani rampanti che dilagarono nei funesti anni Ottanta lungo tutta la penisola. È il furore grossolano dei separatisti più biechi, la viscida convenienza dei centristi o il berlusconismo e le sue figliate assolutamente impermeabili al concetto di legalità che muovono i fili della vita comune coi guasti che è possibile osservare quotidianamente.

A Modica ora più che mai si aggira lo spettro di questa piccola politica e della moralità annullata e sostituita da un moralismo di facciata vuoto ed ipocrita. Che non si limita soltanto ad alcune personalità pubbliche, badate bene, perché ha ormai infettato buona parte della nostra società senza che si riesca a trovare un vaccino adeguato per guarire da un simile male.

L’amministrazione di Abbate vorrebbe riportare la città ai fasti di facciata del regno di Torchi. Con una differenza: non possiede vacche grasse da mungere come allora né ha la “fantasia” amministrativa del suo modello ideale. Sia ben chiaro, continuo a pensare che l’amministrazione Torchi sia stata una rovina per Modica: perché se da un lato si è registrata una innegabile effimera crescita questa è andata di pari passo con il declino morale della città – che in verità non navigava già in buone acque –, una città che si è sentita autorizzata a considerare l’amministrazione come un grimaldello per far saltare fastidiose “pastoie burocratiche” che impedivano lo sviluppo (chiamiamolo così) del singolo. Senza dimenticare la gestione disinvolta delle finanze pubbliche che ha provocato quel baratro economico del quale ancora oggi paghiamo le conseguenze.

Un’amministrazione, l'attuale, che naviga a vista senza che si intraveda un progetto ben preciso per la crescita della città che non siano le pezze temporanee sui vuoti istituzionali, l’aumento miope delle tasse e una gestione della politica culturale che definire grottesca è un eufemismo, orgogliosa com’è di luminarie natalizie visibili dalla Luna e panchine di cioccolato.

Nel piccolo governo prospera ovviamente il piccolo amministratore. Parvenu della politica che può contare su una base non indifferente, egli cavalca le onde del qualunquismo più infelice tenendo saldamente in mano le briglie del populismo e dell’arretratezza culturale. Gente che pensa che il razzista è solo quello che vorrebbe gli ebrei nelle camere a gas. Poveracci di spirito che brindano alla scomparsa di un giornale libero e insultano ministri della Repubblica senza rendersi nemmeno conto (o peggio, malignamente, rendendosene conto e fingendo successiva sorpresa alle reazioni) dei loro atti. Piccoli prepotenti che pensano di aver diritto all’adorazione una volta entrati nelle stanze del potere.

Forse alla base di tutto c’è davvero l’arretratezza culturale di una città. E non stiamo parlando di titolo di studio. Quel mitico pezzo di carta cioè, diploma o laurea che sia, conseguito da generazioni non tanto per ottenere gli strumenti utili ad una migliore comprensione della realtà ma solo perché in tal modo il politico amico, e l’amico dell’amico, poteva sistemare questi giovinetti neoacculturati nella pubblica amministrazione dietro una scrivania e un ruolo probabilmente immeritati. Fino alla fine dei tempi.

La cultura va al di là del titolo di studio o dell’erudizione. Non è il governo dei filosofi di Platone né la competenza del tecnico. Non è l’abilità dialettica dell’imbonitore né la raffinatezza del gusto artistico. Cultura non è sapere tante cose, o mostrare di saperne tante: cultura è intelligenza, capacità di organizzare un pensiero e di comprendere la direzione di una società. Cultura è ponderazione e acutezza d’idee, è progettare una vita associata che superi, includendola, la propria esistenza, e che punti al benessere collettivo.

Non è il linguaggio forbito del professore di cui abbiamo bisogno per crescere ma la caparbietà intelligente dei politici di razza, di gente che possegga gli strumenti per amministrare e progettare un futuro. Di gente che faccia parlare di sé per le azioni di governo e non per gli aggiornamenti di stato gretti e sgrammaticati dei social network, degni più di un ragazzino irresponsabile che non di un amministratore serio e competente.

lunedì 6 gennaio 2014

Favola



C’era una volta in un tempo fuori dal tempo il paese di Mirmidonia. Esso era governato dai buoni Saggi Padroni i quali a tutto pensavano per il benessere e la felicità dei sudditi. Un giorno i Saggi Padroni chiesero a Formicaccia di cercare i cibi più deliziosi e succulenti del loro mondo affinché l’intera comunità potesse fare festa e gioirne. Formicaccia, ben cosciente dell’impossibilità di una ricerca veloce e solitaria, chiese aiuto al piccolo Formichina, giovane e volenteroso insetto della città di Mirmidonia. Formichina prese a cuore il progetto dei Saggi Padroni e si spinse oltre i suoi compiti iniziali scoprendo leccornie rare e preziose che Formicaccia stesso si era rifiutato di ricercare perché riteneva impossibile esistessero ancora.

Alla fine del lavoro Formicaccia chiese al suo maestro Formicona un parere sul lavoro svolto. Formicona, con tutta la boria ed arroganza d’insetto che riteneva di essere importante ridicolizzò l’impegno di Formichina e convinse Formicaccia dell’opportunità di escludere la giovane formica dalla parte di merito del quale pure era degno. Solo uno zuccherino sarebbe bastato, un contentino e l’oblio. Chi era mai, alla fine, Formichina? E così fu: Formicaccia a braccetto con Formicona si appropriò ingiustamente di ogni merito davanti alla comunità festante. Formichina condannò il meschino opportunismo e la miserabile arroganza di Formicaccia e maledisse la gretta superbia di Formicona. Infine, non riuscendo a sopportare quell’ingiustizia, Formichina rivolse uno sguardo ai Saggi Padroni chiedendo come fosse possibile che nella loro infinita assennatezza non avessero compreso la maligna perfidia di Formicaccia.

Suonò la sveglia e Formichina si scrollò tirando le coperte sulle antennine. Cinque minuti ancora! Era solo un incubo, un incubo soltanto… Sorrise pensando alla bontà dei Saggi Padroni e all’amata città di Mirmidonia. Mai sarebbe accaduto nella loro comunità che il merito del singolo e la bellezza della cooperazione fossero scalzate dalla miseria del sentimento e dall’insolente avidità dei pochi.

sabato 14 dicembre 2013

Chiamata alle armi

Ovvero contro il fascino dell’elitarismo antagonista

Sapevo che Facebook potesse essere uno strumento di diffusione virale, ma non immaginavo certo che uno scritto lineare e fondamentalmente di pancia come quello sui Forconi potesse avere una visibilità addirittura pandemica.

Quelle quattro righe erano state scritte per due ragioni. La prima, per aprire un possibile dialogo con i Forconi più illuminati, affinché leggessero ad alta voce quello che di fatto sanno già, vale a dire di aver contribuito con la loro indifferenza politica a questo tragico stato di cose che adesso combattono e affinché capissero, qualora non sia già accaduto, i limiti e la pericolosità di una rabbia non indirizzata. La seconda, affinché le persone a me ideologicamente affini avessero uno scatto d’orgoglio ricordando le lotte passate (presenti, ancora per qualcuno), gli amici e le amiche che formano le ceneri di quella che è stata la sinistra cosiddetta “antagonista” o “radicale”: quella che, personalmente, mi sono sempre limitato a chiamare sinistra.

Sarei ipocrita se scrivessi che tanto favore, tanti apprezzamenti e tanta condivisione d’ideali non mi abbiano fatto piacere: ma sarei altrettanto ipocrita se evitassi di scrivere che ancora una volta ci siamo battuti le mani a vicenda, noi ideologicamente affini, mancando ancora una volta l’intento che invece dovrebbe essere più importante. Quello di riuscire a parlare e a trovare un canale di dialogo con gente che la pensa in maniera diversa da noi.

Quella di fare politica.

Veramente siamo diventati rivoluzionari da social network? Veramente pensiamo che basti una condivisione, un like, una petizione online, un commento di consenso e una fratellanza di pensiero per contribuire ad un possibile cambiamento? Veramente siamo così immobilizzati dalla palude del quotidiano, incatenati alla demenza di un lavoro schiavista, pietrificati dall’apatia delle idee che abbiamo dimenticato cosa significa parlare con le persone? Veramente siamo così diversi dalla massa che protesta, davvero i nostri problemi quotidiani sono così diversi dai loro? E infine, veramente siamo così idioti da non capire che in Italia dopo il fascismo bianco dei berluscones sono già attecchiti i semi di una perversa reazione autoritaria e la gramigna di un turpe fascismo nero?

Le cose in Italia andranno sempre peggio. Perché la rabbia, la disperazione e la fame, e non ultima la mancanza di rappresentanza politica e di interlocuzione, hanno già fatto esplodere la pentola del disagio sociale. Non possiamo lasciare che il dolore di noi italiani sia intercettato e incanalato, sfruttato, strumentalizzato da gentaglia il cui solo interesse è il potere e la restaurazione di ideologie autoritarie e liberticide.

Spero di essere catastrofista. Spero di sbagliarmi. Ma in caso contrario, cosa fare? Ci ritroveremo sui social network a linkare il nostro disappunto? Ci limiteremo a ricordare di quanto avevamo ragione senza tuttavia aver mosso un dito nel presente? Lasceremo dilagare per l’Italia i fascisti da operetta (ma non per questo meno pericolosi) e i cripto-fascisti alla Grillo e Casaleggio?

Ecco perché questa vuole essere una ideale chiamata alle armi. Le armi della lotta politica, le armi della ragione. Le armi del confronto, anche fisico. Ritorniamo per le strade, non bivacchiamo nell’asettico e confortevole mondo virtuale dei social network e di internet. Ritorniamo tra la mischia, ritorniamo tra la folla, nella polvere, nel sudore, tra le urla e l’adrenalina delle masse dalle quali anche noi proveniamo.

Ecco perché questa è una chiamata alle armi. Noi arrabbiati, noi col pezzo di carta, noi senza cultura. Noi progressisti, noi radicali. Noi socialisti, noi comunisti. Noi autonomi, noi antiautoritari, noi anarchici. Noi cani sciolti senza collare né padrone.
Cari amici fricchettoni no global vegani pacifisti antiproibizionisti e chi più ne ha più ne metta: il tempo delle pagliacciate è finito. Non possiamo più permetterci i “serpentoni pacifici, chiassosi, festaioli e colorati” delle manifestazioni al suono di Bob Marley. I flash mob e i grotteschi girotondini. Le magliette del Che e i cortei scanditi da canzoni bellissime e polverose delle quali sembriamo ormai aver dimenticato il senso. Non possiamo permetterci il pacifismo intransigente e sterile e il delicato attivismo fatto con il cuore.

Non abbandoniamo il cuore in politica, certo. Ma regaliamogli la compagnia di altri organi: il fegato delle scelte, lo stomaco della fermezza e della forza interiore. E il cervello, il cervello soprattutto. Il cervello della progettualità voglio dire, capace di mediare istinto e ragione, utopia ideale e pressi politica. Il cervello che faccia capire a noi “progressisti”, a volte maledettamente affascinati dall’eleganza della parola e dal romanticismo di certe posizioni idealiste, che senza il favore popolare non si va da nessuna parte.

Ritorniamo in piazza, tra la gente alla quale anche noi apparteniamo. Avevamo ragione sulle cause di questa crisi malefica, etica, economica e politica: la situazione attuale purtroppo lo ha dimostrato, anche se avremmo tanto voluto essere in errore. E forse avevamo ragione anche sugli strumenti per contrastarla. Ma inutile girarci intorno: non siamo stati capaci di comunicarli nel modo giusto e abbiamo fallito. Ci siamo lasciati rinchiudere da ideologiche lotte intestine per il dominio del nostro grupposcolo di riferimento mentre la gente, la nostra gente, precipitava nella disperazione più nera. Noi stessi, senza accorgercene.

Incontriamoci allora. Parliamo. Progettiamo. E incontriamoli soprattutto. Progettiamo insieme con un concetto che potrà sembrarvi insolito: con la disciplina di un’idea e con una nuova, rinnovata passione che possa coinvolgere il maggior numero di persone possibili. Senza elitarismi, senza battaglie “per la società civile”: prima pensiamo a come far arrivare le famiglie alla fine del mese, poi potremo dedicarci a tutte le altre cose importantissime nelle quali ci siamo spesi e che ci hanno fatto perdere il sostegno della nostra gente.

I nemici in piazza sono poche decine: tutti gli altri sono brave persone, ciascuno con la propria intelligenza e il proprio giudizio anche se adesso ci sembrano solo degli sbandati e degli arrabbiati. Forse questo è accaduto anche perché noi non siamo stati in grado di comunicare le nostre idee, di condividerle con loro e di elaborare insieme a loro un piano di salvataggio. Perché saremo pure cani sciolti, ma in alcune circostanze è solo il branco a salvarci la vita.