domenica 21 ottobre 2012

Addavenì Ricciolone



Nella politica da baraccone della democrazia rappresentativa il teatrino delle elezioni, ridicolo, e l'accattonaggio dei voti dei candidati al governo della regione Sicilia segue da sempre logiche tutte sue. A petto della solita chiamata alla legalità e all'orgoglio siculo che infuoca i vari appetenti allo scranno e che attraversa le casacche di ogni colore il racket dei manifesti elettorali continua a regnare sovrano e il voto di scambio si presenta, come sempre, di solida e robusta costituzione. Nel marasma del vecchiume che si traveste di nuovo - con qualche stilla di freschezza che viene purtroppo confusa nel lercio dell'ovvio - le uniche ventate di novità sono state rappresentate dai Forconi e dal Movimento Cinque Stelle. Per suo conto il Movimento dei Forconi ha sbagliato ogni cosa. Dalle forme di protesta autolesionista di una jacquerie senza speranza e senza direzione che ha mandato avanti un popolo arrabbiato e politicamente ingenuo in attesa di non si sa che cosa (forse del tornaconto di qualcuno), al programma singolare ma populista per larghi tratti, allo scadimento nell'ennesimo partito indipendentista che trasformerà anche le buone intenzioni del migliore tra i forconi nella più trista forchetta affamata di privilegi. Arriveranno a Palermo anche loro, badate bene, il Movimento è molto forte nelle aree rurali e in quei territori che hanno vissuto per decenni di contributi a pioggia e che sono stati poi abbandonati a se stessi: territori in cui il risentimento per la vecchia classe politica è fortissimo, quella stessa classe politica che hanno fortemente contribuito a far eleggere per difendere gli interessi dei loro soliti noti.

Il Movimento Cinque Stelle invece merita attenzione.

Continua...
 

sabato 25 agosto 2012

Addio alle armi


Per quanto bizzarra possa apparire come idea, anch’io un tempo ero bambino. Prepotente e capriccioso, le poche volte in cui giocavo con altri volevo sempre vincere. Si era in campagna, e di pomeriggio l’incontro con i miei coetanei aveva il sapore esotico e raro di viaggi verso terre lontane.  Abituato in un mondo di giochi solitari in cui mi ritrovavo unico despota e tiranno, non riuscivo a concepire l’idea che a volte ci si dovesse accontentare di condividere una vittoria con altri, o peggio, riconoscere mestamente una sconfitta. Outsider in organismi consolidati, cercavo allora di stringere alleanze strategiche con i bambini più popolari, non disdegnando nemmeno la presenza di bulletti precocemente incattiviti dal quartiere in cui vivevano: qualsiasi cosa pur di vincere. E vincevamo. Ma la vittoria aveva un sapore amaro, perché subito dopo lo sbruffoncello che mi aveva accolto nel suo gruppo per ragioni di convenienza facendomi sentire parte indispensabile subito mi metteva da parte, relegandomi a gregario e ultima ruota di un carro sul quale io avevo voluto salire a tutti i costi.

Se ho voluto condividere questo episodio minimo di ordinaria esistenza non è certo per ragioni di narcisismo autobiografico ma per insolito parallelismo con ciò che potrebbe accadere in un futuro prossimo. Per motivare una scelta, meditata e sofferta ancorché inevitabile. Alle prossime elezioni regionali voterò Platinette. Con determinazione e convinzione, sebbene, com’è ovvio, Platinette non abbia alcuna intenzione di presentarsi alla corsa verso il governo della Sicilia. Per quanto bizzarra possa apparire come idea, non si trattava della mia prima scelta. Rosario Crocetta volevo fosse il mio presidente. Sindaco antimafia di Gela, eurodeputato: una vita blindata, sacrificata all’idea che la nostra terra possa soffocare il morbo mafioso, sotto scorta continua e senza privacy alcuna, per cercare di sopravvivere a vigliacchi familiari eppure senza nome che lo avrebbero voluto morto. Lo stimavo, lo ammiravo. Dopo una bellissima intervista nella quale era riuscito a trasmettermi un fuoco di passione civile d’altri tempi lo avevo votato con speranza. Lo avrei votato ancora, supportato pur anche la sua campagna elettorale, pur di averlo come presidente della Regione.

Ma adesso no, non più.

Capisco la Realpolitik, davvero, e da un pezzo ho attraversato l’età in cui gli ideologismi erano in grado di intossicare anche il giudizio più equilibrato. Comprendo la necessità di governare una regione complessa come la nostra e avverto la difficoltà di gestire le contraddizioni che un territorio come quello siciliano mostra. E tuttavia non riesco, proprio non ci riesco, ad accettare certi compromessi ambigui e proteiformi. Da una parte Crocetta, uomo di lotta e barricate, uomo di piazza e di opposizione – spesso strategica ma sempre dura e sanguigna. L’uomo che ha consegnato alla giustizia 350 uomini appartenenti alle cosche mafiose di Gela. Dall’altra invece gente come Francesco Musotto, Antonio Dina e Gianpiero D’Alia, e ancora esponenti o transfughi da partiti reazionari quali Udc o Fli, partiti mai amanti dei grandi rivolgimenti culturali, progressisti a parole ma depositari in alcuni casi dei peggiori cascami della politica degli ultimi decenni. Partiti talora invischiati, inutile nasconderlo, in vicende poco cristalline e mai realmente chiarite legate a esponenti della criminalità organizzata… I cannoli di Cuffaro ve li siete forse scordati?

Lo struscio a braccetto lungo il corso della politica siciliana tra Crocetta e la sua coalizione di “uomini di buona volontà, progressisti e moderati” rappresenta un’immagine che mai avremmo voluto vedere. Una convergenza verso il passato, un enorme balzo all’indietro in nome di un potere da voler afferrare per i capelli a tutti i costi… Che tristezza vedere un uomo della levatura di Crocetta costretto a questi compromessi. Certo, ci sarebbe Fava potreste dirmi. Nome illustre con altrettanto illustri figure al suo fianco: Leoluca Orlando, Rita Borsellino. Illustri perdenti, se ricordate, nella folle corsa al governo della Sicilia. Eppure allora ci sembrava di aver fatto le cose per bene: una svolta per la Sicilia, il nuovo corso. Quasi tutto il centrosinistra compatto alle sue spalle (Margherita a parte, ma non prendiamo discorsi che potrebbero farmi allontanare dal mio consueto aplomb). La legalità, l’antimafia. I giovani. Il Rita-express. Ci avevamo creduto per davvero, allora, ma la fragile speranza di un cambiamento si era infranta contro il muro della macchina da guerra cuffariana. E adesso si pretende che due partitini, pur di buona volontà, come Sel e Idv possano sconfiggere il gigante dalle molteplici teste formato dal Pd, dall’Udc la cui nervatura è composta dagli stessi che nel 2006 sconfissero la Borsellino, dall’Api composto da ex margheritini e da altri partiti minori. Non ci credo, mi spiace. E allora tutto sarà finito, per l’ennesima volta. Così finirà come quando i comunisti dei bei tempi andati facevano opposizione strumentale ai governi, perdendo – non ai guasti generati dal potere politico, che quello faceva gola a tutti –, mentre tutti gli altri, i socialisti, i socialdemocratici, i repubblicani, stringevano grandi alleanze con l’immota e passatista Dc di Salvo Lima e di Andreotti fottendosene allegramente del popolo siciliano.

Crocetta era l’ultimo politico siciliano di cui avevo ancora fiducia. Ma adesso la delusione per la sua scelta mi ha portato ad una decisione dolorosa. Forse anche vigliacca, ma almeno in questo frangente inevitabile. Magari un giorno qualche altro uomo o qualche altra donna si affaccerà all’orizzonte portando una politica nuova e l’entusiasmo di un cambiamento, voluto, cercato e inseguito. Ma fino ad allora ho deciso.

Abbandono la posizione. Lascio il fronte sguarnito. Diserto. In attesa di qualche messia che possa guidare questa terra verso la salvezza. O in attesa che il mondo finalmente rovini verso l’abisso di una palingenesi definitiva trascinando con sé le macerie dell’esistente. E che da essa sorgano ancora, e ancora una volta, generazioni di ratti astuti e accomodanti, maiali col monocolo, scarafaggi in doppiopetto, nuovi volti e vecchi signori di una terra maledetta che forse non merita altro che la morte e l’approdo verso il nulla.

domenica 5 agosto 2012

Moloch


E alla fine ha capitolato. Divide et impera, mandatelo lontano che poi passerà. Dimenticheranno. In questo Paese bello e ridicolo non poteva che accadere, infine, anche a lui. Antonino Ingroia, primadonna e giudice antimafia, procuratore aggiunto di Palermo e coscienzioso ricercatore di una verità difficile della quale a nessuno sembra davvero importare, è stato trascinato sul fondo dalle sabbie mobili di un potere che tutto risucchia. Di un Moloch che chiede l’estremo sacrificio ai suoi uomini, anche a costo di snaturare il loro spirito e la loro vita sull’altare dell’estrema “ragion di Stato”.

Sulla vicenda della trattativa c'è una ragion di Stato che impedisce l'accertamento della verità sulla base delle ragioni del diritto penale? Se è così, dalla politica devono venire parole chiare: se si ritiene che debbano essere sottratte alla verifica della magistratura temi o territori coperti dalla ragione di Stato, lo si dica […]. Di fronte a una legge, o a una commissione di inchiesta politica che ribadisse la ragion di Stato dietro la trattativa, la magistratura non potrebbe fare altro che fare un passo indietro. In caso contrario, la legge ci impone di andare avanti”. Trattativa Stato – mafia, o per dire meglio stato – Mafia. Un macigno che pesa sugli ultimi brandelli della democrazia italiana pur nell’ingenua farsa di un segreto a tutti noto almeno nel suo incedere più ampio. Stato e mafia andati a braccetto. Lo Stato che aiuta la mafia, la mafia che ingrassa lo Stato.

Una provocazione, si è detto da più parti. Come a voler mettere chiarezza nella viscida ambiguità bifronte della politica, a voler illuminare le zone grigie, a tirar dentro i colletti bianchi. Ma una provocazione che sa tanto di malinconica bandiera bianca, la rassegnata débâcle di un giusto dinanzi alla rovina del suo mondo. Ma invocare la “ragion di Stato” trascina con sé un altro principio, vigliacco e disfattista. La ragion di Stato genera mostri. Il segreto. Segreto di Stato, a farci il callo. Decenni di stragi impunite, mandanti nascosti dalla cortina che avvelena l’aria e morti fin troppo evidenti. Anche le stragi di mafia saranno segretate? Che ce lo dicano allora: l’Italia è un paese governato dalla mafia. Almeno ce ne faremo una ragione e ben presto penseremo ad altro. 

D’altronde, il campionato è vicino.

lunedì 4 giugno 2012

Al lupo! Al lupo!


ovvero dell’oclocrazia sensazionalistica e disinformatrice ai tempi dei social network

Internet, si sa, è uno strumento democratico. Meravigliosamente utile, democratico e pericoloso. Più o meno come un fucile. Solo, più facile da usare e dagli effetti potenzialmente devastanti. La libertà di parola e di pensiero, gran bella conquista per l’uomo moderno. Peccato che questa includa anche la possibilità di esprimere sciocchezze e pronunciare bestialità d’ogni sorta senza curarsi minimamente delle conseguenze: sparare minchiate, per capirci. Una considerazione simile che ho avuto modo di esprimere ancora una volta in questi giorni mentre cercavo informazioni sul tragico terremoto che ha colpito l’Emilia Romagna. Accanto a notizie affidabili e scientificamente ineccepibili, infatti, ho letto post terroristici e interventi fuori da ogni logica che hanno avuto il triste privilegio di essere amplificati su blog, siti internet di supposta informazione e social network provocando comprensibile panico. Cerchiamo allora, nel nostro piccolo, di fare un po’ di sana informazione usando un linguaggio chiaro e lontano dai soliti funambolismi linguistici così tanto amati.

Il terremoto in Emilia Romagna non è stato provocato dal fracking
Chiariamo in primo luogo che il fracking è una particolare tecnica estrattiva che consente di estrarre petrolio e gas da determinate rocce attraverso la pressione generata da un liquido capace di rompere lo strato roccioso in cui si trovano. I soliti disinformati, quelli che a ogni pie’ sospinto gridano al complotto, hanno ipotizzato che il terremoto in Emilia Romagna possa essere stato provocato dall’estrazione di gas del sottosuolo padano operata da alcune compagnie americane. Il terremoto è di origine naturale per due semplici motivi: 1) In Italia il fracking non è utilizzato per ragioni commerciali ma per limitate ricerche geologiche sperimentali; 2) Fracking e perforazioni possono provocare terremoti ma ad un livello superficiale, non certo a 8-10 km di profondità come è accaduto in Emilia Romagna.

I terremoti non si possono prevedere
Non ancora, purtroppo. In questi giorni si leggono previsioni certe riguardanti un catastrofico terremoto 7.5 Richter che potrebbe colpire Calabria e Sicilia nei prossimi giorni o mesi. Lo ripetiamo ancora una volta: allo stato attuale della ricerca la scienza non possiede strumenti affidabili che consentano di prevedere con certezza l’arrivo di un terremoto. Non si può prevedere il luogo, non si può prevedere la data né l'entità del sisma. Non fatevi prendere dal panico, affidatevi alla scienza e non alle farneticazioni di chi si improvvisa esperto o giornalista dell’ultima ora. Fate vostro il principio fondamentale di ogni giornalista, che poi dovrebbe essere quello di ogni lettore critico: controllate l’affidabilità e l’autorevolezza delle fonti che consultate, leggete per intero le informazioni che trovate, non fermatevi ai titoloni sensazionalistici. Mi dispiace dirlo per i redattori di tante piccole testate, ma Il Gazzettino di Scardacucco o il blog di PaZzErElLa92 non hanno la stessa affidabilità dell’Istituto Nazionale di Geologia e Vulcanologia. Se vaglierete con attenzione le vostre fonti molti dubbi e molte paure se ne andranno via da sole. La notizia catastrofica e assolutamente falsa di questo terremoto è partita dalle parole dell’ing. Alessandro Martelli dell'Enea interpretate con leggerezza da qualcuno e poi amplificate colpevolmente dai vari media. Forse un po’ di colpa risiede anche in Martelli, che non ha pensato alla possibilità che le sue dichiarazioni potessero essere forzate, ma Martelli è un ingegnere e non un esperto di comunicazioni consapevole dei rischi che dichiarazioni ambigue possono provocare. L’ingegnere, infatti, ha espresso la sua preoccupazione per la possibilità che un terremoto di grande entità possa colpire il Sud Italia e nel farlo ha citato alcuni dati provenienti da un software sviluppato dall’International Centre for Theoretical Physics (ICTP) e dall’Università di Trieste. In pratica si tratta di un software sperimentale che attraverso algoritmi e decine di variabili analizza i dati sismici provenienti da tre macroaree in cui è si divisa l’Italia per lo studio, Nord, Centro e Sud. L’ingegnere ha sottolineato che «nessuno è in grado di dire con precisione quando, dove e con quale intensità si verificherà un terremoto». Il software dà ancora troppi falsi positivi, tanti falsi allarmi per fortuna rientrati: ecco perché si utilizza l’espressione “in via sperimentale”. Si deve perfezionare, punto. Si devono ancora raccogliere dati, si devono ancora capire con più attenzione i segnali che stanno dietro ad un evento sismico. Che poi gli sviluppatori del software debbano informare la Protezione Civile su ogni possibile evento degno di attenzione è un altro discorso: non avete nemmeno idea di quante informative partano in un anno. E poi? E poi basta, la Protezione Civile sta in allerta ma non diffonde alcuna notizia alla popolazione. Non consideratela una forma di leggerezza: non si possono sgombrare milioni di persone ogni volta che un software sperimentale fornisce dei dati critici per un arco di tempo vicino ai due anni e per aree così ampie, significherebbe far vivere nel panico la gente. Non c'è alcuna previsione certa che ci sarà un terremoto distruttivo nel Sud, lo ripeto ancora una volta. Che la Sicilia e la Calabria siano zone fortemente sismiche è un segreto di Pulcinella, non riscopriamo l'acqua calda per favore. L'unica cosa che si può fare allora è la prevenzione e la consapevolezza. Non facciamoci trovare impreparati. Invece dell'isteria e del voto alla Madonna costruiamo con criteri antisismici, mettiamo in sicurezza o demoliamo e ricostruiamo gli edifici che non lo sono (meglio prevenire che curare, no?), pressiamo i nostri rappresentanti politici per la salvaguardia dei centri storici e per uno studio di piani di fuga adeguati, prepariamoci noi stessi a convivere con l’idea del terremoto e ad essere in grado, fatalità a parte, di affrontare nella migliore maniera possibile un eventuale evento sismico.

Consigli per affrontare un terremoto
Di seguito alcuni consigli per contrastare il più possibile gli effetti di un terremoto.

La prevenzione
- Costruisci sempre con criteri antisismici i nuovi edifici e cerca di adeguare i vecchi edifici alle più recenti normative: ci vogliono soldi, è vero, ma al momento opportuno l’aver costruito o adeguato a norma potrebbe salvarti la vita.
- Informati su dove si trovano e su come si chiudono i rubinetti delle utenze di casa tua, soprattutto di acqua e gas e fa in modo che ciascuno in famiglia sia in grado di chiuderli. In caso di terremoto la chiusura potrebbe limitare i danni all’edificio e renderlo meno pericoloso.
- Fissa al muro gli armadi ed evita di mettere oggetti pesanti sulle mensole più alte.
- Predisponi un piano di fuga dalla casa noto a tutta la famiglia: nell’eventualità di bambini, anziani o disabili a ciascun membro sia affidata una persona da aiutare.
- Nel luogo di lavoro informati se esiste un piano d’emergenza: se sei un docente aiuta gli studenti ad uscire dalle aule e a confluire nei luoghi di raccolta portando con te anche il registro di classe che sarà utile per capire chi era assente già dal mattino o chi risulta eventualmente disperso.
- Informati sui luoghi di raccolta del tuo Comune: in caso di emergenza sarà lì che riceverai la prima assistenza.

Durante il terremoto
Le statistiche dicono che non è la scossa in sé ad uccidere, nemmeno la più forte, ma i crolli e i comportamenti irresponsabili. In caso di terremoto cerca di non perdere la testa: sei vivo, restaci non facendo cose stupide.
- Se sei in un luogo chiuso non scappare durante la scossa: gli oggetti sulle mensole, i mobili, i quadri e i calcinacci potrebbero colpirti. Soprattutto non usare le scale che sono la parte più debole dell’edificio e potrebbero crollarti sotto i piedi. Cerca di mantenere il sangue freddo, aspetta che sia finita la scossa e poi esci dall’edificio in cui ti trovi seguendo l’eventuale piano di fuga predisposto in precedenza.
- Cerca riparo sotto un tavolo, una scrivania, nel vano di una porta inserita in un muro portante, o sotto una trave proteggendo la testa in qualche modo (cuscino, braccia). Allontanati da mobili, finestre e lampadari.
- Non usare mai l’ascensore, nemmeno dopo la scossa perché potrebbe bloccarsi causa guasto.
- Se sei all’aperto, allontanati da balconi, costruzioni, carichi sospesi, insegne dei negozi e linee elettriche perché potrebbero crollare.
- Se sei in auto, la scossa potrebbe farla sbandare. Fermati in un luogo sicuro, lontano da ponti, cavalcavia, terreni franosi, porti, laghi o spiagge: le onde anomale sono piuttosto insolite dalle nostre parti ma meglio non rischiare.

Dopo il terremoto
- Controlla che le persone intorno a te non siano ferite: se lo sono in maniera grave evita di spostarle o potresti fare più male che bene.
- I telefonini probabilmente non funzioneranno o funzioneranno male. Non usarli nell’immediato: una mancata risposta potrebbe generare panico ingiustificato, lascia la linea libera per le comunicazioni di servizio e di emergenza.
- Non precipitarti fuori: esci con prudenza, non sai com’è la situazione all’esterno e qualcosa ti potrebbe cadere addosso se non stai attento.
- Se puoi, chiudi i rubinetti delle utenze e\o la bombola del gas.
- Se di notte, prima di uscire indossa le scarpe per evitare di ferirti con vetri rotti e calcinacci.
- Non usare fiamme libere che potrebbero innescare incendi a causa di eventuali fughe di gas.
- Raggiungi uno spazio aperto, lontano da edifici e da strutture pericolanti, possibilmente il luogo di raccolta più vicino stabilito dal piano comunale di Protezione Civile.
- Se puoi, non avvicinarti ad animali, soprattutto se visibilmente spaventati perché potrebbero attaccarti.
- Se puoi non usare l’automobile. Se devi, guida con molta prudenza e allontanati da strade strette e ingombre lasciando spazio ai soccorsi.
- Una volta in salvo, se te la senti, renditi disponibile per i soccorsi e rassicura chi ti sta intorno. Non dare credito e non diffondere notizie allarmanti che creano panico e non servono a nessuno.

domenica 20 maggio 2012

Una storia semplice


Le nuvole nere dell’autunno della nostra presunta democrazia si addensano all’orizzonte ancora una volta tuonando tragicamente nel lampo di una bomba, lasciando sull’asfalto polvere e sangue, rabbia e paura. Cordoglio e polemiche, sciacalli, passerelle e dolore in un gorgo senza fondo che inghiotte ogni lucidità lasciando spazio alle emozioni senza controllo e alle domande tragicamente retoriche alle quali è difficile dare risposta. Difficile, forse impossibile a darsi. Chi sono? Cosa vogliono? Perché adesso? Perché a Brindisi? Perché una scuola?

È stato comodo, a caldo, per qualche giornalista dal luogo comune facile indicare la solita matrice anarco-insurrezionalista. Poi la Sacra Corona Unita. Poi la mafia. Poi chissà, “nessuna pista esclusa al momento”. Bisognerebbe essere cauti, allora, nell’esprimere il proprio giudizio sulla matrice di questo vile attentato. Stare zitti e aspettare. Essere fiduciosi. Se non fosse che una vocina cattiva in testa risuona sin da stamattina continuando a ripetere ciò che non vorrei ascoltare, sussurrando coincidenze sospette e anomalie che preferirei ignorare. Forse è paura la mia. Un demone di cui l’Italia non si è mai davvero liberata potrebbe presto fuggire dall’inferno in cui credevamo di averlo relegato per sempre. E invece era solo rimasto in silenzio, quiescente, in attesa che i tempi fossero maturi per infestare nuovamente il nostro malconcio spirito naufrago…

Difficile ci sia una ideologia rossa o una bandiera nera dietro a questa bomba, difficile anche chiamare in causa la criminalità organizzata. Non ci credo, non è vero. Chi piazza una bomba ha due possibilità: lasciare che qualcuno la scopra prima che agisca o farla esplodere. Nel primo caso si tratta di un’azione dimostrativa che vuole mostrare la debolezza di quella persona, di quel gruppo o di quella istituzione alla quale è rivolta. Sono azioni estreme di piccoli gruppi radicali che pensano ancora di poter spingere il popolo italiano ad una ribellione contro uno Stato fantoccio o ad una lotta di classe fuori tempo massimo. Sbagliano nei metodi, qualche estremista potrebbe anche arrivare ad uccidere ma in questi casi l’atto eversivo si rivolge solo nei confronti di quello che viene considerato come il nemico. Il politico, il sindacalista. Tutt’al più si cercano di limitare i “danni collaterali” evitando di colpire degli innocenti. Si sentono in guerra contro lo Stato e come soldati agiscono. 

Ma a Mesagne la bomba è scoppiata, ha ucciso indiscriminatamente. È stata la criminalità organizzata, dicono allora. Troppe coincidenze, si continua a ricordare. L’anniversario dell’attentato a Falcone che cade proprio in questi giorni e la scuola intitolata al giudice e a sua moglie Francesca Morvillo. La carovana antimafia di Libera che si trova adesso in Puglia. Gli strani messaggi del figlio di Provenzano, la figlia di Riina che vive a San Pancrazio Salentino, a pochi chilometri dal luogo dell’attentato. Pino Rogoli, boss della Sacra Corona Unita di Mesagne, attualmente in carcere. Tante coincidenze davvero, forse anche troppo abbondanti. Come se qualcuno ci volesse convincere subito che si tratta di una storia semplice da dirimere. Come se puntare subito il dito riuscisse a distogliere da altri pensieri. Per questo motivo sarebbe bene ricordare che l’azione delle mafie è basata sul puro calcolo, mero e feroce.

La sopravvivenza delle organizzazioni criminali si fonda su tre punti: il consenso sul territorio, la forza economica e i legami con la politica. Una strage indiscriminata non procura consenso né favorisce le attività economiche delle organizzazioni criminali, anzi ne mette a repentaglio la gestione. Una bomba rappresenta per le mafie l’extrema ratio: per colpire un simbolo, per uccidere un uomo dello Stato. Per pagare pegno o chiedere conto ai suoi interlocutori più occulti. E un attentato feroce e vigliacco come questo, senza alcuna logica apparente o con troppe logiche imbeccate fa pensare più all’intreccio tra criminalità comune e settori deviati di uno Stato italiano che mantiene al suo interno ancora troppe figure ambigue e oscure. A qualcuno che ha interesse affinché l’Italia torni ad essere distratta, destabilizzata, tremante e incapace di agire. A qualcuno che vuole spingere verso determinate scelte politiche, altrimenti infelici e dolorosamente impopolari, impossibili da imporre attraverso le normali vie della democrazia.

Non venitemi a parlare di strage di mafia, non ci credo. La parte sana dello Stato italiano magari riuscirà a trovare gli esecutori di questo atto ignobile un giorno, magari tra qualche decennio, magari remando controcorrente tra insabbiamenti e false piste. Ma i mandanti, no. Quelli non riusciranno a trovarli mai. Nessuna strage di Stato in Italia ha mai avuto mandanti. Non sarà certo Mesagne l’eccezione.

martedì 14 febbraio 2012

Ogni promessa è un debito

Fa specie pensare di stare scrivendo sotto l’ombra di un sistema di potere che da spettro traslucido si è inverato nel mondo reale. Cronache dal Quarto Reich saremmo tentati di sussurrare. Blitzkrieg come pochi, eppure quanto ben riuscito. Senza ore delle decisioni irrevocabili, senza dichiarazioni di guerra infuocate. Senza neppure sparare un colpo di cannone. Una fucilata. Una minicicciola. Eppure le reni stavolta gliele abbiamo spezzate davvero alla Grecia. Non noi italiani, che nella culla della civiltà lasciammo decenni or sono un maldestro sogno d’impero rattoppato e migliaia di morti inutili. I tedeschi. I tedeschi caparbi, cocciuti e tenaci come nessuno mai. Deutschland über alles intoniamo allora con la mesta gioia dei collaborazionisti, mentre il passo dell’oca dei tempi che furono viene sostituito dal picchiettare sordo delle dita sugli Ipad di qualche panzer-broker teutonico.

Fmi, Bce e Ue le nuove potenze di un criminoso Stahlpakt, un patto d’acciaio, un patto di sangue che ha condannato alla morte per agonia il popolo greco. La nera signora dalla falce senza martello ha dissanguato noi italiani ed è passata oltre sbarcando al Pireo. Senza un gravame di rimorso, in nome di un maledetto senso di responsabilità che vuole far espiare al popolo, incolpevole, le colpe dei suoi indegni rappresentanti e ingrassare la meschina avidità dei trust economici internazionali. Ancora misure di austerità in Grecia, ancora stipendi ridotti alla fame, ancora licenziamenti, ancora tagli ai servizi sociali, ancora povertà. Un potere d’acquisto ormai dimezzato nella migliore delle ipotesi mentre un greco su quattro non ha lavoro. Uno su quattro, 2.750.000 greci su undici milioni di abitanti, quasi un giovane su due. I posti letto negli ospedali sono stati tagliati del 40%, il salario minimo garantito sarà ridotto di un ulteriore 20%, le quote pubbliche di petrolio, gas, acqua e lotteria dovranno essere cartolarizzate e messe nelle mani di investitori privati.

Austerità la chiamano. Gravi misure “inevitabili e necessarie” per evitare “il baratro” le chiamano. Forse per un eccesso di pudore, perché le cose andrebbero chiamate con il loro nome. Si sta affamando un popolo per coprire i giochi speculativi dei potentati bancari. Tedeschi e francesi in primo luogo, i maggiori possessori di titoli di stato ellenici. Ma adesso che si è rotto il giocattolino pretendono che si aggiusti condannando alla morte economica e sociale milioni di persone. Forse anche politica, perché sappiamo fin troppo bene che ogni dittatura nasce e si nutre della disperazione economica più nera e dello sbando sociale. E non si dica che si tratta della solita demagogia del rimpallo per favore. Perché è ormai risaputo che le banche e i cartelli economici hanno una buona dose di correità nella crisi mondiale avendone favorito la nascita.

Una vera e propria manovra a tenaglia. Da una parte hanno incoraggiato gli stati con economie ancora acerbe a modernizzare i loro paesi (attraverso commesse e investimenti statali, e come se no?) in nome di un mercato che deve sempre crescere, crescere, crescere. Dall’altra hanno acquistato a man bassa i debiti sovrani di quegli stati e poi hanno minacciato di chiederne la restituzione. E adesso, con il sorriso dello strozzino, promettono aiuti generosi per nulla disinteressati. L’haircut del 70%, ma non vedi come siamo buoni? Meglio il 30% garantito che il default totale, che farebbe saltare in aria più di una banca cruccofranzosa con un possibile effetto a catena sull’economia mondiale…

Colpa del denaro, trasformato nella forma e nella sostanza, ridotto a ectoplasma dissolvibile e ricreabile a comando. Colpa di chi ne abusa. Nato come strumento per rendere più semplice lo scambio di merce è diventato, con il trascorrere dei secoli, esso stesso una merce. Le monete d’argento e d’oro, con il valore ponderale uguale a quello nominale. Il divorzio inevitabile, con il valore nominale che subentra a quello nominale. Poi gli assegni, le banconote. I libretti di risparmio, i buoni. Finisce l’era della convertibilità in oro garantita dal dollaro. Poi moneta di plastica, quindi impulso elettronico e quindi astrazione. Quasi metafora di sé. Ecco la ragione della débâcle mondiale. Ecco l’origine della nostra rovina. Se il denaro esiste come pura entità dello spirito allora diventa drammaticamente banale spostarne e manovrarne masse enormi con pochi clic. Sarebbe bastato – basterebbe – regolamentare le transazioni economiche di un certo livello, anche solo per evitare che qualcuno venda azioni che non ha e le compri con denaro che non possiede, magari in previsione di quanto potrebbe lucrare sulla differenza. Forse basterebbe – sarebbe bastato – solo questo per evitare di condannare definitivamente un popolo, e forse tanti altri ancora.

Non dico ritornare al baratto, che sarebbe improponibile al giorno d'oggi. Ma a forme di economie più sostenibili sì: reali, che non siano ossessionate dalla crescita obbligata. Magari ad economie semplificate. Più “spicciole” magari, con i soldi in mano. Alla fine, se ci fossero stati in giro ancora i tetradrammi simili vergogne speculative sarebbero state dannatamente più complicate da attuare.

giovedì 2 febbraio 2012

Marianesimo

Ieri a Sampieri c’ero.

C’era l’agricoltore dall’azienda in agonia taglieggiato dalla Serit. Il piccolo imprenditore strozzato dalla gelida burocrazia e incalzato dall’avidità di un sistema economico selvaggio. La casalinga arrabbiata, convinta che mai più avrebbe comprato nulla che non fosse siciliano. Lo studente curioso, il giornalista. Il padroncino con il camion dalle lucette multicolori, unico segno di discontinuità nella disperazione generale. Il ferroviere dal baffo libertario, sempre attento alla vitalità di un popolo esasperato. Il politico di professione mimetizzato tra la folla che cerca di recuperare la clientela perduta. C’era il pensionato, costretto dai tecnicismi vigliacchi di un governo macellaio ad arricchire le banche con il frutto del lavoro di una vita. C’era il disoccupato, senz’arte né parte, senza futuro né presente. C’erano i siciliani. C’ero anch’io.

I discorsi si intrecciavano rivelando ciascuno il proprio dramma personale. Ammettendo errori, perpetuando sbagli nell’egoismo più tristo e selvatico. Poi arriva lui, il Messia. Nervosi occhi azzurri che si guardano intorno, cappellino d’ordinanza, la rabbia in corpo. La folla lo accoglie con calore. I fedeli lo acclamano come l’uomo mandato dalla Provvidenza… Mariano Ferro, il forcone.

È inutile fingere che niente stia accadendo in Sicilia. È inutile minimizzare, sminuire, ridicolizzare. Bisogna innanzitutto capire.

Il Movimento dei Forconi nasce da un bisogno reale. La recessione avanza veloce e inesorabile senza che alcun provvedimento a breve termine sia stato preso dalla politica per dare ossigeno alle finanze spicciole di un popolo con l’acqua alla gola. La gente è arrabbiata, la gente è stremata. La gente pretende una soluzione ai propri problemi. Spesso ignora quale possa essere, ma la pretende lo stesso. A cosa servono i rappresentanti politici se non a risolvere problemi della collettività? Molti poi hanno sempre chiesto al politico di turno, dato il proprio contributo e ottenuto (briciole) spesso a danno di altri. Se quel meccanismo assistenzialista si è rotto, si deve pure poter aggiustare, no? La rivoluzione a rebours.

Il Movimento dei Forconi è un movimento populista. Il suo leader carismatico, Mariano Ferro, mescola sapientemente la concretezza contadina con gli strumenti retorici più fini riuscendo a trascinare le masse e a smuovere i sentimenti più viscerali della gente. Suo malgrado, Ferro sta diventando il novello Ducezio dei diseredati siciliani. Quelli per finta (ieri il numero dei SUV, di Bmw e di Mercedes si sprecava) che vorrebbero tornare a mangiare, e quelli per davvero che invece stanno morendo di fame. “Mariano ci dirà cosa fare” ho sentito più di una volta ieri, con un sussulto messianico che mi ha lasciato decisamente perplesso. Ferro è una personalità degna di attenzione la cui conoscenza andrebbe approfondita. Parte spesso da principi indiscutibilmente validi e idee eccellenti quali la promozione delle eccellenze agricole locali o la tolleranza zero per gli imprenditori che remano contro l’imprenditoria siciliana per loro tornaconto, il recupero delle accise sui carburanti siciliani, l’attuazione dello Statuto regionale. Il problema, però, è che talora giunge a conclusioni confuse o discutibili che sembrano voler soltanto cavalcare il malcontento popolare. Vogliamo che si rimetta in moto l’economia, vogliamo il lavoro: e chi non lo vuole? Vogliamo risposte. Oh bella, ma quali sono le domande?

Il Movimento dei Forconi sta raccogliendo un consenso di massa, trasversale e politicamente ingenuo. I blocchi che hanno paralizzato la Sicilia, indiscriminati, disorganizzati e autolesionisti, sono stati conseguenti alla mancanza di una coscienza politica consapevole nella maggior parte dei manifestanti. Così come le infiltrazioni politiche, criminali e mafiose, tristemente inevitabili in un movimento di massa che pure è stato attento a non farsi contaminare troppo dalle mele marce.

Il Movimento dei Forconi non è ancora un movimento rivoluzionario. La rivoluzione è un processo storico che necessita di analisi, programmazione e cognizione politica. Scambiare una rivolta di popolo per la rivoluzione significa veder precipitare le speranze e l’entusiasmo dei rivoltosi in un gattopardesco “cambiare tutto per non cambiare nulla” con i pochi soliti noti (e qualche ignoto) che si approfitteranno della buonafede di tutti gli altri. La rivoluzione deve precedere la rivolta: l’una dipende dall’altra, necessariamente. Non considerateli semplici sinonimi intercambiabili. Se il fuoco della lotta avrà acceso in ciascuno la fiammella di una coscienza e una di visione politica in grado di crescere ed irrobustirsi, lontano dagli errori del passato, allora il Movimento avrà vinto. E sarà stata una vittoria epocale. Diversamente, si sarà trattato di una jacquerie fallimentare in cui tanti Jacques Bonhomme si ritroveranno ancora più delusi e disillusi, certi che la lotta politica serva solo ad ingrassare i panciotti di qualche signorotto dalla parlantina fluida.

Il Movimento dei Forconi si appresta a diventare un partito. Anche se ancora non lo sa. O se lo sa, lo tiene nascosto ai più sprovveduti. Si urla a gran voce che tutti i politici vadano a casa per aver tradito il proprio elettorato ma nessuno preferisce chiedere che cosa accadrebbe se questi benedetti politici corrotti (ma chi li ha votati, infine?) tornassero davvero a coltivare il proprio orticello. Se hanno tradito il contratto elettorale a chi si rivolgeranno i forconi? Chi saranno i loro interlocutori? “Le istituzioni”, dicono. Ah no, troppo facile così. Ecco perché il movimento rischia grosso. Da una parte, se non si vorrà “sporcare” con la politica, rischierà di ritrovarsi invischiato con facce nuove nei vecchi meccanismi clientelari che hanno contribuito in larga parte ad impoverire il popolo siciliano. Dall’altra, qualora diventasse un partito strutturato, rischierà di mandare a palazzo dei Normanni il migliore dei Forconi che, in barba alle più oneste intenzioni, sarà destinato a diventare Forchetta come tanti altri in passato. Perché tutti i siciliani siamo uguali, ma qualcuno è più uguale degli altri.