lunedì 31 dicembre 2012

Del femminicidio

Ovvero di come certo femminismo etimologicamente superficiale possa essere ancora più discriminante della discriminazione che pretende di combattere

“La donna è la porta dell'inferno” ammoniva il padre della Chiesa Tertulliano nel suo mai troppo celebrato De cultu foeminarum (197-206), un trattato in cui l’autore, con la consueta acredine e la sanguigna misoginia, pretendeva di ammaestrare le donne su trucco e parrucco, abbigliamento e contegno. Poco importava se l’immagine che ne usciva era quella deformata di un mostro voglioso, demoniaco e incapace di un qualsiasi atto volontario se non quello di peccare e tentare, i cui effetti deleteri e le nequizie proprie dall’infame genere potevano essere mitigate solo attraverso pudicitia e castitas. Tertulliano, al di là del suo stile veemente, non fa altro che trasferire nel suo trattato giudizi e pregiudizi pervasivi del suo tempo. La donna come oggetto, strumento di procreazione. Mera res di proprietà esclusiva di un marito che poteva disporne a suo completo piacimento. Ma non vi sembri, questa, l’esaltazione di un retrivo bacchettone isolato dal mondo. Le parole di questo padre della Chiesa sono solo conseguenza della misoginia presente naturaliter in ogni società di stampo patriarcale che i monoteismi hanno contribuito enormemente ad amplificare facendola discendere da Dio, e quindi vincolandola all’attestazione di fede che ogni credente doveva professare. L’uomo creato da Dio, la donna creata da una costola dell’uomo: l’uomo inferiore e sottomesso a Dio, la donna inferiore a Dio e all’uomo e ad entrambi sottomessa.

Non dovrebbe sorprendere perciò che una chiesa paternalista, reazionaria e misogina, già colpevole per aver condannato all’infelicità più abietta milioni di persone nel corso dei secoli attraverso un efferato ed irredimibile senso di colpa, si trinceri tuttora dietro la maschera di una morale sessuale capace di svilire e mortificare il corpo senza alcun rispetto per l’individuo. Per la donna in particolare, vista ancora come l’Eva tentatrice e la meretrice di Babilonia qualora non decida di sottomettersi alle logiche dei padri in sottana e ad una società di riferimento purtroppo legata ancora in gran parte ad ottusi schemi patriarcali. Non dovrebbero sorprendere perciò le arroganti prese di posizione dell’ormai famigerato don Corsi, il prete che ha affisso alla porta della sua parrocchia, novello Lutero de noantri, l’articolo dell’altrettanto famigerato Pontifex su donne, femminicidio e loro mancata autocritica che dovrebbero svolgere, a suo dire, prima di gridare alla discriminazione e al vittimismo. La tesi è fin troppo nota e tristemente ridicola, per quanto da molti ancora considerata valida: non sono gli uomini ad esercitare violenza nei confronti delle donne quanto le donne a provocare l’uomo con il loro atteggiamento privo di continenza.

Inutile ricordare a questa gente che i tempi in cui le donne erano proprietà privata di un uomo sono ormai stati fagocitati dalle rivoluzioni di pensiero: almeno nella nostra società, che pretende di aver raggiunto altissimi livelli di civiltà e di giustizia sociale. Non ci riescono, non se ne capacitano. Non comprendono quanto sia assurdo esigere di applicare oggi, senza alcun filtro e adattamento, quella morale biblica modellata su una società arcaica dove le femmine si scambiavano con vacche da pascolo senza troppi problemi. Vero è che siamo i figli di quella morale, e alcune norme di comportamento sono certamente valide – non uccidere, fra tutti. Ma è altrettanto vero, e dovrebbe essere superfluo ripeterlo anche a gente di scarsa intelligenza, che non possiamo pretendere di interpretare il nostro mondo con gli occhi e la testa di un pastore palestinese di qualche migliaio di anni fa. Viviamo in una società “scristianizzata” è stato detto a sostegno di queste posizioni reazionarie. Il problema più grave, semmai, è che viviamo ancora circondati da un contesto “ipercattolicizzato” (passatemi il termine), che si nutre di forme bigotte e bizzoche apparenze, in cui si applica una morale all’estetica con la pretesa che questa sia collocata fuori dal tempo. È triste pensare che la moralità di una donna sia ancora calcolata in base all’ampiezza della sua scollatura e non in base alle sue azioni, così come è triste pensare che ci siano uomini che considerano le donne solo in base alla grandezza delle loro tette e non alla grandezza del loro pensiero. Ancor più triste pensare poi che un uomo possa sentirsi autorizzato ad usare violenza nei confronti di una donna per il fatto stesso di essere donna, essere capace solo di provocare e di suscitare l’eccitazione sessuale in un uomo.

Capirete allora la ragione che mi fa ritenere quale ulteriore discriminazione il termine femminicidio. Non perché ritenga che un atto di violenza discriminatoria non debba essere punito con maggiore severità – anzi, ma è ovvio, la cosa mi trova assolutamente d’accordo – ma perché usare il termine femmina in un simile contesto non mi fa pensare ad una persona padrona del proprio destino (come l’etimologia di donna insegna) che si è rifiutata di sottostare ad un arcaico ruolo di subalternità e con la quale ciascun uomo dovrebbe avere il piacere di interagire da pari. Femmina in un contesto di violenza mi fa pensare solo ad un essere vivente complementare al maschio: ad un animale utile, cioè, solo se in grado di perpetuare la specie figliando ripetutamente al pari di una scrofa da batteria, nutrendo e proteggendo la prole e soddisfacendo ogni desiderio del maschio dominante. E non penso sia questa la considerazione che merita una donna.

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