martedì 15 dicembre 2009

Verso Sant'Elena

Alla fine è accaduto: lo psicolabile che aggredisce lo psicotico. I destini di due individui vittime delle proprie turbe mentali si sono incrociati domenica sera, sotto il palco che aveva ospitato l'ennesimo discorso del primo ministro alla folla dei suoi accoliti. Berlusconi aggredito, Berlusconi buttato giù dal piedistallo d'intagibilità. Impressionano le immagini di Berlusconi sanguinante, colpito in faccia da Massimo Tartaglia con una statuetta raffigurante il Duomo di Milano. Impressiona non tanto il sangue, copioso, che fuoriusciva dal labbro del primo ministro quanto quello sguardo.

Suscita pietà, quasi tenerezza, quello sguardo perduto che cerca appiglio e annaspa tra l'incredulità e il dolore. È lo sguardo di un uomo terrorizzato che non comprende cosa stia accadendo, che sembra chiedersi “Perché a me, cosa ho fatto?”, lo sguardo impaurito che immaginiamo dipinto sul volto di un Napoleone sconfitto, all'indomani di Waterloo, sulla barca verso la prigionia di Sant'Elena. È la presa di coscienza, in quell'attimo di sbandamento da una vita scortata e blindata, che le folle osannanti e il popolo adorante vivono solo nella propria mente. È il dissenso di Genova, di Milano, di Napoli, di Palermo, le proteste ingenue del popolo viola, è la paura del cassa-integrato che fra qualche mese potrebbe non ricevere più l'elemosina di Stato, la rabbia dell'operaio che non arriva alla fine del mese, la disperazione del pensionato che ruba nei supermercati a condensarsi in quel gesto insano. I deliri di onnipotenza di Berlusconi sembravano essere caduti sotto i colpi assestati da Tartaglia. Ma è stato un attimo: l'aggressore è bloccato dalle forze dell'ordine mentre Berlusconi, visibilmente sofferente, si mostrava alla folla dei suoi sostenitori e alle telecamere come la bestia ferita portata al macello dalla politica italiana.

Alla fine è accaduto proprio ciò che non doveva accadere. Perché la violenza è sempre deprecabile nella lotta politica e la Storia ci ha insegnato che colpire il “cuore dello Stato” o un suo rappresentante attraverso un atto violento non ha mai portato ai risultati sperati. E anche quando la violenza è sembrata comprensibile, giustificata e approvata dallo spirito della lotta e dagli eventi – come la fine orribile di Mussolini a piazzale Loreto – essa ha sempre lasciato un retrogusto amaro, l'impressione che il giusto sia stato avvelenato dal dolore provocato dalle azioni dei colpevoli.

Alla fine è accaduto proprio ciò che non doveva accadere. Perché il gesto di Tartaglia ha trasformato un delirante, pericoloso manipolatore di folle, un seminatore di odio politico, un amico di mafiosi “eroi”, uno spregiatore della giustizia italiana e delle sue leggi, un piccolo aspirante monarca in un martire testimone della propria fede politica e vittima dell'odio dei suoi avversari. In tanti sull'onda dell'emotività e di quelle immagini mostrate a ripetizione dai media si sono compattati intorno al primo ministro confondendo la solidarietà umana – ovvia in questi casi – con l'appoggio politico. Incredibilmente, Berlusconi ha vinto ancora.

Il presidente del Consiglio non doveva essere toccato. Lo scontro dovrebbe sempre avvenire sul piano dialettico ed esclusivamente politico. È sacrosanto manifestare il proprio dissenso, esprimere le proprie idee, criticare la politica criminale di questo governo che pensa agli interessi dei pochi affossando il resto del Paese. È giusto, anzi, doveroso che ciascuno di noi vigili sui propri rappresentanti al governo e sulle decisioni che essi prendono per nostro mandato, ma nessuno dovrebbe passare ad azioni violente, nessuno dovrebbe attentare alla vita di qualcun altro.

Non si tratta di ipocrisia pacifista. Se Berlusconi un giorno trasformasse la repubblica in governo autoritario portando in piazza i carri armati con la precisa volontà di tenere il potere, annientando le voci di dissenso e presentandosi come redivivo uomo della provvidenza e padre della Patria la resistenza armata sarebbe l'unico strumento per salvarci dalla rovina. Ma fino a quando Berlusconi o chiunque altro rimarrà nell'alveo della legge, sia pure manipolandola e piegandola a suo uso e consumo, fino a quando gli atti di protervia e le prove di assolutismo rimarranno nell'ambito di una dialettica politica, sia pure deviata e corrotta, allora l'azione istintuale e violenta, per quanto possa apparire liberatoria, dovrà essere condannata senza indugio.

Sta a noi, in questa gabbia di matti che è la politica italiana, cercare di rimanere lucidi.

venerdì 3 luglio 2009

Eia eia alalà. Forse

Ronde e girotonti: questa potrebbe essere la visione delle ali radicali del teatrino politico italiano. Se da una parte abbiamo i neofascismi che avanzano e che si ricompattano in maniera preoccupante dall’altra dobbiamo tenerci una sinistra autoreferenziale che inneggia all’antifascismo e che passa il proprio tempo a fare manifestazioni. Si potrebbero organizzare movimenti di massa (seri, non le fiaccolate), azioni legali, azioni di governo ma, ops… scusate! Causa la sete di potere dei diecimila capetti della sinistra italiana nonché una legge elettorale suinesca per definizione del suo stesso creatore, il baluardo più progressista del nostro Parlamento è l’Italia dei Valori... E ho detto tutto.

L’ho presa lunga, scusate. Stringiamo la focale.

Il 13 giugno scorso è nato il Partito Nazionalista Italiano e con esso la sua prima creatura a metà strada tra lo spassoso e l’inquietante. La Guardia Nazionale italiana. Definita subito dai media le “ronde nere”, la GNI è un’associazione di volontari provenienti per lo più da ex-membri delle forze armate o da membri delle forze dell’ordine in congedo. Un’associazione che nasce, badate bene, nell’ambito di un partito ben preciso: il Movimento Sociale Italiano - Destra Italiana di Gaetano Saya. Già questo dovrebbe insospettire e preoccupare.

Intanto: chi è Gaetano Saya? Da video simili Saya appare poco più di un cabarettista che vuole fare il verso a Gheddafi e che nel tempo libero interpreta a teatro il ruolo di gerarca fascista – in effetti viene in mente la definizione data a suo tempo dall’ex ministro degli Interni Pisanu che lo considerò un pataccaro. Certo è che nonostante le apparenze il "pataccaro" in questione sembra aver collezionato diverse collaborazioni eccellenti con i servizi segreti, italiani ed esteri, la P2 di Licio Gelli e la massoneria. Nell'aprile 2004 fonda il "Dipartimento Studi Strategici Antiterrorismo - Interforze di Polizia in funzione antiterrorismo islamico", un’organizzazione per la quale la procura di Genova lo mette per un periodo agli arresti domiciliari salvo poi far cadere nel nulla l'inchiesta - pare tuttavia che la procura di Genova abbia recentemente chiesto la riapertura del caso. Nel novembre 2004 è rinviato a giudizio, inoltre, per propaganda di idee fondate sulla superiorità e l'odio razziale attraverso il sito Destranazionale.org. Due piccoli esempi per farvi capire di come Gaetano Saya sia più che un simpatizzante del passato fascista: piuttosto un fanatico dell’ordine e dei regimi di polizia, che per l’istituzione di questa fantomatica Guardia Nazionale e del connesso Partito nazionalista italiano ha decisamente guardato a destri ventenni della storia italiana recente.

Fin troppo esplicite le prime divise presentate alla stampa: camicia grigia con cinturone e spallaccio neri, cravatta nera, una fascia con il disco solare, lo Schwarze Sonne (un antico simbolo pagano germanico che si trova nella sala principale del quartier generale delle SS a Wewelsburg), pantaloni grigi con banda nera laterale, basco o kepì grigio con il simbolo dell'aquila imperiale romana, la scritta «SPQR» e il motto «Domine dirige nos». L'equipaggiamento completo prevedeva inoltre elmetto, anfibi neri, guanti di pelle e una grossa torcia elettrica di metallo nero. Banale ricordare che queste divise sembrano essere state cucite direttamente da qualche sarto del Reich. Forse qualcuno dei suoi camerati, più avveduto, si dev’essere accorto che anche uno sguardo frettoloso le avrebbe collegate alle divise naziste. Così il presidente della Guardia nazionale, Maurizio Correnti, le ha cambiate in fretta e furia trasformandole da nere in blu, con fregi e mostrine che riprenderanno i simboli della Repubblica Italiana.

Ma chi vogliono prendere in giro? È inutile che Saya, il quale si definisce ispiratore politico delle ronde nere, si sbracci affermando che la Guardia Nazionale italiana è una onlus regolarmente registrata, che è apartitica, che lo Schwarze Sonne è solo un simbolo esoterico (vero, ma era anche il simbolo scelto dall'associazione mistico-esoterica Vril che all'inizio del secolo scorso contribuì alla formazione delle SS!) e che l’aquila imperiale è da mettere in relazione con la storia romana e non con il fascismo. A sentirlo parlare i membri della Guardia Nazionale sono per buona parte, circa un terzo, ex appartenenti alle forze armate, alle forze dell'ordine e normali cittadini “patrioti e nazionalisti” pronti a “servire la nostra terra e il popolo italiano” che svolgono attività di vigilanza "per potenziare la sicurezza nei centri urbani” ma anche di “protezione civile” e di “promozione e divulgazione della storia, delle lingue e delle tradizioni Italiane con particolare riferimento all'Impero Romano”.

Sarà.

Gaetano Saya è però la stessa persona che in altra sede ha scritto: “Ad altri aspetta il compito di curare e di educare. A noi il dovere di reprimere, la repressione è il nostro credo”. La repressione è il nostro credo. Parole di un uomo che crede nella democrazia e nello stato liberale insomma.

Ma non è finita, il peggio deve ancora venire. Se si confrontano il programma del Partito Nazionalista Italiano e il programma del Partito nazionalsocialista tedesco (sì, avete letto bene, il partito nazista fondato da Hitler) si scopre una incredibile somiglianza. Diciamo pure che sono identici. Esagero? Cliccate qui e leggete con i vostri occhi.

Ora, potremmo ironizzare sul fatto che questi individui non sono capaci nemmeno di scrivere un programma da sé e fanno taglia&incolla da quello nazista, o potremmo dire che il peso politico di questa nuova formazione folkloristica è pari a zero, anzi, a meno di zero.

Vero.

Verissimo tutto questo. Però io credo sia un errore trascurare fenomeni simili: fenomeni di piccola portata, ma se messi insieme, uno dietro l’altro, indicano quale preoccupante e pericolosa deriva stia prendendo la politica italiana, o almeno, ciò che è rimasto di essa. Ad ogni buon conto sembra che la magistratura abbia aperto un fascicolo riguardante il PNI e la Guardia Nazionale per sospetta apologia del fascismo... Speriamo che la Costituzione valga ancora a qualcosa.

giovedì 2 luglio 2009

Rottura di Maroni

Assodato che i respingimenti in mare rappresentano una elementare violazione dei diritti umani, assodato che il pacchetto sicurezza serve solo a qualche mentecatto leghista per grattare la pentola dei voti di sciure e cummenda (ma anche di persone perbene che si fanno abbindolare dalla demagogia leghista) vi invito a dedicare dieci minuti del vostro tempo alla lettura dei seguenti link per capire quale follia il governo italiano stia finanziando.

Il primo è l'editoriale che don Vittorio Nozza, direttore della Caritas italiana, ha firmato per il numero di giugno del mensile "Italia Caritas". Un prete che innalza l'onore di una categoria che spesso e volentieri bistratto. Il secondo e il terzo link si riferiscono invece ai reportages di
Fortress Europe sui centri di detenzione libici e sul loro inferno... Una lettura cruda che lascia ben poco spazio all'immaginazione. Infine, vi invito a vedere il film "Come un uomo sulla terra" di Riccardo Biadene, Andrea Segre e Dagmawi Yimer in programmazione giorno 9 luglio alle ore 23.40 su RaiTre.

E dopo un po' di informazione, capirete perché è
riduttivo accusare il governo italiano di complicità per questo dramma umano di proporzioni incalcolabili.


"La storia negata e il problema della giustizia"

"Guantanamo Libia: il nuovo gendarme delle frontiere italiane"

"Frontiera Sahara. I campi di detenzione nel deserto libico"

mercoledì 1 luglio 2009

Si fa per ridere


lunedì 29 giugno 2009

Giochi di guerra

Si sa che il gioco è un’attività che forma il bambino e che consente di scaricare le tensioni inespresse. Per questo è sempre tenero vedere dei bambinoni che si divertono con giocattoli da migliaia di euro comprati con i soldi di tutti… Esco dal linguaggio criptico.


Alla fine di maggio le Commissioni Difesa di Senato e Camera hanno espresso parere favorevole per l’acquisto di 131 cacciabombardieri F-35 Lightning II a decollo verticale, e per l’ampliamento della base aerea di Càmeri in provincia di Novara in cui gli aerei verranno assemblati. Spesa complessiva stimata ad oltre 13 miliardi di euro, mica bruscolini. Ne ha dato notizia qualche tempo fa Enrico Piovesana sul sito di PeaceReporter (qui l’articolo). Questi aerei dovrebbero progressivamente sostituire in un piano quasi ventennale, a partire dal 2014, tutta la flotta aerea d'attacco italiana che è attualmente composta dai Tornado e dagli Amx dell'Aeronautica e dagli Harrier-II della Marina. A questi si aggiungono i 121 caccia Eurofighter che abbiamo già acquistato per sette miliardi di euro qualche annetto fa.


Nei mesi scorsi il generale Vincenzo Camporini, capo di Stato Maggiore della Difesa, aveva definito l’acquisto degli f-35 assolutamente vitale per la difesa dell’Italia, mentre il testo che il ministro La Russa ha sottoposto alle commissioni parlamentari afferma senza ombra di dubbio la destinazione d'impiego degli F-35: “nelle missioni internazionali a salvaguardia della pace” in virtù della loro “spiccata capacità di impiego fuori area”. E allora mettetevi d’accordo: servono per le missioni internazionali di pace (spiegatemi come un cacciabombardiere possa essere uno strumento di pace) o abbiamo acquistato questi giocattoloni coi soldi di tutti i contribuenti per trastullare i nostri capetti militari?


Ammetto che la flotta aerea militare italiana sia una flotta obsoleta, e si sa che le armi sono come i formaggini, che quando scadono si possono solo buttare via. E così ci riarmiamo. Ma state tranquilli: come contentino per quanti hanno pensato che questi soldi potevano essere investiti in opere di più immediato riscontro per la collettività il ministero della Difesa ha affermato che la costruzione del bombardiere creerà almeno 10 mila posti di lavoro, genererà un forte sviluppo tecnologico dell'industria italiana e determinerà un incremento del Pil. Teorie rivoluzionarie, insomma. Il riarmo come via d'uscita dalla crisi economica, come per la grande depressione di fine Ottocento o la grande crisi degli anni '30: peccato, come ricorda anche Enrico Piovesana, che in entrambi i casi citati il riarmo abbia poi abbia condotto a due piccoli e trascurabili effetti collaterali.


Le guerre mondiali.


Giusto perché sarebbe stato un peccato buttare i formaggini, o le armi, in scadenza. Ma prima di indignarvi troppo e di scagliarvi solo contro questo Governo sarebbe giusto sapere che i caccia F-35 sono il frutto del programma di riarmo internazionale Joint Strike Fighter (Jsf) lanciato dagli Stati Uniti a metà degli anni '90, al quale l'Italia ha aderito nel 1996 con il primo governo Prodi. Adesione poi confermata nel 1998 dal governo D'Alema, nel 2002 dal secondo governo Prodi e adesso, ovviamente, ratificata dal governo Berlusconi. Vedete dunque che non è un problema di colore politico, quanto piuttosto di accordi internazionali e di asservimento agli States che ci hanno dato una mano durante la seconda guerra mondiale, e che ci hanno usati come pedina sullo scacchiere internazionale – ma questo è un altro discorso – durante la guerra fredda.


Da tutte queste operazioni ne esce rafforzata Finmeccanica: infatti il nostro Paese partecipa al consorzio industriale Jsf tramite l'Alenia, l'azienda aeronautica del gruppo Finmeccanica appunto. Cito direttamente dall’articolo di Piovesana: “Lo stabilimento piemontese di Cameri (Novara) è già stato attrezzato per diventare l'unica linea di montaggio finale del velivolo al di fuori fuori dagli Stati Uniti, dove verranno assemblati tutti gli F-35 destinati alle forze aeree del Vecchio Continente (per ora è certa l'Olanda). Secondo i piani, l'Alenia di Cameri si occuperà anche delle successive revisioni e aggiornamenti per tutta la vita operativa degli F-35, vale a dire per altri trentacinque anni circa”.


Un vero affare, no? Sulla vita delle persone… Ma anche qui, sapete, è tutto un altro discorso.


giovedì 25 giugno 2009

Riserva indiana

ovvero
Modesta riflessione sul suicidio assistito della sinistra italiana


Dopo un po’ subentra la stanchezza della ripetizione. Una vox clamans che rimbomba necessariamente fra le pareti di sabbia del vuoto circostante… È desolante vedere l’ombra di un’idea ridotta in poltiglia da diecimila piccoli capetti capaci di litigare anche per il colore delle calze dei propri candidati. Cosa fanno due elettori di sinistra? Almeno tre partiti: una freddura che sicuramente avrete sentito anche voi in questi giorni. E la cosa più desolante è che è vera. Perché la sinistra è certamente masochista, l’attuale sinistra caricatura della propria gloriosa tradizione intendo.

Non posso credere infatti che gente di media cultura, che ci si figura tutto sommato intelligente, abbia voluto coscientemente perdere le elezioni per futili divergenze, che abbia definitivamente abbandonato la gente reale per pascersi di parole e di autoreferenzialità… Per capirci, ho avuto modo di assistere ad un comizio di Riaffondazione Comunista a Catania e, di sbieco, a uno di Sinistra e Libertà prima delle elezioni europee e di ascoltare dal palco parole completamente fuori dal mondo reale: lotta di classe, partito antimperialista. Anche belle parole, come partito antifascista. Eppure è stato come assistere al suicidio per ottusità di un gruppo politico. Perché non si può parlare di lotta di classe nel 2009 quando la classe operaia, politicamente parlando, non esiste più, quando l’operaio medio ora vota Lega al Nord e UDC o PDL al Sud. Non si può parlare nel 2009 di partito antifascista o di partito antimperialista: ottimi concetti, lodevoli, ma il Paese reale, la gente reale, non può considerarli come priorità.

Perché non sono priorità per una famiglia che deve tirare la cinghia per arrivare alla fine del mese. Perché il lavoratore a tempo determinato sarà pure orgogliosamente antifascista e antimperialista, però con lo stipendio che prende non riesce a campare. Perché il pensionato ricorderà con piacere le conquiste di civiltà portate avanti dalla sinistra dei suoi tempi, eppure non può fare a meno di sentirsi indifeso e abbandonato dalla classe politica attuale. Perché il tanto vituperato bamboccione mantenuto dalla famiglia, che magari cerca disperatamente di rendersi indipendente non può sperare in un futuro con le quattro lire elemosinate dal proprio donatore di lavoro.

Perché potersi ribellare, di questi tempi, è un lusso. Paradossalmente. È un paradosso perché di solito dovrebbe essere proprio il bisogno a spingere alla ribellione, a stravolgere l’ordine delle cose, per ottenere maggiori diritti. Il fatto è che viviamo in una sorta di terra di mezzo: lontani nella quasi totalità dei casi dalla disperazione più nera, ma lontani anche, in molti casi, da una qualità di vita dignitosa per un paese civile.

E allora i tanti si accontentano del poco che hanno perché non si può mai sapere, tirano avanti e vedono il mondo della politica come una realtà estranea alla propria esistenza, da avvicinare quel tanto che basta magari per ottenere un favore. Questa è la verità. Ed ecco perché la sinistra si suicida: perché corre appresso ai “figli d’arte”, ai centri sociali avulsi dalla quotidianità, ai ragazzini viziati dai genitori sessantottini, perché magari organizzerebbe raccolte di fondi per la Palestina ignorando invece i bisogni delle persone a loro più prossime. Per l’ennesima volta lo ripeto: la sinistra muore coscientemente perché non vive più tra la gente, perché si batte per principi di civiltà pur importanti ma non prioritari nella vita quotidiana, perché si rinchiude in un meccanismo autoreferenziale e in uno sterile voto di rappresentanza: avete presente quei comizi, magari partecipati, con tante bandiere rosse e proclami accesi? Quelli sono comizi che non porteranno a niente: perché parleranno a gente che è già d’accordo con quelle idee, gente che la pensa già come chi sta sul palco. Lotta di classe? Bravi! Partito antimperialista? Fico! Partito antifascista? Così ti voglio! Berlusconi bla bla bla e ancora bla? Giustissimo! Va bene, ma poi? Lo sappiamo tutti che razza di farabutto è il Cavaliere Nero, parliamo d’altro per favore. Quali i provvedimenti per far sentire il cittadino più sicuro, quali le proposte economiche per uscire dall’impasse e dalla crisi, quali i suggerimenti per migliorare la qualità di vita del cittadino, per riportare fiducia nelle istituzioni?

Il Nulla. E il Nulla Nulleggia, ricordava giustamente il professor Umberto Eco in passato.

Che rabbia perciò vedere dei partiti che in tempi di crisi dovrebbero compattarsi, dovrebbero raccogliere percentuali altissime di consensi e invece non solo sono votati da quattro gatti, ma hanno pure l’incoscienza di dividersi per il voto utile, per il sogno utile e altre puttanate simili. Per rimanere perciò a casa a girarsi i pollici e a pensare alle rivoluzioni antimperialiste e al prossimo corteo pro Palestina. Non vi siete chiesti perché la Lega e l’Italia dei Valori hanno guadagnato così tanti punti in queste ultime elezioni? Ma perché parlano il linguaggio della gente, perché stanno attenti alle esigenze del Paese: la Lega con toni eccessivi e fuori luogo, fascisti, razzisti e demagogici, Di Pietro con un sano e tutto sommato innocuo populismo di sinistra. E una persona come me e come milioni in Italia, nel caso in cui decidesse follemente di andare a votare non saprebbe più per chi votare. Almeno io non so più per cosa votare da tanto tempo.

Non un partito di destra o di centrodestra, perché estraneo al mio pensiero, alla mia etica e dalla mia prassi. Non il PD, un partito senza anima, senza veemenza e senza futuro che tuttavia – pura statistica – partorisce di tanto in tanto proposte al limite dell’accettabile. Non Di Pietro, che pur facendomi simpatia non riscuote la mia fiducia per certe sue tirate populiste e un antiberlusconismo che alla fine finirà per stancare. Non certo questa sinistra (anche se apprezzo persone concrete come Diliberto), in generale completamente avulsa dal paese reale…

E allora? O crei un partito da te, o non voti, o decidi di votare per opportunismo, o per ideale, o turi il naso e scegli il meno peggio. Oppure si presentano rare occasioni in cui puoi votare per una persona che vale davvero e che ti senti orgoglioso di definire “tuo rappresentante”.

Stavolta ho votato Rosario Crocetta, e, sensazione insolita dopo un'elezione, sono orgoglioso di averlo votato.


venerdì 19 giugno 2009

Stringiamoci a coorte

Prima guardate questo e poi parliamo del resto.



Michela Vittoria Brambilla, ministro della Repubblica italiana. Per chi non l'avesse riconosciuta è quella in tailleur tinta pastello che fa il saluto romano alla fine dell'inno di Mameli.

Ancora una volta le istituzioni repubblicane offese dal dilettantismo di politicanti allo sbaraglio: perché non è tanto lo scatto orgoglioso del saluto romano tirato fuori dalla naftalina ad offendere gli occhi e lo spirito dei singoli. Si tratta di ciò che rappresenta. Il dolore di un funesto ventennio fatto di libertà soffocate e di terrore, di morti e devastazioni volute da un regime che condensava in quel gesto tutto il suo stupido impeto di virile brutalità etica e politica.

Nessuno, io credo, può o vuole impedire ai nostalgici e ai fascisti vecchi e nuovi di venerare quel tetro periodo della storia d'Italia. Ma un ministro della Repubblica italiana, di quella Repubblica nata grazie al sacrificio di tanti uomini e donne che combatterono il fascismo, un ministro della Repubblica italiana non può permettersi un gesto simile in un contesto istituzionale.

Certo la Brambilla ha imparato bene la lezione dal Cavaliere Nero il quale, com'è noto, se attaccato non solo evita di rispondere, ma sferra un contrattacco fatto di insulti e contumelie a quanti chiedono conto di un suo comportamento. "Non avendo argomenti politici" ha affermato la Brambilla "i nostri avversari si sono ridotti a misurare l'angolazione del mio gomito quando saluto i cittadini o a calcolare l'altezza delle mie braccia".

Eh no cara ministra, mi spiace contraddirla ma questo è un argomento politico, e di non poco conto. Perché non si può giurare fedeltà alla Repubblica italiana e poi calpestarne la storia in tal modo, perché non si può essere così superficiali da pensare che il saluto romano sia oggi solo un gesto pittoresco scevro da significati profondi. Senza contare che questo episodio potrebbe avere implicazioni legali: sebbene la vecchia legge Scelba non consideri il saluto romano apologia del fascismo, non ci sono forse le aggravanti del ruolo istituzionale ricoperto e del contesto in cui è stato mostrato? In un Paese serio dalla forte coscienza storica, con una classe politica seria e responsabile la Brambilla si sarebbe già dimessa.

Paese serio, coscienza storica, classe politica responsabile: troppe variabili da applicare. Almeno in Italia.


Ps: il sito di Repubblica ha pubblicato la testimonianza di Virginio Brivio, presidente uscente della provincia di Lecco, il quale afferma che la Brambilla non è nuova a performance vetero-fasciste di tal fatta. Qui il link.