domenica 18 dicembre 2011

E' stato il negro

Dieci anni fa a Novi Ligure una ragazzina uccise la madre con quaranta coltellate e il fratellino undicenne con cinquantasette fendenti dopo aver tentato inutilmente di avvelenarlo e di affogarlo nella vasca da bagno. Erika de Nardo, allora sedicenne, e il fidanzato Omar Favaro che la aiutò a compiere il massacro accusarono del duplice omicidio due albanesi. Innocenti che rischiarono la morte per le mani di una folla inferocita. Un tunisino fu accusato della scomparsa di Yara Gambirasio, poi trovata morta mesi dopo. Si indaga ancora, ma è certo che il tunisino non sia legato a quella morte tragica. Mesi fa una studentessa spagnola denuncia uno stupro a Roma in piena Trinità dei Monti. Si pensa subito a stranieri, ma dopo qualche giorno la ragazza ammette che si era trattato di un gioco erotico con il suo compagno.


Torino, 10 dicembre. Una ragazzina torna a casa sconvolta: in lacrime, confessa di essere stata violentata da due uomini. “Erano stranieri e puzzavano” dice. Gli zingari di sicuro, quelli del campo nomadi che si trova non troppo lontano da casa sua. Monta il livore della gente, si soffia sul fuoco di facili sentimenti. Mentre la polizia indaga sullo stupro gli abitanti del quartiere organizzano una fiaccolata di protesta: i forconi tuttavia si innalzano al cielo e presto la folla, schiumante di rabbia, darà sfogo al furore più cieco incendiando il campo rom.


E poi arriva la verità più trista. La ragazzina ha inventato ogni cosa. Niente stupro, niente violenza ma un rapporto sessuale – si spera voluto – con un ragazzo. Circondata da un ambiente retrivo di cristianità bigotta e superficiale che nel nome di una verginità del corpo – non si sa se pure di spirito – la obbligava a frequenti visite d'accertamento dal ginecologo, la ragazzina, di certo immatura e forse anche un po' sciocca, non ha avuto animo di reggere quel marchio scarlatto che l'avrebbe bollata come impura e peccatrice agli occhi della sua famiglia. Meglio stuprata che non più vergine. Illibata, come si diceva un tempo. Così, terrorizzata dalle conseguenze determinate da una condotta morale trasgredita ha scelto la via più ovvia per essere creduta. È stato lo zingaro. È stato il negro.


Forse la ragazzina non si è resa conto delle conseguenze della sua azione. Forse la sua bugia non è stata nemmeno un gesto di scoperto razzismo. Peggio, anzi. Perché l'aver additato istintivamente lo zingaro come protagonista di una violenza tra le più odiose rappresenta la conferma terribile di quanto questo sentimento di intolleranza sia stato assimilato nel corpo della società e non percepito più come tale. La ragazzina voleva salvarsi dalla punizione della famiglia, che pensava terribile, e nell'angoscia di un senso di colpa gravante nell'animo ha agito in maniera impulsiva. Da sedicenne, se vogliamo. Da sciocca sedicenne terrorizzata...


Sì, la sto difendendo. Perché la prima vittima di un crimine orrendo è stata lei. Ciascuno è libero di scegliere per sé la condotta morale che più ritiene opportuna, anche la castità o la libertà sessuale. Fondamentale che una simile scelta però sia stata cosciente e meditata, non imposta da dogmi terroristici. E se la giovane età impedisce di operare scelte consapevoli allora sarà la morale familiare, attraverso l'esempio e il dialogo, a trasmettere la giusta condotta da seguire. La maturità e l'indipendenza nel giudizio, una volta raggiunte, suggeriranno in seguito il percorso corretto che non necessariamente dovrà essere quello familiare. Ci sarà chi, educato alla verginità del corpo, comprenderà come questa sia stata la mortificazione di uno degli atti d'amore più spontanei esistenti in natura e prenderà un altro percorso. Ci sarà chi, invece, cresciuto nella libertà sessuale, sentirà l'esigenza di un rapporto più intimo con il proprio spirito e sublimerà il desiderio o lo trasformerà in un edonismo ponderato.


Nessuno stupro è avvenuto quel giorno, nessun corpo è stato violato. Non è stata la ragazzina ad appiccare il fuoco alle baracche del campo nomadi. Nessun morto nell'ignobile rappresaglia ma povere cose consumate dal fuoco, vite precarie buttate in un abisso ancor più tragico di un quotidiano sospeso tra miseria e criminalità.


In una società civile nessuno avrebbe pensato di vendicare una violenza atroce con altra violenza, nessuno avrebbe approfittato di un crimine per sfogare le proprie frustrazioni e la propria becera intolleranza sull'accattone, sullo zingaro. Sul diverso. In una società civile la ragazzina sarebbe punita per procurato allarme, seguita da uno psicologo e assegnata a qualche forma di servizio sociale in grado di farle recuperare il giusto contatto con la società. In un paese civile, infine, non si sarebbe preteso di insegnare una morale sessuale ad una ragazzina infrangendo il suo pudore e violentando con attenzioni morbose un corpo e un’anima che sta imparando ad amare. Non così, uccidendone per sempre le emozioni in nome di un dogma incompreso.

lunedì 14 novembre 2011

Sic transit bunga bunga

Un potente trascinato nel fango e decaduto per le sue stesse colpe dovrebbe suscitare in ciascuno di noi, oltre al comprensibile desiderio di vendetta, anche un senso di umana pietà e compassione. E di rispetto. Mi hanno sempre turbato le figure penzolanti di Mussolini, della Petacci e dei gerarchi fascisti nell'abominio di piazzale Loreto, così come, attraversando il tempo e lo spazio della storia, il corpo inerte di Ceauşescu e la maschera sanguinante di Gheddafi seviziato prima dell'esecuzione. Ricordo con una certa vaghezza – ero piccolo allora, per nulla interessato di politica – Bettino Craxi braccato dalla folla assiepata all'hotel Raphael, colpito da uova e monetine, mentre il giustizialismo spicciolo chiedeva la forca per quei politici che fino al giorno prima erano stati osannati, temuti e pregati dallo stesso popolo italiano che sembrava improvvisamente odiarli con tutta la loro anima. Gente incapace di comprendere che i nemici si combattono con tutte le forze ma in guerra e che, una volta soffiato via l'odio degli opposti sentimenti, è il principio della giustizia a dover prevalere. Non i cristiani nell'arena, non la sete di sangue. Legittima e comprensibile, eppure da soffocare. Non fosse altro per far comprendere agli sconfitti l'inesorabilità di una legge che mette da parte il rancore in nome di un principio di nobile convivenza umana al quale avevano mancato di sottomettersi.


Ho rivisto più volte le immagini di Silvio Berlusconi che arriva al Quirinale per rimettere il suo mandato nelle mani del presidente Napolitano. La folla inferocita, le monetine, gli insulti. Stesso trattamento per i ministri del governo dimissionario. La festa una volta confermata la caduta del governo Berlusconi. Le voci che si rincorrevano, la felicità della gente per la fine di una farsa di terz'ordine, pagliaccesca e tragica allo stesso tempo, che ha attraversato l'Italia per diciassette anni e ne ha stravolto malignamente la dialettica politica. Anzi, l'intero Paese. Diventato peggiore che prima della fatale “discesa in campo”, quando solo in pochi si accorsero di un imprenditore senza scrupoli che aveva seriamente intenzione di comprare l'Italia erigendo una perversa logica dell'apparire a sistema di governo. Costruendo intorno a sé una corte dei miracoli fatta di tirapiedi, clienti, giullari, farabutti e puttane, sorda alle necessità della gente ma prostrata alle esigenze di un tiranno sempre più lontano dal mondo e sempre più vicino allo squilibrio mentale. Mescolando vita privata e istituzioni pubbliche, agevolando il distacco dei cittadini dalla politica, favorendo la nascita di miopi populismi incapaci di possedere una visione politica a lungo termine, piazzando nei posti di potere indegni gabellotti a lui fedeli oltre ogni decenza, svuotando la politica di senso e riducendola a slogan, insulti, pornografia e barzellette. Lasciando, infine, l'Italia ad un passo dal baratro, se non già in caduta libera. E adesso che Berlusconi non è più al governo forse anche i suoi più accesi sostenitori comprenderanno in quale impalpabile velo autocratico siamo stati avvolti e da quale malattia la nostra democrazia dovrà cercare di guarire. Con il timore, più che radicato, che tale malattia si sia già cronicizzata e sia ormai impossibile da estirpare. Come una metastasi dilagante scoperta troppo tardi per riuscire ad intervenire.


Rimane un solo rimpianto.


Guardando la folla pronta a linciare gli esponenti di questo governo dimissionario e in primo luogo il comandante in capo, mi chiedo quanti fra la gente assiepata non abbiano cambiato maldestramente casacca all'ultimo momento. Quanti, tra la folla, hanno sostenuto Berlusconi per anni, lo hanno adorato, supplicato, ne hanno ripetuto ossessivamente i mantra, quanti hanno vissuto all'ombra della sua corte, fosse anche nella satrapia più lontana dal cuore del regno, e atteso senza vergogna gli avanzi. Quanti, tra la folla, hanno deriso gli oppositori della prima ora, ridicolizzati e tacciati per cornacchie ideologizzate incapaci di comprendere la bellezza del nuovo che avanzava. Chissà quanti, davvero.


Rimane il rimpianto, allora. Se tutti i berlusconiani per convenienza avessero dato ascolto alla loro coscienza e non alle lascive promesse di potere e denaro del loro leader forse questo circo Barnum avrebbe potuto smontare le tende già tanti anni fa, evitando all'economia italiana il macigno di una speculazione finanziaria senza precedenti e il rischio concreto di trascinare nel fondo più fondo l'intera economia mondiale. Se i parlamentari “eletti” dal popolo avessero avuto a cuore le sorti del loro Paese come dicono forse oggi non saremmo stati costretti a cedere sovranità ai cartelli finanziari e alle agenzie di rating e forse oggi non avremmo avuto un governo tecnico con la linea di comando dettata dalla BCE e il beneplacito di Francia e Germania.


E quando Mario Monti e la sua squadra cominceranno a dissanguare gli italiani per far fede agli impegni presi con l'Europa non additate la megalomania di un uomo che ha reso peggiore, anzi, che ha distrutto l'Italia e diviso gli italiani generando solo odio e rancore. Guardate alla pochezza di quegli uomini e di quelle donne che, per loro squallido tornaconto, hanno calato le braghe ad ogni capriccio del loro capo portando l'Italia alla rovina. Potevano mandarlo a casa e non l'hanno fatto. Hanno guadagnato privilegi e vitalizi nell'impoverimento generale di una nazione. E allora, quando lo sterile esercizio della politica chiederà nuovamente agli italiani di partecipare alla farsa dalle elezioni fatemi un favore: ricordate i nomi e i cognomi di chi ha scaraventato l'Italia nel fango e fate quello che va fatto. Con rabbia e coscienza.

domenica 13 novembre 2011

Fine dei giochi

martedì 18 ottobre 2011

Il blocco dell'untore

Mi fanno pena gli indignati. Noi indignati. Duecentomila persone pacifiche, forse alcuni un po' pecoroni ma va bene così se è per una giusta causa, migliaia di persone che volevano protestare contro una gestione aberrante dei poteri mondiali. Far parlare dei problemi della gente e dei drammi quotidiani di chi non riesce più a sopravvivere. Vecchi e nuovi poveri sull'orlo del baratro. E invece niente, tutta l'attenzione della stampa spostata sopra un pugno di utili idioti che il governo ringrazia per aver devastato una città servendo su un piatto d'argento proposte che mai si sarebbero avanzate in un paese cosiddetto democratico... Ah già, dimenticavo che non lo siamo più ormai. Mi fanno pena loro, gli indignati però pacifici. Alla rabbia dei vecchi poveri si aggiunge la rivolta dei ceti medi esasperati e senza nocchiere. Mentre i “ricchi” che governano non sono disposti a cedere una parte delle proprie sostanze in nome del bene comune ci si accanisce contro quella che qualcuno chiamava “classe di mezzo” spogliandola delle sostanze che consentivano di poter vivere dignitosamente e di poter, in tal modo, trainare lo sviluppo di un paese. Siamo tutti più poveri, affamati dalle banche e dalla politica connivente. Concetti decisamente populisti ma veri, che scaturiscono dalla rabbia di un mondo che ti crolla intorno. Il timore è che una simile rabbia non si riesca ad incanalare in un moto di rinnovamento reale e in una progettualità a medio e lungo termine. Che siamo giustamente incazzati credo ormai lo abbiano capito tutti. Ma poi? Senza una palingenesi politica e culturale, indignati o no, non andremo da nessuna parte e rappresenteremo solamente l'ennesimo gradino su cui la politica e l'economia mondiale potranno poggiare il loro piede.


Mi fanno pena anche i poliziotti. Come quei soldati che Mussolini inviava in Cirenaica durante la seconda guerra mondiale. Combattevano in nome dell'Impero, gasavano villaggi, violentavano donne, torturavano e uccidevano uomini vecchi e bambini. Non si potevano rifiutare: erano soldati, la pena per la diserzione era il muro. E allora morivano a loro volta atrocemente, lontani da casa, e alla famiglia arrivava un telegramma di deliranti stupidaggini del Duce, due lire di pensione e grazie tante. Oppure tornavano, sconvolti nello spirito per le mostruosità che avevano commesso e trovavano le macerie di un paese distrutto dal potere per cui loro avevano combattuto. E la soddisfazione era quella di essere stati, per un momento, superiori a qualcuno più debole di loro al quale stavano portando il progresso e la civiltà. E oggi i tanti disoccupati che scelgono di ricevere il soldo dal ministero dell'Interno sanno che per mille e trecento euro al mese dovranno difendere il loro datore di lavoro sempre e comunque. “Difendere la democrazia” però gli dicono, anche quando questa viene stuprata dal branco delle maggioranze in uno sgabuzzino buio. E, tolti gli imbecilli in divisa, esaltati nell'alzare il braccetto destro e inneggiare ad un altro stupratore della democrazia, che provano piacere ad abusare del proprio potere sui più deboli, tolti gli idioti in livrea rimangono tutti gli altri. Quelli che vorrebbero entrare in Parlamento e arrestare tutti quanti, quelli che non riescono a dormire la notte perché costretti a picchiare ragazzi inermi che protestano anche per loro, quelli che ci credono e che vorrebbero davvero essere dei servi per il popolo italiano, lo stesso che non potendo scagliarsi contro il potere politico insulta e sfoga la sua rabbia sopra poveri cristi dalle facce uguali a quelle dell'altra parte della barricata. Solo, con la giubba di un altro colore.


Eppure mi fanno pena anche loro, infine. Gli incappucciati di ogni genere, sette politiche, infiltrati. Autonomi e sbandati. Picari senza padrone, arrabbiati senza soluzione. Bestie nate in cattività e fuggite dal gabbio di un circo incapaci di affrontare la foresta che si difendono nella sola maniera che conoscono. Attaccare. Mordere. Violenza cieca, violenza egoisticamente catartica. Mi fanno pena i famigerati “black bloc”, quelli finti, quelli veri. Perché ce ne saranno stati di finti. Non nascondiamoci dietro un lampione divelto: la lezione di Cossiga non si dimentica facilmente. A qualcuno avrà pure giovato l'inferno di Roma. Potremmo distribuire colpe a vanvera, ipotizzare una mossa del Governo per delegittimare il movimento degli indignati, o per giustificare la messa al bando dei cortei, o ancora per invocare norme liberticide in nome di un ordine sociale che il “popolo” sente vacillare. Certo lasciare che le frange violente devastino tranquillamente una città non depone a favore delle forze di polizia e fa sorgere più di un legittimo sospetto. O incapaci, o conniventi ed istigatori della violenza per ordini superiori, o solo impotenti di fronte a simili eventi. E se e se. Potremmo continuare a lungo a costruire castelli senza uno straccio di prova. Però consentiteci che un dubbio sorga nelle menti di qualcuno... Non è colpa nostra, davvero. Non è colpa nostra se siamo nati nel paese delle stragi di Stato, delle stragi impunite, delle eversioni del potere deviato, delle logge massoniche, del bispensiero, dei colpi di Stato sventati e di quelli riusciti, della privatizzazione del potere e dell'assuefazione delle coscienze alla mediocrità dei propri governanti. Non è colpa nostra se ci hanno costretti a dubitare su ogni cosa in questo paese bello e ridicolo.


Soprattutto, non dateci colpe se riteniamo inverosimile attribuire l'ennesimo sacco di Roma solo agli infiltrati di ogni risma. C'è un nucleo di violenza inesplosa nel mondo che ticchetta inesorabile, innescata dall'esasperazione di una catastrofe sempre più vicina. C'è chi riesce a contenerla, c'è chi no. E se la colpa di tutto ciò risiede nei consorzi della finanza mondiale non basterà certo scuoiare la pelliccia di un pecorone che lancia estintori a risolvere il problema.

lunedì 10 ottobre 2011

Aprite gli okki!!!!! E, se non arreca troppo disturbo, anche il cervello

Rimango sempre sorpreso quando tanti amici, alcuni dei quali particolarmente acuti, danno credito e anzi diffondono le notizie provenienti dagli ambienti del complottismo più superficiale. E diciamolo pure, più stupido. Rimandando a data da destinarsi – forse anche mai – la ricerca delle ragioni che spingono tante persone a rifugiarsi nelle facili risposte di autoeletti guru della “controinformazione” sarà bene soffermarsi su due questioni che ancora oggi godono, purtroppo, di grande popolarità. La prima è la colossale cantonata del signoraggio bancario, che blog come quello di Beppe Grillo hanno contribuito a diffondere salvo poi rinchiudersi in un silenzio colpevole una volta comprese quali stupidaggini avevano supportato. L'altra è quella della benzina a metà prezzo, che gira subdolamente attraverso catene mail e link selvaggi su Facebook.


Il signoraggio

Ma partiamo dal signoraggio e parliamo di questo supposto ridicolo complotto delle banche per dominare il mondo, un complotto al quale tanti ancora credono fermamente. Sia detto per inciso, io sono il primo a pensare che i cartelli economici transnazionali vogliano dominare l'economia mondiale – anzi temo siano riusciti nel loro intento già da tempo. Solo, credo che non abbiano avuto bisogno di magheggi al limite del massonico ma che abbiano agito alla luce del sole attraverso le speculazioni di borsa. Tornando al complottismo più strampalato, invece, diremo che la teoria del signoraggio bancario si basa su un assunto fondamentale: quando una Banca Centrale stampa nuova moneta, compie un furto ai danni della società. Questo perché darebbe alla banconota, nata come semplice pezzo di carta, un valore nominale che non corrisponde al costo della stampa. Siccome i soldi verrebbero stampati dal nulla essi, rappresentando la contropartita del nulla, sarebbero lo strumento delle Banche Centrali per arricchirsi senza averne il diritto a scapito delle comunità che basano la propria economia su quella moneta...

Come no. Cerchiamo allora di dipanare con la maggiore chiarezza possibile questa enorme accozzaglia di stupidaggini. Secondo questa teoria una banconota da 100 euro che è costata 30 centesimi avrebbe come valore reale 30 centesimi, quindi la Banca centrale ruberebbe 99,70 euro alla società dal momento che la fa circolare con un valore nominale di 100 euro. In realtà, dispiace rivelarlo agli amici complottisti, esiste una contropartita all'emissione di moneta che è rappresentata dall'acquisto di titoli, cioè una sorta di “pagherò” emessi dal sistema bancario, dai singoli Stati o dagli investitori. La Banca Centrale acquista questi titoli dai soggetti che li hanno emessi mettendo il denaro in circolazione. I soggetti che hanno collocato i titoli utilizzeranno poi il denaro ricevuto in prestito dalla Banca Centrale per le loro attività. Quando poi questo prestito verrà restituito, il titolo smetterà di avere valore e la Banca Centrale collocherà di nuovo i soldi che sono tornati indietro sul mercato acquisendo altri titoli. Punto. Dunque la Banca Centrale non guadagna nulla sulla moneta che ha emesso, ma esclusivamente sugli interessi generati dall’acquisto di titoli. Il denaro quindi non è generato dal nulla ma rappresenta il controvalore della ricchezza della società: la Banca stampa nuova moneta solo per soddisfare le esigenze di liquidità, dunque risponde ad una richiesta ben precisa del mercato, non si può mettere a stampare soldi quando e come vuole. Se si stampano più soldi di quanto giustifichi la ricchezza presente nella società, allora il denaro si svaluterà e si produrrà inflazione. Facciamo un esempio pratico: se sul mercato ci sono cento polli e il valore totale della moneta in circolazione è di cento euro ogni pollo costerà un euro. Se si stampano altri cento euro senza aumentare però il numero di polli sul mercato ecco che ci saranno troppi soldi in circolazione con cui non ci sarà nulla da comprare: il denaro si svaluterà e ogni pollo aumenterà di prezzo.

L’inflazione dunque è generata dall’emissione della moneta e non dall’interesse, mentre il debito della società o di un paese deriva da chi decide di spendere denaro che non ha. Per fare un altro esempio, lo Stato italiano ha un debito stratosferico perché ha investito soldi che non possiede: per cercare liquidità allora e per onorare il prestito alla Banca Centrale emette delle obbligazioni, tipo i Bot, con cui il cittadino diventa creditore dello Stato italiano ricavandone un piccolo interesse. Tutta l’economia mondiale è basata sul meccanismo di credito e di debito e l’unico signoraggio reale, è bene ripeterlo a scanso di equivoci, è il guadagno della Banca Centrale sull’interesse generato dall’acquisizione di titoli. Il resto lasciatelo ai complottisti in trincea sempre pronti a cercare nemici. Spesso, duole dirlo, inesistenti.


La benzina a metà prezzo

Un'altra bufala riguarda quella secondo cui basterebbe non comprare carburante da Shell ed Esso per far abbassare loro i prezzi, obbligando le altre compagnie a fare altrettanto. Una cantonata grossolana se si ragiona sulla natura del prezzo alla pompa: su un litro di benzina acquistata a 1,6 euro, infatti, ben 90 centesimi vanno all'italico fisco (fonte al 26 settembre 2011 il Ministero dello Sviluppo Economico, mica cotica). Senza considerare altri balzelli indiretti (qui, all'ultimo capoverso del post, un elenco), a causa dei quali solo il 30% del prezzo che paghiamo alla pompa va, di fatto, al produttore. Conseguenza di ciò è che se anche una simile proposta balzana avesse lontane chance di riuscita, questa si applicherebbe al prezzo netto del carburante e determinerebbe una diminuzione del costo alla pompa non superiore al 15%. Ecco la cruda verità: se proprio volete dare una spallata alle compagnie petrolifere andate in bicicletta piuttosto.

martedì 27 settembre 2011

Breve nota sull'inopportunità di invocare l'avvento di un regime autocratico attraverso un colpo di Stato risolutivo

Non mi abituerò mai alle ciance da bar o alle chiacchiere da barbiere. Peggio ancora il sottile cincischiare della fila alle poste, le ciarle senza costrutto delle sale d'aspetto. Episodi, questi, che fanno riemergere la mia profonda insofferenza per quel genere umano riunito in organismi collettivi che si trascina ovinamente lungo le strade già battute da altri, caproni o lupi che attendono alla fine del percorso il gregge da assaltare. Quasi non disturbano ormai le interminabili discussioni sul futuro di Ibrahimovic e Cassano, rassegnati al vizio tutto sommato veniale dell'italico cittadino a caccia di distrazioni da una vita monotona, di quelli che grattano e perdono o che cercano di guardare le partite in streaming dalla Cina per fregare la pay tv.

Riesco pure, con sforzo non indifferente, a sopportare i processi sommari della tv del dolore e dei tabloid nostrani a caccia di sangue tre palle un soldo. La litigiosità di opinionisti della domenica, le tavole rotonde su delitti cruenti e morbosità familiari rappresentano il nutrimento quotidiano per giornalisti dallo scoop facile e casalinghe disperate. Accanirsi sui sospettati di fatti di cronaca nera nella versione riveduta e corretta della legge di Lynch è il loro passatempo preferito.

Il sangue alla testa monta, invece, quando l'approccio qualunquista al mondo della politica genera nell'italico popolo affermazioni lapidarie quanto stupide, subito avallate dai sodali loro simili. “Tutti uguali sono”, “Berlusconi si è mangiato un'Italia”, “questa situazione è insostenibile, ci vorrebbe un colpo di Stato” e simili perle di saggezza. Il travaso di bile affiora, inevitabile, nel ricordare come tali affermazioni siano correntemente pronunciate da gente che quel Berlusconi e compari lo hanno votato acclamandolo come pater patriae, magari nella speranza di mantenere lo status quo o di aumentare i privilegi della propria “classe sociale” – termine vintage ma sempre affascinante nei salotti buoni della meglio società. Fa strano rilevare, poi, la stolida leggerezza di simili analisti politici... Gentili amici che cavalcate il populismo del colpo di Stato, vi siete mai chiesti chi mai potrebbe sostituire Berlusconi nella sciagurata ipotesi che si arrivasse al sovvertimento delle garanzie democratiche? Se siete convinti che l'armata Brancaleone delle sinistre “rivoluzionarie” italiane armata di ideologie polverose, rabbia sacrosanta e poco altro sia in grado non solo di rovesciare il sistema politico attuale con un attacco coordinato che riesca a controllare i gangli del potere ma anche di organizzare un nuovo governo capace di far rialzare l'Italia dalla polvere bla bla bla... Beh, ho una cattiva notizia per voi. Tornate coi i piedi per terra, per questo giro si sta fermi. E anche per i prossimi giri a venire.

Nella malaugurata ipotesi che accadesse quello che voi invocate non aspettatevi alla conquista del potere un'ideologia malamente ispirata al bianco sol dell'avvenire quanto piuttosto sinistri figuri che di sinistro hanno solo l'aspetto. In un paese in rotta, con una economia al collasso, guidato da una classe politica puttaniera, corrotta e corruttrice il cittadino medio acclamerà a gran voce quanti assicureranno l'ordine sociale e la sicurezza economica attraverso forme politiche anche eterodosse. Forme che comprendono la repressione violenta del malcontento, l'eliminazione (anche fisica) degli oppositori e la sospensione dei diritti acquisiti attraverso un normale dibattito politico, forme amate dalla destra più estrema ma in grado di affascinare malignamente un popolo sbandato. Esistono fin troppi esempi, talora legati a doppio filo con l'Italia nello spazio e nel tempo, che impediscono ad una persona dotata di sana intelligenza di invocare la dittatura nel proprio paese. Meglio ricordarli, di tanto in tanto, prima di lasciarsi andare ad affermazioni ridicole e pericolose.

martedì 30 agosto 2011

Lettere al Direttore

Intanto leggete qui.

Quella che segue è la mia ovvia risposta.

Gentile Direttore,

non me ne voglia per questa mia, una semplice osservazione dal sottosuolo proveniente da un gradino ancor più basso, fors'anche girone dantesco, dell'informazione locale. Ospite della sua testata, conduttore di una trasmissione sui generis, collaboratore di un ufficio stampa, aspirante giornalista.

Comprensibile la sua reazione, piccata per essere stato escluso, insieme a tanti altri rappresentanti dell'informazione locale, dalla rosa degli illustri giornalisti che hanno animato la festa del Giornalismo. Comprensibile anche il decalogo finale di biblica memoria, che vuole essere una bonaria tirata d'orecchi per questi giovani scapestrati che hanno voluto ignorare i consigli del nonno scafato da oltre cinque lustri di attività giornalistica. Non me ne voglia lei, caro Direttore, se avanzerò qualche appunto sulle sue considerazioni (io che, non ancora giornalista, ero stato invitato in veste di moderatore, ma che ho dovuto declinare per impegni pregressi), e non me ne vogliano i ragazzi del Clandestino se parlerò con il tono bonario e divertito dello zio che vede crescere svegli i propri nipotini e si inorgoglisce.

Lei, caro Direttore, auspicava la presenza di illustri penne politicamente orientate quali Maurizio Belpietro (condanna definitiva per diffamazione a mezzo stampa), o Vittorio Feltri (padre insigne del metodo Boffo) o Bruno Vespa, che magari avrebbe portato con sé un plastico con il quale avrebbe spiegato la perfetta mescolanza ai fini dell'audience di efferati omicidi e curiosità morbosa del telespettatore medio. Alla luce di quanto detto prima, ha ancora un senso chiedersi la ragione di simili assenze? Ad ogni modo non sappiamo se gli organizzatori del Festival avessero contattato o meno queste celebrità dell'editoria italiana: meglio sospendere il giudizio allora, altrimenti parliamo di aria fritta.

Inoltre, egregio, ha sottolineato l'assenza di giornalisti e cronisti locali. Assenza indiscutibile, sulla quale si può essere d'accordo o meno. Vorrei riflettere insieme a lei, tuttavia, delle ragioni che hanno potuto portare gli organizzatori ad una simile scelta. E lo faccio aggiungendo una voce al decalogo che ha rivolto idealmente ai redattori del Clandestino, l'undicesima: "Fai sempre autocritica. Dopo aver scritto il tuo articolo, rileggilo come se fossi un avvocato che è stato assoldato per farti condannare in tribunale". Fare autocritica prima di pubblicare. Per non prestare il fianco, per essere inattaccabili. Si guardi intorno e osservi il panorama dell'informazione locale.

A parte notevoli eccezioni, il giornalismo locale è caratterizzato da una impasse strutturale difficile da superare: tutti i giornalismi locali, non solo quello modicano o ragusano, che crede. Uno stallo retto da particolarismi e amicizie, dalla difficoltà di asservire davvero la verità e non solo a parole, quando il dovere di cronaca imporrebbe di documentare anche le malefatte dell'amico o dell'amico dell'amico, uno stallo creato da professionalità poliedriche ma superficiali che per mancanza di tempo scrivono articoli sciatti e svagati, da professionalità vivaci ma svilite e soffocate dalla routine della testata per cui lavorano (talora sottopagate), da poteri forti piccoli e grandi, dai luoghi comuni, dal "tempestivo intervento delle forze dell'ordine" e "dall'asfalto reso viscido dalla pioggia", dalla foto del ladro di polli sbattuta in prima pagina o sull'homepage di un sito e dalle reticenze su arresti ben più illustri... Non so se ho reso l'idea. Non so, peraltro, se gli organizzatori del Festival abbiano espressamente invitato i rappresentanti del giornalismo locale "in qualità di" ospite e non solo come spettatori o cronisti dell'evento. Per parte mia li avrei invitati, certo di venire bellamente ignorato nella maggior parte dei casi: solo pochi avrebbero accettato l'invito, ben felici di potersi confrontare con altre realtà del giornalismo nazionale. E non lo consideri il mio un processo alle intenzioni o banale preconcetto. Parlo per esperienza personale, e non aggiungo altro per evitare lungaggini o inopportuni egocentrismi.

Solo, mi chiedo perché a nessuna delle testate più importanti della provincia o alle loro penne più influenti sia venuto in mente di confrontarsi pubblicamente con colleghi di altre testate, magari lontani per impostazione metodologica e ideologia politica. Mi chiedo perché, a fronte di decine di personalità mature, abili e competenti nel giornalismo locale, abbiamo dovuto attendere che lo facesse un gruppo di ragazzi di una testata giovane, intraprendente e forse anche un tantino incosciente. Ragazzi che cresceranno giornalisticamente, è indubbio, ma che andrebbero seguiti con attenzione ed interesse dalle testate locali e non ricoperti da critiche sterili, tanto facili quanto il dar di gomito delle vecchie comari al passaggio di una ragazza nel fiore della propria gioventù.