Vedere (a forza, per dovere di conoscenza) il video della "sfilata medievale in abiti del '600" (cit.) che si è tenuta a Modica la scorsa domenica è qualcosa che fa male. Sono sincero. Vedere che la nostra storia, la nostra cultura, la nostra stessa identità sono calpestate, violentate e sputtanate da dilettanti allo sbaraglio, da sedicenti esperti di centri storici e da improvvisati uomini di cultura provoca in me un moto di sdegno e di ribrezzo. E di vergogna. E disgusto. Eppure altri dovrebbero vergognarsi: della loro approssimazione, dell'acido della banalità con cui sfregiano quotidianamente il volto della nostra storia, del loro Nulla che diventa politica. La cultura non può essere lasciata nelle mani di quattro buffoni pressappochisti. Vergognatevi di averci fatto vergognare. Vergognatevi.
martedì 8 aprile 2014
domenica 23 marzo 2014
Lettera ad un grillino mai nato
Eppure non riesco a capire come sia potuto accadere. Credevi nella
politica come azione e partecipazione alla gestione di una vita
associata senza tecnicismi o personalismi. Disprezzavi i politici di
mestiere. Ricercavi il bene comune. Non sopportavi i soprusi quotidiani e
le ingiustizie di una società regolata dall’avidità e dall’egoismo di
pochi.
Eppure riesco a vederti in un universo parallelo mentre
partecipi ai Meetup, segui il lavoro dei “Cittadini a Cinque Stelle”,
t’indigni per l’opinione che altri hanno del tuo movimento, condividi
sui social network status consolatori e autoreferenziali e dai
confidenza solo agli attivisti fedeli alla medesima causa di
emancipazione politica. Non so cosa sia andato storto, davvero. Eppure
sono certo che tu, caro me grillino, non nascerai mai.
Ho sempre
avuto fortissimi dubbi nei confronti del Grillo politico e dei suoi
sodali anche in tempi non sospetti, quando cioè dubitare di Grillo non
era di moda e anzi era visto come un pericoloso atteggiamento
reazionario da quella che fu la mia area di riferimento. A quei tempi si
pensava ancora che Grillo potesse essere inglobato nella sinistra
“istituzionale”: rappresentava già allora un possibile collettore di
voti e un catalizzatore della rabbia legittima e non rappresentata di
ampie fasce di cittadini ed era un’occasione troppo allettante per
essere sprecata. Non mi piaceva il Grillo “messia” che urlava contro
l’establishment in comizi camuffati da spettacoli teatrali. Non
sopportavo che delle buone idee fossero mescolate in maniera
superficiale e sensazionalistica, condite di complottismi e speziate
infine di un qualunquismo più o meno colpevole per raggiungere un numero
sufficiente di fedeli sostenitori, devoti all’idea grillina e talebani
della causa a Cinque Stelle tali da creare un partito politico
mascherato da movimento. La consideravo una mossa furba e sottile, un
modo per fare man bassa di facili consensi duepuntozero usando come
grimaldello tanti nobili e condivisibili ideali.
Caro me,
grillino mai nato, come ben sai la mia insofferenza si è esasperata
quando il vostro movimento d’opinione è diventato partito raccogliendo
consensi trasversali attraverso il marketing dell’esasperazione e
l’entusiasmo della novità postideologica e paraqualunquista. Il
liberatorio vaffanculo iniziale è diventato manifesto politico e il
vostro (bellissimo) programma un calderone di buoni propositi dove si
rimestavano concetti e idee provenienti dalle ideologie più varie in
nome di indistinte “cose giuste”. Senza tenere conto dell’ambiguità di
un simile termine, di come sia possibile oggettivare il concetto di
“giusto” e per chi una determinata cosa sia giusta o meno e in che
misura. Non siete un partito di sinistra, lo so, e capisco che certe
vostre posizioni – anche incongrue e incoerenti con altre vostre scelte
– siano dettate da quell’agglomerato ideologico talvolta confuso che
compone il vostro movimento. E mi spiace se non riesco a seguirvi,
legato come sono ad una visione progressista e socialdemocratica della
società rinvigorita da una idea libertaria di fondo.
Il Movimento Cinque Stelle ha esasperato le chiacchiere da bar elevandole ad apparecchio politico,
ignorando – facendo finta di ignorare – che a livello “democratico” non
possono esistere soluzioni semplici a problemi complicati. Già
Berlusconi nei suoi venti anni di regno aveva fatto qualcosa di simile
trasferendo la volgarità, il qualunquismo e le astuzie da cummenda nell’agone
politico: Grillo ha preferito puntare sulla rabbia dei tanti invece che
sulla classe sociale, raccogliendo in tal modo consensi provenienti da
ogni categoria della fiera umana possibile e immaginabile. Dal
professore allo studente. Dall’operaio al professionista. Dalla
casalinga all’ingegnere aerospaziale. Tutti arrabbiati, tutti incazzati.
Quasi tutti onesti e animati da magnifiche intenzioni. Molti di loro
digiuni di politica, alcuni di loro con insufficiente capacità critica e
pronti a confidare solo nella religione del blog grillino, unica fonte
attendibile di informazioni contro i pennivendoli venduti e i
giornalisti della esecrabile Ca$ta plutocratico-massonica. È facile
raccogliere consensi in questo modo: parlo del favore di pancia, non del
favore legittimo e incoraggiante acquistato da una maggiore
consapevolezza politica. Non mi piace questo modo di fare politica. E
non mi piace perché alla lunga logora il Paese e, cosa più importante,
in mancanza di risultati prima illudi e poi deludi le persone
abbandonandole in un buco nero senza speranze concrete.
Come
Berlusconi nei suoi venti anni di regno ha legittimato il fascismo,
inoltre, allo stesso modo Grillo ha legittimato gli imbecilli e gli
arroganti. Li ha fatti diventare forza politica. Ha dato loro in mano
uno strumento e una illusione della quale non sanno cogliere la
complessità. E soprattutto, che non sanno usare. Bianco o nero. Amico o
nemico. GGente o Ca$ta. Persone che non si sono mai interessate di
politica e di economia e adesso pontificano come i migliori premi Nobel:
sbagliando, com’è ovvio, e come accade a chi legge il mondo con la
superficialità dettata dalla fretta di recuperare il tempo perduto.
Con questo non intendo dire, ovviamemente, che il Movimento Cinque Stelle sia composto da imbecilli.
Voglio dire semplicemente che la percentuale di imbecilli di cui è
composto ciascun partito, setta, religione, condominio o squadra di
calcetto che dir si voglia nel caso del Movimento Cinque Stelle si sente
legittimata ad agire secondo il modo che gli è proprio perché vede che
l'arroganza, la violenza verbale e le volgarità vengono tollerate
all'interno del Movimento di cui fanno parte e magari ufficiosamente
incoraggiate.
C’è del buono tra i grillini, certo. Ci
sono belle persone oneste e animate da buoni propositi che credono nella
politica come attivismo, vero. Ma c’è anche tanto marcio in questo
movimento: l’arroganza dell’ultimo arrivato, la violenza dell’ultrà che
difende la propria squadra al di là di ogni logica. Prepotenti
dilettanti. Grilletti di una pistola carica che stanno facendo di tutto
per fare sparare salvo poi, candidamente, mostrare le mani come se
fossero monde da ogni colpa. E se qualcuno desidera muovere alcune
contraddizioni alla prassi del Movimento cercate di portare il discorso
verso i vostri mantra rassicuranti o, di contro, vi coprite del mantello
del vittimismo e lo insultate indignati cercando di nascondere il
terrificante vuoto ideologico che sta dietro il pensiero del vostro Capo
Supremo, depositario del Pensiero Unico e Leader Massimo, Padrone del
teatrino delle marionette nel quale vi permette di muovervi pensando di
essere liberi dai condizionamenti della politica della Ca$ta. Ma senza
mostrare troppa indipendenza, veh, che poi il giocattolo si rompe.
Non contesto caro me, grillino mai nato, il fatto che voi diciate di essere diversi dagli altri. Contesto il fatto che voi siate troppo simili agli altri perché io vi possa chiamare diversi:
simili nella pratica quotidiana al di là di occasionali per quanto
notevoli differenze. Partito irreggimentato, soldatini sostituibili
senza troppi pensieri, squadroni in marcia alla conquista di un potere
fetido e putrefatto per la maggior gloria del vostro capo. Ecco perché,
caro me grillino, non vedrai mai la luce nel mio mondo.
giovedì 27 febbraio 2014
Luminarie tamarre a Modica che nemmeno a Viareggio (negli anni '80, estrema periferia) per il "Carnevale Barocco" che di barocco non ha proprio niente. E poi il peggio del peggio. A parte il manifesto sgrammaticato con le "chiacchere" giorno 4 marzo ci sarà una degustazione di SALSICCIA e RICOTTA CALDA per la cittadinanza tutta. Già, avete letto bene. Ora mi chiedo: perché non si rendono conto? Seriamente, perché i "nostri" cari amministratori non si rendono conto di quanto ridicole, anacronistiche e terribilmente di cattivo gusto possano essere iniziative simili? Sarò ripetitivo ma mi chiedo ancora una volta quale indirizzo questa amministrazione voglia dare alla politica culturale e ricreativa della città. In questo momento stiamo raccogliendo una figuraccia dietro l'altra che sicuramente non farà bene all'immagine di Modica. E per favore, non ditemi che si tratta del "recupero della nostra identità o delle tradizioni" perché in tal caso si tratterebbe della banalizzazione portata ai massimi livelli. Se qualcuno avesse voluto davvero recuperare le nostre tradizioni allora avrebbe potuto leggere "L'antico carnevale della contea di Modica" di Serafino Amabile Guastella: allora sì che tra Sdirruminica e Sdirrimarti, tra Cannaruzzuna della festa e Zuppiddu potevamo riscoprire le nostre tanto violentate tradizioni. Così invece è solo farsi del male e ripiombare nel provincialismo più truce e burino.
sabato 8 febbraio 2014
Tarì 9 per carne ed altro
Negli anni ’60 del XIX secolo fu affidato a suor Teresa del Cuor di
Dio, celleraria del Monastero di San Martino a Modica alta, il compito
di registrare minutamente gli introiti e gli esiti del convento. Denaro,
frumento. Dazi, gabelle, “provisioni” per la comunità. “Ricreazioni” e
“complimenti”.
Con scrittura nitida e precisa la
religiosa annota in un discreto italiano le voci di spesa e i relativi
oneri che la priora suor Teresa del Cuor di Maria Ciaceri salda per suo
meticoloso tramite. “Tumini tre di Fave a tarì 26 grani 8… Pesce Tonno
per salarlo rotoli 30 a tarì 19… Uova n. 40 a tarì 4… Caffè uno rotolo e
zucchero uno rotolo e mezzo comprato in diverse volte a diversi
prezzi”. Quale sorpresa dunque rinvenire, nascoste tra le pieghe della
piccola storia a rivelarsi allo studioso paziente, due voci di spesa che
solo in principio sembravano essere uguali alle altre.
“Settembre 1860. 24 detto [mese] erogati in compra di Carne ed altro per i condannati a morte”. I nove. Auçisu comu ê novi.
Poco si conosce di questo tristissimo episodio che vide nove modicani
arrestati, processati e condannati a morte in appena ventuno giorni
dalla Commissione speciale penale per violenze e reati contro il
patrimonio. Fucilazione.
La suora si attarda ad annotare i nomi
dei condannati e le circostanze straordinarie di questo episodio che
incrociò la placida vita del monastero e che dovette sconvolgere la
città intera per la gravità della condanna e l’esecuzione quasi
immediata. Alla cronaca asciutta del padre cappuccino Samuele da
Chiaramonte del 1897 e ai frammenti di notizie raccolte da qualche
appassionato di storia locale si inserisce adesso un piccolo tassello inedito capace di aggiungere una nota di umanità a questa vicenda infelice.
Dalla
notazione di suor Teresa del Cuor di Dio che ho avuto la ventura di
riportare alla luce scopriamo che il Monastero di San Martino fu quasi
certamente il luogo in cui si consumò l’ultimo pasto dei condannati a
morte prima della loro fucilazione. Pasto frugale, anche se in quei nove
tarì spesi “per compra di carne ed altro” vogliamo immaginare una
sincera pietas cristiana nei confronti di poveri scassapagliai che ebbero la malasorte di assurgere ad esempio della severità dal neonato governo dittatoriale.
Lievemente
diversi i nomi di alcuni di essi che però saranno segnati con gelida
fedeltà nei registri ufficiali e negli atti di morte della Comune
modicana. “Domenico Matarazzo, Carmelo Iachinoto, Francesco Floridia,
Iacinto Terranova, Giuseppe Alescio, Ignazio Zacco, Emmanuele e Bartolo
fratelli Terranova Aggeri, e Angelo Giannone Faccibella che sotto lì 24
settembre dalla commissione speciale furono condannati a morte” e in un
altro stralcio la suora precisa che fu “eseguita la sentenza sotto lo
stesso dì nel Campo Santo così detto di S. Maria lo Rito”.
Soltanto
lo stilo di una suora celleraria dunque, la quale nella ragioniera
computazione di “ovi”, “carcioffole”, “pasta al torchio” e salme di
frumento non poté fare a meno di includere i nomi di nove sfortunati
rubagalline che solo da pochi anni sono stati restituiti alla memoria
condivisa e non sempre onorevole della nostra città.
mercoledì 29 gennaio 2014
L’anarchia spiegata ad un renziano (nel tempo di un caffè)
Caro amico renziano (perché mi sei amico, non fosse altro per una preistoria ideologica che ci accomuna), io vorrei tanto essere “di sinistra”.
Davvero. Mossi i miei primi, ingenui passi nella Sinistra Giovanile
seguendovi nelle divinizzazioni dei vari D’Alema, Prodi e Fassino per
abbandonarvi polemicamente quando mi accorsi che tenevate più alle
poltrone che alla realizzazione di un programma. Virai dunque in
direzione della sinistra “radicale” e per anni mi sentii a casa:
programmi e utopie, istanze progressiste, collettività e impegno
politico furono i miei punti di riferimento. RC, PDCI, SeL (già con seri
dubbi). Presi parte anche ad uno sciagurato esperimento civico
naufragato in tutta la sua miseria e limitatezza.
Seguendo da
vicino i miei rappresentanti politici e catalogando le continue
scissioni dei partiti di riferimento – e questo fino all’impalpabilità
nucleare – mi resi conto tuttavia che il marcio aveva raggiunto anche la
minoranza della sinistra nella quale avevo creduto. O forse c’era sempre stato il marcio,
solo che ero così affascinato dall’ideale che dicevano di rappresentare
che non avevo voluto scorgere in essi ciò che in realtà professavano.
Era
una lotta sorda e ipocrita, perché mascherata, per la conquista di
inutili pezzetti di sovranità impopolare. Per il raggiungimento di un
mirabolante 0,2%. Come nel PD anche nella sinistra “radicale” tutti
volevano diventare la classe dirigente del futuro, tutti aspiravano ad
essere i leader in una lotta suicida fra capetti arroganti mentre il
Paese naufragava intorno. Cambiavano le sigle ma non le facce, e se pure cambiavano le facce le teste rimanevano le stesse.
Giovani vecchi, burattini di cariatidi ammuffite per le quali ancora si
intravedevano i fili attaccati ai propri eredi. Li abbandonai poco
prima che scomparissero, fagocitati da una legge elettorale indegna e
cancellati dalla loro stessa incapacità di capire il “popolo” dei quali
si pregiavano di essere rappresentanti.
Caro renziano, per
quanto la cosa potrà sconvolgerti approdai all’ideale libertario.
Signora Libertà signorina Anarchia. Che non è caos come pensi tu con una
certa semplificazione ma assenza di padroni o gerarchie costrittive.
Secondo l’anarchia il potere non può rappresentare il fine per reggere
questa società o peggio ancora lo strumento che porti ad una fantomatica
rivoluzione proletaria. L’ideale anarchico non sostiene la
libertà di fare tutto ciò che si vuole, anzi: nessun sistema politico è
più calibrato dell’anarchia, che disprezza fortemente l’egoismo e
incoraggia l’individualità nel rispetto del singolo. Anarchia è azione,
e non immobilismo politico come mi accusi con un senso di superiorità
quasi messianico copiato direttamente dal tuo leaderino di cartone. Al
contrario di quello che pensi, infine, nella tua testolina nutrita a
pane e “senso di responsabilità”, l’ideale libertario non persegue uno
sterile insurrezionalismo inutile e controproducente in un momento storico quale il nostro.
E questo non perché lo Stato e i suoi complici non meritino di essere ridotti in minuscoli pezzettini, ma perché sarebbe ridicolo pensare che la violenza di una bomba possa spingere il popolo a fare i conti con il sistema.
È necessario che ciascuno faccia prima i conti con i propri limiti e
con i limiti della società che ha contribuito a creare: ma anche allora
le bombe sarebbero superflue perché basterebbe la coscienza
dell’individuo per fare collassare questo sistema malato.
Religione? Romanticismo politico? Utopia? Certamente. Ecco perché è indispensabile accompagnare l’idea anarchica alla prassi socialdemocratica.
Possiamo distruggere ogni cosa e passare la nostra vita a spalare
macerie, certo. Oppure possiamo accettare il male necessario della
democrazia e agire quotidianamente affinché la tarma dell’idea
libertaria intacchi i vostri sistemi ideologici così ben costruiti e
così rassicuranti fino a farli crollare sotto il peso delle loro stesse
contraddizioni. Vorrei ancora essere di sinistra caro renziano, davvero.
Ma se il prezzo da pagare è recitare la caricatura di un’ideologia in
nome di una supposta governabilità capirai allora, caro amico renziano,
se non ingoierò un simile tossico e se da questa vostra politica del
bilancino mi ritrarrò disgustato.
Appunti per una fenomenologia della piccola politica
Assurde e inconcepibili in un mondo razionale dovrebbero essere le
ragioni che portano persone dotate di intelligenza a scegliere come loro
rappresentante politico una persona incapace di onorare il proprio
ruolo. Accanto alle buone intenzioni favolistiche della “grande”
politica alle quali tutti dicono di ispirarsi – quella scritta su opere
di infiocchettata utopia per capirci – emergono in questi indegni
rappresentanti altre più concrete e infelici ambizioni che nessuno di
loro ha tuttavia l’ardire di manifestare al mondo. Quasi diffondessero
chissà quali verità sconosciute ai più. Il potere. La tirannia del
singolo che elargisce a suo piacimento favori e benefici. L’esercizio
cosciente e continuato del privilegio per sé e per una congrega
strettamente affiliata.
Sono i mali della democrazia imposta,
un sistema di organizzazione che rivela tutte le sue derive dispotiche
qualora non sia accompagnato da una educazione alla vita associata che
illustri la convenienza di un principio comune basato sull’equità e la
giustizia sociale. Comandare è bello direbbe il buon Cervantes, anche se
si tratta di una mandria di bestiame. Che sia la presidenza della
Repubblica o il consiglio comunale del paesino più miserabile la
sostanza non cambia. Qualora non esista alla base della società l’idea
forte di una etica politica affiora la debolezza del “particulare” e
l’egoismo della meschinità quotidiana: l’arroganza e il malaffare sono
eletti a sistema, il voto diventa moneta sonante attraverso cui
acquistare l’affetto del governato, la rappresentanza politica soltanto
uno strumento per favorire la propria cricca di riferimento e l’ascesa
verso porzioni di potere sempre più ampio e assoluto.
È
la logica del “Lei non sa chi sono io” del piccolo democristiano dei
tempi che furono, o dei craxiani rampanti che dilagarono nei funesti
anni Ottanta lungo tutta la penisola. È il furore grossolano dei
separatisti più biechi, la viscida convenienza dei centristi o il
berlusconismo e le sue figliate assolutamente impermeabili al concetto
di legalità che muovono i fili della vita comune coi guasti che è
possibile osservare quotidianamente.
A Modica ora più che mai si aggira lo spettro di questa piccola politica e
della moralità annullata e sostituita da un moralismo di facciata vuoto
ed ipocrita. Che non si limita soltanto ad alcune personalità
pubbliche, badate bene, perché ha ormai infettato buona parte della
nostra società senza che si riesca a trovare un vaccino adeguato per
guarire da un simile male.
L’amministrazione di Abbate
vorrebbe riportare la città ai fasti di facciata del regno di Torchi.
Con una differenza: non possiede vacche grasse da mungere come allora né
ha la “fantasia” amministrativa del suo modello ideale. Sia ben chiaro,
continuo a pensare che l’amministrazione Torchi sia stata una rovina
per Modica: perché se da un lato si è registrata una innegabile effimera
crescita questa è andata di pari passo con il declino morale della
città – che in verità non navigava già in buone acque –, una
città che si è sentita autorizzata a considerare l’amministrazione come
un grimaldello per far saltare fastidiose “pastoie burocratiche” che
impedivano lo sviluppo (chiamiamolo così) del singolo. Senza
dimenticare la gestione disinvolta delle finanze pubbliche che ha
provocato quel baratro economico del quale ancora oggi paghiamo le
conseguenze.
Un’amministrazione, l'attuale, che naviga a
vista senza che si intraveda un progetto ben preciso per la crescita
della città che non siano le pezze temporanee sui vuoti istituzionali,
l’aumento miope delle tasse e una gestione della politica culturale che
definire grottesca è un eufemismo, orgogliosa com’è di luminarie
natalizie visibili dalla Luna e panchine di cioccolato.
Nel piccolo governo prospera ovviamente il piccolo amministratore.
Parvenu della politica che può contare su una base non indifferente,
egli cavalca le onde del qualunquismo più infelice tenendo saldamente in
mano le briglie del populismo e dell’arretratezza culturale. Gente che
pensa che il razzista è solo quello che vorrebbe gli ebrei nelle camere a
gas. Poveracci di spirito che brindano alla scomparsa di un giornale
libero e insultano ministri della Repubblica senza rendersi nemmeno
conto (o peggio, malignamente, rendendosene conto e fingendo successiva
sorpresa alle reazioni) dei loro atti. Piccoli prepotenti che pensano di
aver diritto all’adorazione una volta entrati nelle stanze del potere.
Forse
alla base di tutto c’è davvero l’arretratezza culturale di una città. E
non stiamo parlando di titolo di studio. Quel mitico pezzo di carta
cioè, diploma o laurea che sia, conseguito da generazioni non tanto per
ottenere gli strumenti utili ad una migliore comprensione della realtà
ma solo perché in tal modo il politico amico, e l’amico dell’amico,
poteva sistemare questi giovinetti neoacculturati nella pubblica
amministrazione dietro una scrivania e un ruolo probabilmente
immeritati. Fino alla fine dei tempi.
La cultura va al di là del titolo di studio o dell’erudizione.
Non è il governo dei filosofi di Platone né la competenza del tecnico.
Non è l’abilità dialettica dell’imbonitore né la raffinatezza del gusto
artistico. Cultura non è sapere tante cose, o mostrare di saperne tante:
cultura è intelligenza, capacità di organizzare un pensiero e di comprendere la direzione di una società. Cultura è ponderazione e acutezza d’idee, è progettare una vita associata che superi, includendola, la propria esistenza, e che punti al benessere collettivo.
Non è il linguaggio forbito del professore di cui abbiamo bisogno per crescere ma la caparbietà intelligente
dei politici di razza, di gente che possegga gli strumenti per
amministrare e progettare un futuro. Di gente che faccia parlare di sé
per le azioni di governo e non per gli aggiornamenti di stato gretti e
sgrammaticati dei social network, degni più di un ragazzino
irresponsabile che non di un amministratore serio e competente.
lunedì 6 gennaio 2014
Favola
Alla fine del lavoro Formicaccia chiese al suo maestro Formicona un parere sul lavoro svolto. Formicona, con tutta la boria ed arroganza d’insetto che riteneva di essere importante ridicolizzò l’impegno di Formichina e convinse Formicaccia dell’opportunità di escludere la giovane formica dalla parte di merito del quale pure era degno. Solo uno zuccherino sarebbe bastato, un contentino e l’oblio. Chi era mai, alla fine, Formichina? E così fu: Formicaccia a braccetto con Formicona si appropriò ingiustamente di ogni merito davanti alla comunità festante. Formichina condannò il meschino opportunismo e la miserabile arroganza di Formicaccia e maledisse la gretta superbia di Formicona. Infine, non riuscendo a sopportare quell’ingiustizia, Formichina rivolse uno sguardo ai Saggi Padroni chiedendo come fosse possibile che nella loro infinita assennatezza non avessero compreso la maligna perfidia di Formicaccia.
Suonò la sveglia e Formichina si scrollò tirando le coperte sulle antennine. Cinque minuti ancora! Era solo un incubo, un incubo soltanto… Sorrise pensando alla bontà dei Saggi Padroni e all’amata città di Mirmidonia. Mai sarebbe accaduto nella loro comunità che il merito del singolo e la bellezza della cooperazione fossero scalzate dalla miseria del sentimento e dall’insolente avidità dei pochi.