Tante schede elettorali sono passate sotto la matita nei miei anni di
elettore. Tanti voti, le solite preferenze da quando lo Stato italiano
decise per consuetudine anagrafica che l’incoscienza dei diciassette
anni si era trasformata nella coscienza politica di un diciottenne
maturo e maggiorenne. Da quella prima volta, emozionante, tremolante,
frettolosa e diversa da come la si immaginava fino agli ultimi sofferti
calcoli di preferenze tattiche che nulla hanno portato e che a nulla
hanno contribuito. Voto di rappresentanza, voto inutile. Anni di
passione politica e di militanza nella parte sbagliata tuttavia mi hanno insegnato a riconoscere il marcio e il male in ogni schieramento. A ritrarmene inorridito.
Chi
più ama più odia, qualora il sentimento ideale lasci spazio alla
disillusione della realtà. I grandi e piccoli compromessi, i consorzi di
potere, il voto di scambio, la presunzione dell’ultimo arrivato,
verginello rinnovato che si crede il salvatore del mondo, l’indifferenza
programmatica, l’incapacità amministrativa. Orrende distopie. E come
potere ignorare, infine, la schizofrenia ideologica di chi afferma
qualcosa per poi agire in maniera diametralmente opposta senza che un
dubbio di coerenza sorga, minimo, dalla propria coscienza?
Ho
ribrezzo di queste elezioni amministrative. Qualcuno si salva, non lo
nego, e spero che loro almeno possano farcela. Per il resto mai come ora
le ideologie in città sono diventate squisitamente vintage e le idee un
piacevole oggetto di modernariato, cose ormai passate ma che si possono
vendere al mercatino per due soldi all'affezionato cultore di
cianfrusaglie. Passaggi disinvolti di casacche, pittoresche coppie di
fatto di furbastri vecchi e nuovi che si giustificano goffamente
cercando di parare i colpi con lo scudo di un programma comune. Baroni
despoti, scacchisti e Domeniddio della politica locale tutti insieme
allegramente per il bene della città. Dicono. Lo fanno per
responsabilità, dicono.
E in effetti tutti responsabili sono. Colpevoli,
voglio dire, della deriva di questa città. Colpevoli dell’abisso in cui
ci hanno fatto precipitare decenni di amministrazioni disinvolte e
spregiudicate che hanno violentato orrendamente la città rivolgendosi
solo alla conservazione degli interessi personali e dei privilegi di
pochi sodali. Colpevoli di negligenza, inettitudine, incapacità.
Colpevoli di aver snaturato nobili concetti quali democrazia, legalità e
giustizia e di averli sviliti a vuote parole e paramenti utili ad
officiare altrettanto vuoti rituali dentro i loro palazzi stantii.
Colpevoli di aver frantumato la coscienza politica di tanti e di averne
avvelenate altre, abbassando e livellando verso il nulla quanto ancora
rimaneva di integro.
Ma quanto bravi adesso, i candidati e le
candidate di ogni forma e dimensione, a deridere uno di loro. Come se
nella loro superbia priva di contenuti potessero permettersi di guardare
dall’alto in basso qualcuno: anche quando si tratti di personaggi come
Giorgio Giannone, supposto cavaliere e uomo di buona volontà. Basta
ascoltarlo per capire quanto grottesca, ingenua, naif possa essere
questa sua candidatura. Eppure io affermo in tutta serietà che Giorgio
Giannone, cavaliere o meno, merita tutta la nostra stima e la nostra più
fraterna fiducia. E non perché lo consideri l’uomo capace di salvare le
sorti della nostra martoriata città.
Se la politica cittadina è
diventata nulla, squallido teatrino di quart'ordine e mercato delle
vacche, mercimonio indegno di quelle che furono idee ed ideologie,
baratto di favori e abisso culturale, allora perché non lasciare che il
Nulla si faccia Politica convogliando i voti di protesta, le schede
bianche e nulle verso un’unica figura? Quale danno potrebbe mai arrecare
alla nostra città un uomo di simile limpida innocenza rispetto a quelli
prodotti negli anni da scaltri e perspicaci politici di professione?
Ecco perché votare Giorgio Giannone. Perché pur nelle sue confuse idee
politiche, nel suo anarchismo cerebrale – più psichiatrico che
ideologico – e nella sua irragionevole visione della realtà risulta
essere paradossalmente più vicino al concetto di politica come servizio
per la comunità rispetto a tanti altri che si candidano solo perché
sperano di ricavarne, illusi arroganti, qualche ritorno economico
personale. E se davvero un uomo come lui riuscisse ad entrare,
legittimato dalle regole della democrazia, nei palazzi del potere
cittadino porterebbe una ventata di follia e di cieca distruzione nei
meccanismi fin troppo oliati di larghe intese e abbracci di compari. E
non perché fine politico, ma perché giustizia compensatrice di certa
politica che non merita altro se non la condanna al disfacimento e
all’oblio più nero.