Mi
piace il calembour e il gioco di parole, la fanfaronata intellettuale,
il lessico sghembo. Voli pindarici concettuali e divertissement
culturali, essi fuggono la cattedra seriosa di una erudizione
professorale per danzare con il proprio doppio e brindare nelle
tavernacce dei doppi sensi. Doppelgänger raffinato o triviale, sottile o
di rustica parlata, come faremmo mai senza il tuo sorriso a
sopravvivere alla tetraggine di certa meschina cultura ostentata dagli
intellettualetti locali?
domenica 7 luglio 2013
domenica 2 giugno 2013
In difesa di un Cavaliere senza cavallo
Tante schede elettorali sono passate sotto la matita nei miei anni di
elettore. Tanti voti, le solite preferenze da quando lo Stato italiano
decise per consuetudine anagrafica che l’incoscienza dei diciassette
anni si era trasformata nella coscienza politica di un diciottenne
maturo e maggiorenne. Da quella prima volta, emozionante, tremolante,
frettolosa e diversa da come la si immaginava fino agli ultimi sofferti
calcoli di preferenze tattiche che nulla hanno portato e che a nulla
hanno contribuito. Voto di rappresentanza, voto inutile. Anni di
passione politica e di militanza nella parte sbagliata tuttavia mi hanno insegnato a riconoscere il marcio e il male in ogni schieramento. A ritrarmene inorridito.
Chi più ama più odia, qualora il sentimento ideale lasci spazio alla disillusione della realtà. I grandi e piccoli compromessi, i consorzi di potere, il voto di scambio, la presunzione dell’ultimo arrivato, verginello rinnovato che si crede il salvatore del mondo, l’indifferenza programmatica, l’incapacità amministrativa. Orrende distopie. E come potere ignorare, infine, la schizofrenia ideologica di chi afferma qualcosa per poi agire in maniera diametralmente opposta senza che un dubbio di coerenza sorga, minimo, dalla propria coscienza?
Ho ribrezzo di queste elezioni amministrative. Qualcuno si salva, non lo nego, e spero che loro almeno possano farcela. Per il resto mai come ora le ideologie in città sono diventate squisitamente vintage e le idee un piacevole oggetto di modernariato, cose ormai passate ma che si possono vendere al mercatino per due soldi all'affezionato cultore di cianfrusaglie. Passaggi disinvolti di casacche, pittoresche coppie di fatto di furbastri vecchi e nuovi che si giustificano goffamente cercando di parare i colpi con lo scudo di un programma comune. Baroni despoti, scacchisti e Domeniddio della politica locale tutti insieme allegramente per il bene della città. Dicono. Lo fanno per responsabilità, dicono.
E in effetti tutti responsabili sono. Colpevoli, voglio dire, della deriva di questa città. Colpevoli dell’abisso in cui ci hanno fatto precipitare decenni di amministrazioni disinvolte e spregiudicate che hanno violentato orrendamente la città rivolgendosi solo alla conservazione degli interessi personali e dei privilegi di pochi sodali. Colpevoli di negligenza, inettitudine, incapacità. Colpevoli di aver snaturato nobili concetti quali democrazia, legalità e giustizia e di averli sviliti a vuote parole e paramenti utili ad officiare altrettanto vuoti rituali dentro i loro palazzi stantii. Colpevoli di aver frantumato la coscienza politica di tanti e di averne avvelenate altre, abbassando e livellando verso il nulla quanto ancora rimaneva di integro.
Ma quanto bravi adesso, i candidati e le candidate di ogni forma e dimensione, a deridere uno di loro. Come se nella loro superbia priva di contenuti potessero permettersi di guardare dall’alto in basso qualcuno: anche quando si tratti di personaggi come Giorgio Giannone, supposto cavaliere e uomo di buona volontà. Basta ascoltarlo per capire quanto grottesca, ingenua, naif possa essere questa sua candidatura. Eppure io affermo in tutta serietà che Giorgio Giannone, cavaliere o meno, merita tutta la nostra stima e la nostra più fraterna fiducia. E non perché lo consideri l’uomo capace di salvare le sorti della nostra martoriata città.
Se la politica cittadina è diventata nulla, squallido teatrino di quart'ordine e mercato delle vacche, mercimonio indegno di quelle che furono idee ed ideologie, baratto di favori e abisso culturale, allora perché non lasciare che il Nulla si faccia Politica convogliando i voti di protesta, le schede bianche e nulle verso un’unica figura? Quale danno potrebbe mai arrecare alla nostra città un uomo di simile limpida innocenza rispetto a quelli prodotti negli anni da scaltri e perspicaci politici di professione? Ecco perché votare Giorgio Giannone. Perché pur nelle sue confuse idee politiche, nel suo anarchismo cerebrale – più psichiatrico che ideologico – e nella sua irragionevole visione della realtà risulta essere paradossalmente più vicino al concetto di politica come servizio per la comunità rispetto a tanti altri che si candidano solo perché sperano di ricavarne, illusi arroganti, qualche ritorno economico personale. E se davvero un uomo come lui riuscisse ad entrare, legittimato dalle regole della democrazia, nei palazzi del potere cittadino porterebbe una ventata di follia e di cieca distruzione nei meccanismi fin troppo oliati di larghe intese e abbracci di compari. E non perché fine politico, ma perché giustizia compensatrice di certa politica che non merita altro se non la condanna al disfacimento e all’oblio più nero.
Chi più ama più odia, qualora il sentimento ideale lasci spazio alla disillusione della realtà. I grandi e piccoli compromessi, i consorzi di potere, il voto di scambio, la presunzione dell’ultimo arrivato, verginello rinnovato che si crede il salvatore del mondo, l’indifferenza programmatica, l’incapacità amministrativa. Orrende distopie. E come potere ignorare, infine, la schizofrenia ideologica di chi afferma qualcosa per poi agire in maniera diametralmente opposta senza che un dubbio di coerenza sorga, minimo, dalla propria coscienza?
Ho ribrezzo di queste elezioni amministrative. Qualcuno si salva, non lo nego, e spero che loro almeno possano farcela. Per il resto mai come ora le ideologie in città sono diventate squisitamente vintage e le idee un piacevole oggetto di modernariato, cose ormai passate ma che si possono vendere al mercatino per due soldi all'affezionato cultore di cianfrusaglie. Passaggi disinvolti di casacche, pittoresche coppie di fatto di furbastri vecchi e nuovi che si giustificano goffamente cercando di parare i colpi con lo scudo di un programma comune. Baroni despoti, scacchisti e Domeniddio della politica locale tutti insieme allegramente per il bene della città. Dicono. Lo fanno per responsabilità, dicono.
E in effetti tutti responsabili sono. Colpevoli, voglio dire, della deriva di questa città. Colpevoli dell’abisso in cui ci hanno fatto precipitare decenni di amministrazioni disinvolte e spregiudicate che hanno violentato orrendamente la città rivolgendosi solo alla conservazione degli interessi personali e dei privilegi di pochi sodali. Colpevoli di negligenza, inettitudine, incapacità. Colpevoli di aver snaturato nobili concetti quali democrazia, legalità e giustizia e di averli sviliti a vuote parole e paramenti utili ad officiare altrettanto vuoti rituali dentro i loro palazzi stantii. Colpevoli di aver frantumato la coscienza politica di tanti e di averne avvelenate altre, abbassando e livellando verso il nulla quanto ancora rimaneva di integro.
Ma quanto bravi adesso, i candidati e le candidate di ogni forma e dimensione, a deridere uno di loro. Come se nella loro superbia priva di contenuti potessero permettersi di guardare dall’alto in basso qualcuno: anche quando si tratti di personaggi come Giorgio Giannone, supposto cavaliere e uomo di buona volontà. Basta ascoltarlo per capire quanto grottesca, ingenua, naif possa essere questa sua candidatura. Eppure io affermo in tutta serietà che Giorgio Giannone, cavaliere o meno, merita tutta la nostra stima e la nostra più fraterna fiducia. E non perché lo consideri l’uomo capace di salvare le sorti della nostra martoriata città.
Se la politica cittadina è diventata nulla, squallido teatrino di quart'ordine e mercato delle vacche, mercimonio indegno di quelle che furono idee ed ideologie, baratto di favori e abisso culturale, allora perché non lasciare che il Nulla si faccia Politica convogliando i voti di protesta, le schede bianche e nulle verso un’unica figura? Quale danno potrebbe mai arrecare alla nostra città un uomo di simile limpida innocenza rispetto a quelli prodotti negli anni da scaltri e perspicaci politici di professione? Ecco perché votare Giorgio Giannone. Perché pur nelle sue confuse idee politiche, nel suo anarchismo cerebrale – più psichiatrico che ideologico – e nella sua irragionevole visione della realtà risulta essere paradossalmente più vicino al concetto di politica come servizio per la comunità rispetto a tanti altri che si candidano solo perché sperano di ricavarne, illusi arroganti, qualche ritorno economico personale. E se davvero un uomo come lui riuscisse ad entrare, legittimato dalle regole della democrazia, nei palazzi del potere cittadino porterebbe una ventata di follia e di cieca distruzione nei meccanismi fin troppo oliati di larghe intese e abbracci di compari. E non perché fine politico, ma perché giustizia compensatrice di certa politica che non merita altro se non la condanna al disfacimento e all’oblio più nero.
lunedì 6 maggio 2013
Quando la morte avrà
Il divo Giulio ha portato con sé i suoi segreti infine. A
novantaquattro anni compiuti uno dei pilastri portanti della storia
repubblicana, mastro burattinaio e indecifrabile maestro di aree grigie tra
politica e malaffare, è morto lasciando dietro di sé tanti misteri irrisolti.
Dalla Chiesa, Moro. Le brigate rosse. La strategia della tensione. Gladio.
Ustica. Lima, i Salvo. I rapporti tra Stato e mafia. Muore il grande vecchio
della politica italiana, intelligente, furbo, cinico e scaltro come nessuno
mai, l’inimitabile prestigiatore del pentapartito e dei poteri oscuri, degli
equilibri e dei compromessi. Muore Giulio Andreotti, l’immortale.
Non ne tesserò certo le lodi, né ricorderò ancora una volta
i suoi misfatti, veri o presunti. Vorrei solo comprendere le ragioni di chi
esulta alla morte di certe figure politiche, per quanto ambigue e
mefistofeliche esse possano essere state in vita. Di chi esulta adesso. Non
capisco, non approvo. Reagan anni prima, la Thatcher qualche settimana fa. Adesso Andreotti in Italia.
Personaggi diversi per importanza politica, ideologie e sfaccettature di
carattere ma per certi versi assai simili per l’odio che hanno potuto generare
in vita e anche in morte.
Eppure non comprendo il senso della gioia di tanti. Non vedo
cosa ci sia da festeggiare se personaggi che hanno portato sofferenza, dolore (morte
in alcuni casi) a migliaia di persone hanno potuto trascorrere la loro vita in
tutta tranquillità fra agi e privilegi, morendo poi nel proprio letto, per
quanto malati, circondati dall’affetto della propria famiglia. Non c’è nulla da
festeggiare se l’ombra di quello che fu il politico più temuto e probabilmente
più pericoloso della Repubblica italiana è morto oggi a 94 anni, quando non
contava più niente. Sarebbe stato diverso, forse anche per la storia italiana,
se ciò fosse accaduto quando Andreotti era ancora Andreotti.
Ma festeggiare adesso per la sua morte rappresenta solo un
atto di protervia nei confronti di un vecchio di 94 anni, fragile e
incartapecorito dall’età e dai malanni. Rispettarne la morte non significa
dimenticare ciò che ha fatto in vita.
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lunedì 25 marzo 2013
L'ultimo don Chisciotte
“Since then, at an uncertain hour,
that agony returns:
and till my ghastly tale is told,
this heart within me burns”.
S.T. Coleridge, The rime of the Ancient Mariner
that agony returns:
and till my ghastly tale is told,
this heart within me burns”.
S.T. Coleridge, The rime of the Ancient Mariner
Nei
mesi di marzo della mia infanzia cadeva il fiore del mandorlo dietro
casa. Coriandoli quelli, per due manine paffute che si divertivano ad
ammonticchiarne i petali e a buttarli in aria in un gioco piacevole e
ripetitivo. Coriandoli, a rassicurare che l’inverno era stato solo una
carnevalata di madre Natura che presto la primavera e l’estate avrebbero
avvicendato con le loro giornate ebbre di luce, calore e libertà. Ero
piccolo allora e poco sapevo delle persone che mi stavano accanto. I
miei giochi solitari rare volte si accompagnavano a quelli di qualche
compagno proveniente dal “paese” che tanto mi sembrava lontano e
irraggiungibile dalla mia biciclettina a rotelle, solitamente portato da
una macchina scassata e guidata in maniera approssimativa dalla madre
che subito si rinchiudeva in cucina con la mia per pontificare su
argomenti a noi ignoti e dei quali, in fin dei conti, non ci interessava
granché. Poco durava, fino a quando l’aroma del caffè nell’aria
decretava l’atto finale di quella visita di cortesia spesso legata ad
una delle famigerate “riunioni” di casalinghe che ogni individuo
cresciuto nei terribili anni Ottanta non può che ricordare con terrore.
Ero
un bambino costretto a guardare dal basso verso l’alto un mondo che non
mi apparteneva e che non capivo, che anzi spesso preferiva tornare ai
suoi voli di fantasia pur di scappare dai ganascini non richiesti e dai
bacetti estorti sulle guance di varie donnone del parentado preoccupate
che quel rifiuto per l’universo femminile potesse continuare anche in
età adulta e sfociare in abitudini niente affatto gradite alla società
di riferimento. Ero piccolo ma già abbastanza sveglio da capire che un
giorno avrei avuto certamente più gusto nella scelta di una ragazza
rispetto al misero campionario obbligato che mi si presentava davanti.
Ero un bambino circondato da persone mature diventato ben presto un puer senex
per attirare l’attenzione di chi mi stava accanto, per la gioia di
quanti mi circondavano. Dei miei genitori, per un bambino assennato
quasi come un adulto che suscitava l’ammirazione di parenti e amici (e
l’odio più che giustificato dei miei coetanei, che invece pensavano solo
ad essere bambini). Per un autocompiacimento in nuce sfociato
in narcisismo per il quale avrei impiegato anni prima di riuscire a
comprenderne la pericolosità, prima di essere in grado di
ridimensionarlo e demolirlo.
Eppure a volte, quando il
sonno tarda ad arrivare in un letto che diventa il peggior incubo di
ogni insonne, ripenso a quel mondo distante e ingenuo con un senso di
rimpianto. Non tanto per essere stato un bambino a metà che la mia
infanzia, nonostante quanto ho scritto, è stata felice. Per un rimpianto
che prende forma con i ricordi più labili e forse per questo più
dolenti. Re- cor-, richiamare al cuore. Ricordo, tornare a
sfiorare con le dita del sentimento i fogli della memoria conservati
sugli scaffali del nostro vissuto per rivivere quelle emozioni ancora
una volta, una volta ancora, seppure offuscate dallo schermo del tempo.
Il rimpianto è solo uno: non aver potuto conoscere da adulto qual sono
alcune persone che rappresentano un velo appena, lievissimo ormai, che
si sovrappone a pagine ben più robuste della mia storia. Non solo il
bisnonno e i nonni che ho conosciuto e perso, com’è ovvio, dai quali
adesso vorrei apprendere le loro storie semplici di sapienza contadina e
paesana fatte di onesta quotidianità, fave e lavoro che nobilita e
redime. Avrei voluto comprendere la vita della prozia Pippina, una simpatica zitella della quale ricordo appena il mastodontico tuppo,
un’andatura affaticata dal peso e un baffo non indifferente. Ah, e le
caramelle Cinzia che non mancava mai di offrirmi a manciate e che io, da
bambino giudizioso qual ero, non mancavo mai di rifiutare. Non ho più
alcuna immagine della signora Elvira, che pure ricordo buona e dolce né
riesco ad attribuire alcuna sembianza al nostro vicino don Turiddu,
se non un baffo e un bastone da instancabile camminatore e a sua
moglie, che ricordo di cuore e con un groviglio di capelli bianchi sulla
testa. Anche Carmelo avrei voluto conoscere, che una curva sbagliata e
l’incoscienza da diciottenne ha portato via. E quanto avrei parlato
adesso – magari anche litigato furiosamente –, con l’avvocato Beniamino
Scucces, fascistissimo principe del foro di Modica e nostro vicino di
casa estivo, il primo estraneo a regalarmi dei libri! Di lui ricordo una
forma pingue e dei capelli grigi brillantinati alla vecchia maniera, un
eloquio forte e sanguigno e una golosità immane. Nient’altro.
Probabilmente una camicia allacciata in maniera creativa, con i bottoni
che non entravano per forza nell’asola corrispondente. Ma più di tutti
vorrei aver conosciuto quello che nella mia immaginazione di bimbo avevo
chiamato "l’ultimo don Chisciotte". ‘Nulu Vicari. Avevo visto il film di Franco e Ciccio dedicato al valoroso hidalgo
di Cervantes e avevo deciso che quell’uomo dai baffoni a manubrio che
passava cavalcando anacronisticamente la sua mula macilenta sarebbe
stato un degno rappresentante siculo di quel personaggio. Almeno fino a
quando un’auto troppo veloce non aveva spedito all’altro mondo lui e la
sua fedele, forse unica amica. Tanti erano gli episodi bizzarri che si
narravano a mezza voce su di lui e forte la stravaganza che trapelava
dalla sua vita solitaria che conduceva in una casupola isolata di Cava
Ispica. Avrei voluto conoscere la storia di quell’uomo dallo sguardo di
ghiaccio eppure benevolo con me, forse non troppo preciso di testa ma
certamente interessante, e probabilmente adesso avrei potuto capire
quanto di vero ci fosse nelle vicende incredibili filtrate dalla
mentalità talora limitata di chi mi stava intorno.
Questo
mi manca davvero. Poter dare corpo e sostanza a tanti fantasmi
impalpabili. Poter ridare loro una voce. Una parola. Restituirne un
gesto, un volto. Una movenza. E la sera, quando il sonno tarda ad
arrivare, accade che talora passi in rassegna ciascuna di queste ombre
sforzandomi per ciascuna di tirare dal fondo un ricordo verso la
superficie del presente. Non sempre affiora. Anzi, quasi mai. Ma quando
accade quale piccola malinconica gioia… Come se quelle ombre fossero
ancora tra noi, a condividere le loro vite e i loro racconti. E il sonno
arriva allora, inatteso e ristoratore, consapevole di aver prolungato
seppure di poco quelle esistenze su questa terra. E ciao nonno allora. Ciao Carmelo. Buonasera avvocato. Sa benerica don ‘Nzulu… Sa benerica.
lunedì 18 marzo 2013
Bergoglio e pregiudizio
Sempre mi turba, e mai riesco a farmene una ragione, la facilità con
cui la razza umana sostituisce nel breve volgere di un battere di ciglia
i propri idoli. Terreni, metafisici, palesi o immaginari. Amati e
adorati, insostituibili fino a poco tempo prima e tuttavia dimenticati e
presto cancellati dal nuovo che avanza senza che alcun senso di colpa
emerga nell’animo di ciascuno per una simile, repentina mutevole
affezione. Sic transit gloria mundi. Così, messo rapidamente da
parte l’algido pastore tedesco, il raffinato intellettuale e il topo da
biblioteca incapace di sentire il contatto con l’uomo comune che mai
era piaciuto davvero alla base dei fedeli, ecco arrivare il miglior Papa
che il marketing cattolico poteva creare di questi tempi. Papa
Francesco I.
Papa Ciccio.
Aveva ragione Ratzinger quando diceva di lasciare per il bene della sua Chiesa. Le reticenze sugli scandali interni, l’abisso esistente fra le gerarchie e la base, l’incapacità di comprendere il dolore degli ultimi rinchiusi nelle torri d’avorio di ricchezze plurisecolari e, non ultima, l’ossessione reazionaria per una morale sessuale gretta ed ipocrita ha determinato negli anni una continua emorragia di seguaci, sempre più lontani da una religione nella quale non riuscivano più a rispecchiare la loro fede. L’elezione del Papa tedesco al soglio pontificio era stata l’ennesima dimostrazione della mancata intelligenza del mondo da parte della Chiesa, certi che ancora bastasse un fine pensatore per reggere le sorti dell’ultima monarchia assoluta e dei suoi fedeli che con il trascorrere del tempo sono diventati sempre meno fedeli. Abbiamo sorriso alla buona volontà di Ratzinger, un po’ goffa a dire il vero, di apparire moderno destreggiandosi tra nuovi media, Twitter e tablet quando il suo disagio era pari a quello provato da un suonatore di ottavino in un gruppo di death metal. Ratzinger è stato un Papa tradizionale nella forma e nella sostanza, del tutto inadatto ai tempi. Si provava quasi tenerezza nel vedere un povero vecchietto con le scarpette rosse costretto a ridurre le sue complesse meditazioni ontologiche a tweet da 140 caratteri. Schiacciato da un grande comunicatore come Wojtyła è apparso sin da subito come la figura meno adeguata per sostenere lo scontro con la società moderna. Un Papa da assedio magari, capace di reggere l’urto con una buona squadra di armigeri e bombarde arroccato nel suo castello ideologico. Ma se la resistenza all’assedio è l’ultima forma di difesa, la più estrema e la più coraggiosa prima della capitolazione, l’unica mossa possibile per la sopravvivenza è quella del contrattacco. Nuovo comandante. Armi più affilate. Nuovi campi di battaglia.
Davvero Ratzinger ha abdicato per il bene della sua Chiesa. Ed ecco arrivare a sostituirlo, proprio dalla fine del mondo, un nuovo grande comunicatore come Papa Francesco I. Papa Ciccio. Pieno di acciacchi nel corpo ma giovane nello spirito, grazie alla sua fine intelligenza loiolesca è riuscito sin da subito a costruirsi l’immagine seducente di un Papa semplice e modesto che auspica un ritorno alla Chiesa delle origini. Un Papa antika$ta quasi. Il Papa della crisi dei tempi, che scende di un gradino (ma solo di un gradino) per mostrare ai cattolici la faccia rassicurante di un uomo che non teme la complessità del mondo ma che anzi vuole viverla accanto ai propri fedeli. A poco sono servite le insinuazioni avanzate da più di un giornalista che lo volevano in qualche modo coinvolto nella feroce dittatura di Videla: l’immagine del novello “Papa buono” era già passata ed assimilata nell’immaginario collettivo cattolico, e forse non solo cattolico. Difficile potersi costruire un’opinione in merito senza avere testimonianze dirette. Certo è che in una dittatura gli eroi non nascono ogni giorno ed è sin troppo facile giudicare per chi non l’ha mai provata sulla propria pelle. Certo è che se Bergoglio avesse contrastato in maniera esplicita il regime probabilmente non sarebbe diventato Papa. Anzi, quasi certamente non sarebbe nemmeno vivo.
Non voglio avere pregiudizi sulla buona fede del nuovo Papa e dei suoi atti. Magari è davvero sincero quando dice di volere una Chiesa dei poveri, per i poveri. Spero si tratti davvero di un nuovo corso per la Chiesa cattolica affinché possa prendere coscienza degli errori del passato e delle sue stridenti contraddizioni per tornare ad essere nuovamente un punto di riferimento e di conforto per i propri fedeli. Lo dico sinceramente, e lo dico da non credente. Permettetemi di pensare però che un gesuita che si abbiglia da francescano mi ricorda un poco il lupo che si traveste da nonna per fregare Cappuccetto Rosso… Ma spero di sbagliarmi, spero proprio di sbagliarmi.
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sabato 2 marzo 2013
Tira una brutta aria
Pdl
e M5S affamati di potere. Un Pdl insolitamente silenzioso che attende
il cadavere del suo nemico politico trascinato dalla corrente per
tornare ancora una volta alla carica qualora il Pd non riuscisse a
trovare una convergenza con Grillo&Casaleggio: in tal caso il Pdl,
che da sempre è stato più bravo nel marketing politico, avrebbe facile
gioco a rimontare di 125000 voti e più durante il "semestre bianco"
prima delle nuove elezioni. D'altro canto il M5S sta giocando una
partita azzardata ma che potrebbe regalargli la fetta più grossa del
potere al quale aspira apertamente. Grillo rilascia dichiarazioni quasi
europeiste alle testate estere in modo tale che possa apparire una
personalità affidabile nonostante le tonnellate di fango che ha da
sempre buttato contro molte istituzioni europee e contro i suoi leader
mentre rifiuta confronti giornalistici in Italia con la SCUSA del
travisamento che le testate "embedded" potrebbero fare. Il M5S inoltre
sta spingendo con una cristallina manovra di ostruzionismo per un
"governissimo" Pd-Pdl in modo tale che possa ricominciare con il solito
mantra del "tutti a casa" e dei soliti inciuci passatisti, parole a cui
molta gente crederebbe (sebbene l'unico colpevole di questa impasse è
proprio il Movimento) portando nuova acqua al mulino pentastellato. Il
"governissimo", ma spero che il Pd lo abbia capito, sarebbe tuttavia un
suicidio politico per la sinistra italiana la quale già non gode
esattamente di buona salute, significherebbe perdere per sempre la base
dei consensi. Il Pd si trova in una situazione delicatissima in questo
momento, stretto com'è tra il solido populismo pidiellino di simpatie
quasi veterofasciste e l'emergente populismo 2.0 con evidenti tratti
squadristi mascherati di democrazia partecipata... Non vorrei essere nei
panni di Bersani in questo momento: basta un passo falso e il Pd
scompare, sbranato da due formazioni che rappresentano semplicemente le
due facce di un'unica medaglia.
mercoledì 27 febbraio 2013
Pensierino politico #5
Credo
che Bersani abbia sbagliato molte cose nell'impostare questa (non)
campagna elettorale del PD, prima fra tutte la sicurezza di vincere a
tavolino una partita che in effetti sembrava ormai vinta. Ma credo che
abbia visto giusto quando ha affermato che un terzo degli eletti
pentastellati passerà con il PD una volta entrati in Parlamento. Magari
non un terzo, ma sicuramente qualcuno ci sarà. Inutile rigirare la
frittata: se togliamo le persone politicamente ingenue e gli esagitati
dal M5S rimangono i delusi della sinistra passati tra le fila di Grillo
che, una volta presa coscienza del mondo fortemente burocratizzato della
politica "tradizionale" e della differenza esistente IN ALCUNI CASI tra
la propaganda grillina e la realtà dei fatti si sentiranno straniati e
rischieranno di perdersi per strada o, nel secondo caso si sentiranno
usati come cavallo di Troia per entrare nelle stanze del Potere (forse
anche come carne da cannone). I guru del Movimento sanno perfettamente
che i primi eletti saranno sbranati dalla cosiddetta "politica
tradizionale". Ecco perché si punta allo scontro e all'ostruzionismo
istituzionale: salvo ripensamenti e principi di responsabilità, infatti,
i capi pentastellati sanno di dover puntare al rialzo in modo tale da
apparire come vittime di un sistema politico che non vuole il
cambiamento e per questo tornare prestissimo alle urne, dove cercheranno
di ottenere un risultato quasi plebiscitario, la maggioranza assoluta e
dunque anche il Potere che tanto dicono di voler combattere.
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