Leggete qua. Forse il signor Stiffoni ha ragione: il freddo non fa mai bene alle funzioni corporee. Nel suo caso potrebbe aver danneggiato irrimediabilmente il cervello.
domenica 27 marzo 2011
Indegni di considerazione #10
lunedì 21 marzo 2011
Per un cerchiobottismo euro-mediterraneo
ovvero come la tradizione del voltagabbana italico sia dura a morire
Scene già viste, inediti scenari. L'equilibrismo diplomatico delle potenze occidentali nel circo militare di Leptis Magna: tocca adesso alla Libia. Sentivamo la mancanza di una nuova guerra “umanitaria”, davvero. Una guerra mobilita le forze più fresche di un paese, aumenta le commesse statali, permette la conquista di nuovi mercati ammantando ogni cosa della più ipocrita veste pietista. È una missione umanitaria. Siamo portatori di pace. Difendiamo i nostri investimenti per decine di miliardi di euro in Libia... Ah no, aspetta, questo non si dice: ne va del nostro italico buon nome.
Non fraintendetemi, Gheddafi quelle bombe le merita tutte. Sfrutta la Libia da decenni considerandola proprietà privata, ha sempre soffocato ogni anelito di libertà nel suo paese, ha finanziato terroristi, ha lanciato missili su Lampedusa, ha bombardato il suo popolo e ha ordinato stermini di massa degli oppositori politici in una guerra civile che stava quasi per chiudere con una vittoria sul campo. Gheddafi e il suo entourage meritano di essere rovesciati. Gheddafi è un dittatore sanguinario che solo la più bieca ed amorale realpolitik italiana intrisa di interessi economici, controllo dei flussi migratori e opportunità diplomatiche ha potuto considerare come partner commerciale e affidabile amichetto. Forse c'è anche l'ammirazione sincera di Berlusconi per il Colonnello: lui sì che sa come zittire l'opposizione! Quale uomo, quale statista. Ma non facciamo processi alle intenzioni, sebbene il viscido baciamano del nostro premier all'Otelma tripolitano faccia seriamente pensare. Infine, per chiudere in bellezza queste considerazioni preliminari, è bene non dimenticare che Gheddafi è matto come un cavallo, furbo e capace di tenere unita a suon di repressioni una terra difficile come quella ma matto come un cavallo. Fatto che, vista la vicinanza con la Libia, dovrebbe preoccuparci non poco.
E dire che avevamo quasi convinto l'Europa ad adottare un cerchiobottismo attendista tutto italiano, che tradizionalmente alla fine di una contesa batte le mani al vincitore. Ci aveva provato Frattini – probabilmente il peggior ministro degli Esteri che l'Italia ricordi – ricordando al cosiddetto mondo libero che “Il colonnello non può essere cacciato” salvo poi comunicare che il governo italiano ha messo a disposizione della missione internazionale le basi e la logistica. Capolavoro concettuale che cercava di far collimare l'amicizia interessata dell'Italia con la Libia da una parte e la necessità di non perdere la faccia di fronte alla comunità internazionale – il prestigio è ormai un pallido ricordo – nonché eventuali partnership commerciali in una Libia libera dal Colonnello. Ed infatti il ministro, fregandosi le mani per i successi che altri hanno ottenuto non ha potuto resistere nel rilasciare una dichiarazione che lascia allibiti: “l'Italia vuole partecipare a questa nuova Libia che verrà dopo Gheddafi”. Capisco la necessità di proteggere gli interessi dell'ENI dalla Total francese, ma almeno il pudore di nascondere le nostre mire economiche... Che vergogna di ministro.
Ben altra scuola gli americani, gli inglesi e i francesi. Alta scuola di ipocrisia politica – c'è chi la chiama semplicemente diplomazia. In questo caso è interessante analizzare lo scenario che si è venuto a creare. Gli Stati Uniti, fatto insolito, hanno voluto mantenere un basso profilo. Probabilmente gli interessi USA non sono così forti nel Nord Africa come per i paesi europei, o forse l'amministrazione Obama vuole evitare di impelagarsi, con una pericolosissima invasione di terra, nell'ennesima palude che sopraggiungerebbe al fallimento della tanto sbandierata Blitzkrieg. I precedenti ci sono e non vanno certo a favore degli Stati Uniti: Somalia, Afghanistan, Iraq, ma anche Iugoslavia e Vietnam. Quando gli americani spengono le lucette della loro guerra elettronica fatta di laser, satelliti e bombardieri Stealth e scendono a terra le prospettive spesso si ribaltano. È facile annientare i malandati Mig degli anni '70 con uno Stealth futuristico ma a terra, in territorio ostile, la superiorità tecnologica di un esercito diventa relativa contro un nemico determinato e che conosce il terreno.
Inoltre, per la prima volta dopo decenni, l'asse anglo-francese ritorna a far sentire il proprio peso in ambito internazionale, testa di ponte di una Europa (Italia esclusa) che cerca di svincolarsi dalla dipendenza politica e militare degli Stati Uniti. Certo ci sono dei conti aperti per entrambi i paesi dell'asse – la Francia si scontrò con la Libia già negli anni '80 per la questione Ciad, in Gran Bretagna la ferita di Lockerbie non si è mai chiusa – ma la vera partita è quella che si gioca sul fronte delle risorse energetiche. Petrolio certo, ma soprattutto gas, che la Libia possiede in quantità considerevoli. E sappiamo bene che nei paesi in cui la situazione politica è incerta è impossibile portare a termine affari e concludere contratti: ecco che entrano in campo le “guerre umanitarie”, ed ecco per quale ragione si è atteso tanto nel “proteggere i civili” dalle incursioni dell'esercito libico regolare. Una cosa è un movimento di protesta più o meno pacifico, un'altra è la guerra civile che fa scontrare due diverse fazioni di un popolo in un territorio ad alto interesse economico. Come ha rilevato ottimamente l'amico Carlo Ruta per quale ragione in Palestina e in Cecenia la comunità internazionale non ha ritenuto opportuno far votare una risoluzione “a difesa dei civili”? Ça va sans dire, signori. O vogliamo dimenticare il Bahrein, che dopo un mese di rivolta ha chiesto aiuto alle truppe dell'Arabia Saudita, e non certo per proteggere i civili dagli scontri? È il terribile gioco delle parti politiche. Dietro quei paesi ci sono Israele, Russia e Arabia Saudita, dietro la Libia c'è solo il deserto. E una quantità immensa di risorse naturali da sfruttare. Così è bastato far approvare la solita risoluzione fumosa dell'Onu, convocare un summit farsa tra Europa, Stati Uniti e alcuni rappresentanti della Lega Araba (Emirati Arabi, Qatar, Iraq, Giordania e Marocco, paesi notoriamente filo-occidentali) ed è stata subito guerra.
Pioggia di missili sulla Libia, una trentina di obiettivi centrati, contraerea azzerata e no-fly zone facilmente istituita da una parte. Dall'altra, un povero mentecatto in vestaglie sgargianti che sbraita di ritorsioni su obiettivi civili e militari nel Mediterraneo, di inferno in terra e che attacca violentemente i paesi della coalizione, definiti traditori. Con una piccola differenza che non sembra essere stata rilevata dai media i quali, anzi, ripetono fino alla nausea l'accusa di tradimento che Gheddafi ha rivolto all'Italia. Ascoltando il discorso integrale di Gheddafi si nota come nella sua farneticazione il Colonnello attacchi ripetutamente gli Stati Uniti, la Francia e la Gran Bretagna mentre riservi all'Italia un solo, singolo passaggio. Un solo passaggio. Per quale ragione? Anche Gheddafi comprende che l'Italia non possiede alcuna rilevanza internazionale o cosa? Accordi segreti per qualche salvacondotto al rais libico e alla sua famiglia in cambio della protezione dagli Scud C, relitto bellico dell'Unione Sovietica ma ancora pericoloso, (i loro 500 km di gittata potrebbero raggiungere tranquillamente la Sicilia)? Promesse di rapporti privilegiati con “la nuova Libia” di cui parla Frattini? È ancora troppo presto per dirlo. Certo è, però che l'Italia una prima vittoria l'ha ottenuta. No, non il coordinamento della missione a Capodichino, un misero zuccherino per i nostri vertici militari che così si illudono di contare qualcosa nello scacchiere internazionale. Mike Mullen, capo dell'operazione Odyssey Dawn ha affermato candidamente che l'obiettivo non è quello di dare la caccia a Gheddafi e di rovesciare il suo regime ma di “permettere ai civili di accedere agli aiuti umanitari”. Peccato che l'unico aiuto umanitario necessario per il popolo libico sarebbe la caduta di Gheddafi. Si può dire di tutto dell'Otelma tripolitano, ma non che abbia affamato la sua popolazione. È un pazzo sanguinario ma il PIL della Libia è pur sempre il quarto dell'Africa con una fascia di popolazione discretamente benestante. Il problema è capire allora chi si vuole davvero aiutare: la prima impressione è che i beneficiari di questa missione umanitaria non si trovino in Libia.
Spero, ovviamente, di sbagliare.
sabato 5 marzo 2011
Come realizzare un perfetto video di matrimonio
Le dieci regole per il perfetto "regista di matrimoni" che voglia realizzare un video secondo tradizione:
1) Dispiegare un battaglione di addetti alle riprese con strumentazione spaziale e congegni presi in prestito dalla Industrial Light&Magic salvo poi utilizzare in post-produzione la titolatrice del Movie Maker;
2) I nubendi non devono avere alcuna voce in capitolo sulle riprese, salvo limitarsi a subire i capricci da grandeur del regista capace di cogliere il "quid" nell'anima di entrambi. Inoltre, obbligare i parenti più prossimi ai nubendi ad assumere pose innaturali e ad imbastire scenette squalificanti che dovrebbero dare l'idea della genuinità.
3) Dirigere scene di massa (approccio alla cerimonia delle famiglie, parentume in migrazione verso cocktail di benvenuto, scofanamento di cibo, pietosi balli di gruppo) con lo stesso cipiglio di Eric Von Stroheim pretendendo naturalezza e genuinità dalle comparse incolpevoli;
4) Immortalare nel video la forchetta a mezz'asta e l'imbarazzo del singolo che si ritrova faccia a faccia con la telecamera nel tradizionale "giro dei tavoli": nel qual caso, contribuire alla mummificazione definitiva del soggetto specifico invitandolo ad essere naturale;
5) Fare in modo che le immagini registrate diano la piacevole sensazione di un oceano in tempesta con i parenti a far da sgombri trascinati dai marosi;
Post-produzione;
6) Invitare gli sposi nel proprio studio fotografico e farli esibire in un vortice di ruspante banalità con virili sguardi dell'uomo e sexy ammiccamenti della futura/già consorte (l'eleganza del bisticcio spazio-temporale fra piani semantici paralleli nel mediometraggio proietta il regista di matrimoni ai massimi livelli del videomaking);
7) Utilizzare effetti da videoclip primo MTV che fanno tanto disco-music o glam rock: cornici monocolore (consigliato il rosa shocking), bianco e nero con un particolare colorato (ricorda Schindler's list ma pazienza, trendycool), montaggio che segue a tempo il dettato musicale, ecc. Non dimenticare i famigerati "dietro le quinte" che fanno tanto genuino con musica da Benny Hill e immagini velocizzate;
8) Procedere alla scelta di sottofondi musicali che non abbiano alcun legame con l'evento in questione attraverso un'accurata cernita della peggiore musica pop del decennio. In alternativa, per fare un prodotto "de curtura" scegliere musica classica. Non importa quale: una qualsiasi, tanto fa fico uguale.
9) Presentare un prodotto finale in tre tempi di cinque ore ciascuno che non abbia alcuna attinenza con il carattere e le richieste della coppia;
10) Pretendere una cifra oscenamente spropositata per simile prodotto dell'ingegno umano.
mercoledì 9 febbraio 2011
martedì 18 gennaio 2011
Un Paese a puttane
«E in qualche posto, del tutto sconosciuti, ci dovevano pur essere i cervelli che dirigevano tutta la baracca, che coordinavano il lavoro generale, e decidevano la linea politica secondo la quale si rendeva necessario che il tal frammento del passato si conservasse, il tal altro si falsificasse, e il tal altro, infine, fosse cancellato dall'esistenza […]. Esisteva un intero sistema di reparti separati che si occupava di letteratura per i prolet, di musica, di teatro e di ogni altro genere di svago per i prolet. Vi si producevano stupidissimi giornaletti che non trattavano se non di qualche avvenimento sportivo, di cronaca nera e d'astrologia, qualche romanzetto da quattro soldi, certi filmetti pieni di cosce e seni nudi e canzonette sentimentali che venivano composte secondo un procedimento del tutto meccanico, per mezzo d'una sorta di caleidoscopio che si chiamava versificatore. E c'era persino un'intera sottosezione, che in neolingua veniva chiamata Pornosez, interessata solo alla produzione del più basso materiale pornografico, che era spedito fuori dal Ministero, alle sue varie destinazioni, in certi pacchi sigillati il cui contenuto era assolutamente vietato a tutti i membri del Partito, eccettuati, naturalmente, quelli che vi erano ammessi per ragioni connesse con la sua manifattura».
(G. Orwell - 1984)
Meno male che Ruby c’è. Se non ci fosse bisognerebbe inventarla, davvero. Un vuoto doloroso, un silenzio assordante che potrebbe essere colmato – non sia mai – da notizie vere. Scritte da veri giornalisti. Autorizzate da veri caporedattori. Pubblicate da veri giornali. Che non accada ricordare di un intero Paese che va a puttane e non solo del suo patetico Primo ministro, vecchio porco e corruttore di abbronzate minorenni che sembra avvalersi spesso di questo ius copulandi.
Il ricatto vergognoso di Marchionne è passato in sordina. Diritti in cambio di lavoro elemosinato da uno sprezzante sciur padrun con i sindacati normalizzati alle direttive “dell’azienda più italiana di tutte”. La quale, per conservare un sano opportunismo italico, sarebbe fuggita dall’Italia verso nuovi lidi di produzione delocalizzata e profitti massimizzati se solo al referendum di Mirafiori avesse trionfato il no.
E il resto dell’Italia? Ah, l’Italia. La scuola, l'istruzione e la sanità sono state sacrificate definitivamente sull'altare del pressapochismo istituzionale e del livellamento verso il basso. La precarietà e l'iniquità sociale dilaga. Il tasso di disoccupazione è all'8,7%, la disoccupazione giovanile al 28,9% (un giovane su tre non ha lavoro). Aumenta il costo degli alimenti (+5%), l’RC auto (+10-12%), il trasporto pubblico e locale (+25-30%), i carburanti (senza sosta e non si capisce il perché), le tariffe e i servizi bancari. In media, un aggravio di ulteriori 1016 euro a famiglia. Le aziende agricole si fermano ad un impressionante -25% sul reddito del 2009. Oltre 1,1 miliardi di ore di cassa integrazione (+248,8% rispetto all’anno 2009), quasi 600.000 lavoratori coinvolti. Trenta aziende sul territorio nazionale, ogni giorno, chiudono i battenti. Si sono registrati 593 morti sul lavoro (+6,5% rispetto all’anno 2009) e 25.000 infortunati nell’anno 2010.
La stampa e le opposizioni in Parlamento, nel frattempo, condannano inorriditi le gesta erotiche di Silvio e delle sue cortigiane. Mi chiedo quanto il Napoleone di Arcore sarà davvero danneggiato dalla morbosità inquisitoria dei suoi detrattori e quanto, invece, la sua lussuria di anziano puttaniere contribuirà a salvarlo da accuse ben più gravi. Come quella di aver fatto Bunga Bunga alla democrazia e tutti gli italiani.
mercoledì 15 dicembre 2010
Destri presagi
Berlusconi ha perso. Nel 2008 Il Pdl vinceva la competizione elettorale portando in Parlamento una coalizione solida e una maggioranza granitica (anche per effetto della legge "Porcellum"). Se oggi la destra berlusconiana ha retto allo scontro in Senato perdendo solo sei seggi rispetto al 2008 disastrosa è stata la débâcle alla Camera con ventisei seggi in meno. Tre voti di maggioranza significano un Parlamento ingovernabile, un Paese in preda al caos con le opposizioni che porranno veti strutturali e strumentali: una guerra di logoramento in cui gli unici a perdere davvero saranno gli italiani. Perché l'unico obiettivo che si potrà porre un simile governicchio sarà quello di tenere la barra navigando a vista fino alle elezioni anticipate. Nave sanza nocchiere, ma c'è dell'altro.
La terribile crisi del nostro paese non si percepisce solamente nella contrazione che sta investendo i settori produttivi dell'economia nazionale. È una rabbia cieca che monta, strisciante, che si insinua giorno dopo giorno in ogni strato della società impastata di rinunce quotidiane e illusioni, ingiustizie e repressioni. I black bloc sono la punta di un iceberg che potrebbe far colare a picco la bagnarola Italia. La rabbia senza ideali dei diseredati di ogni colore: il disastro di Roma l'esempio più calzante. E se mi unisco al coro di quanti hanno deprecato gli scontri ciò accade per la stessa ragione che mi porta a condannare il coinvolgimento della popolazione civile in una guerra. Rubare dei libri dalle librerie e strappare quelli di Bruno Vespa (è successo davvero, giuro), bruciare le auto o spaccare le vetrine dei negozi non convincerà mai "il popolo" ad unirsi alla causa, anzi lo renderà refrattario a qualsiasi protesta favorendone la sottomissione. Se si distrugge un'auto quale forma di protesta radicale il proprietario sarà costretto a risparmiare per riparare il danno subito o, peggio ancora, per comprare una nuova auto. Siamo pragmatici, le auto servono. Non quanto questa società ci vorrebbe far credere, ma servono. E se il proprietario della suddetta auto è un operaio, magari monoreddito o in cassa integrazione? in questo caso è chiaro che quell’uomo non seguirà la “prospettiva rivoluzionaria” ma se ne terrà ben lontano cercando la sicurezza. La sicurezza di uno Stato di polizia, ovviamente, lo stesso Stato che promette lavoro facendo imbracciare un fucile a migliaia di disoccupati. Ecco perché le proteste radicali prestano il fianco alle polemiche strumentali, ecco perché soffocano la rabbia di una società invece di alimentarne la forza liberatrice. Non sarà certo un sanpietrino tirato su un lunotto a sovvertire le logiche economiche e le scelte politiche di una società malata che sceglie tra i peggiori i propri rappresentanti.
domenica 5 dicembre 2010
Se la rovina rovina
Luoghi comuni crollano mentre altri, semantici, sono subito costruiti a regola d’arte dal paroliere di turno al potere. Piagnistei per quattro pietre in croce, pensiamo alla gente che tira la cinghia per arrivare alla fine del mese o che muore di fame. Agli alluvionati del Veneto o ai terremotati aquilani. E ai bambini, signora, chi ci pensa ai bambini? Su architetture demagogiche si fonda il festival dell’ovvio mentre frotte di giornalisti dell’era minzoliniana si precipitano post eventum a raccontare di un “crollo annunciato” e di “ferite insanabili per un patrimonio dell’umanità”.
Macerie e non rovine. Questo il destino di una società malata come la nostra, incapace di curare il proprio male perché incapace di riconoscerlo. Macerie di un passato del quale dovremmo essere complici e non infastidita discendenza, macerie di un presente che già si ammonticchia per lasciare posto al più nuovo al più veloce al più interattivo al più scintillante. Macerie provocate, infine, dall’asservimento della cultura italiana alla filologia più trista e al crocianesimo più accademico che indicarono nella ricerca del bello in sé e negli arzigogolii ermeneutici il fine di ogni esperienza artistica. Così suonarono le campane a morto della cultura italiana decretando il distacco definitivo tra “intellettuali” – un concetto che fa rabbrividire – e gente comune. Tra cultura e vita quotidiana. La bellezza salverà il mondo si diceva, in un estremo atto di deferenza che poneva le rovine del passato alla stregua di reliquie da venerare, lontanissime dal mondo e inutili agli occhi di molti. Così, neppure troppo lentamente, un processo di demolizione ontologica trasformò la rovina, immagine stratificata di un passato affidato al tempo e mantenuta per scelta consapevole, in maceria informe pronta a colmare le fondazioni di una cultura superficiale e raffazzonata. Se comprendessimo che la costruzione di una identità forte passa attraverso la conoscenza e l’interiorizzazione del passato avremmo già conquistato un primo obiettivo. E invece no. Alla cultura che rende liberi dal pensiero unico della classe dominante si preferisce il tempo libero, che non impegna e si limita a sospendere la condizione di schiavitù. Così può sembrare normale, addirittura ovvio, che un quotidiano pur prestigioso come il Sole 24 Ore ceda alla tentazione scriteriata di proporre la trasformazione dei siti archeologici nella loro parodia disneyana, con tanto di ricostruzioni e figuranti in costume. Già che ci siamo tiriamo su anche un parcheggio multipiano e un bel centro commerciale con seimila negozi in franchising così non se ne parla più. Soltanto l’incomprensione per l’enorme potenziale rappresentato dalle tracce del passato – vere miniere d’oro – può portare a credere che le rovine siano quattro pietre.
Oggi come ieri, “la cultura non riempie la pancia”. Le quattro pietre in croce, vecchia storia. Solo che adesso è la cosiddetta “intellighenzia” pollitica italiana che fa cultura ad affermare simili castronerie. Senza sentirsi ridicola a sottolineare ciò che agli occhi del buonsenso sembra essere ovvio, cioè la priorità alle persone colpite da disastri naturali o a categorie in difficoltà. O senza riuscire a far entrare nelle zucche da ottusi burocrati che lo sbriciolamento dei beni artistici e le calamità rappresentano entrambe delle priorità che i ministeri pertinenti dovrebbero gestire in maniera autonoma. È confortante leggere dichiarazioni simili sui giornali: «Quanto è accaduto ripropone la necessità di disporre di risorse adeguate per provvedere a quella manutenzione ordinaria che è necessaria per la tutela e la conservazione dell'immenso patrimonio storico artistico di cui disponiamo» salvo poi scoprire che a rilasciarle è stato Sandro Bondi, cantore haiku dell’era berlusconiana nonché ministro dei Beni e delle Attività Culturali. Vale a dire quel ministro, che si immagina competente, che avrebbe dovuto chiedere “risorse adeguate per provvedere a quella manutenzione ordinaria che è necessaria per la tutela e la conservazione dell'immenso patrimonio storico artistico di cui disponiamo”. Non tanto il ministro in persona, perché nessuno sarebbe in grado di conoscere lo stato di ogni singolo bene di interesse artistico, storico e archeologico in Italia quanto quelle “antenne sul territorio” rappresentate dalle sovrintendenze e dagli studiosi che le compongono.
È irrilevante che a Pompei siano crollate le “patacche” in cemento di Mauri, come ricorda l’illustre Carandini, subito male interpretato da giornalisti frettolosi o strumentalizzato dagli adulatori del potere. Carandini ha sì difeso “l’amico Bondi” scagionandolo da ogni colpa ma ha subito precisato che in mancanza di controlli sistematici e di fondi altri crolli, stavolta di monumenti originali, saranno inevitabili. Considerando che per il 2011 il ministro Tremonti distribuirà 53 milioni di euro per la salvaguardia e la manutenzione di tutti i monumenti italiani (solo il restauro del Colosseo ne costerebbe 25!) il vaticinio è presto pronunciato. Senza avere l’arroganza di contraddire un mostro sacro come Carandini sarebbe inoltre necessario rilevare che “l’amico Bondi” avrebbe potuto ascoltare i continui, sistematici allarmi lanciati dagli studiosi campani sulla fragilità di un sito come Pompei e agire in primo luogo con interventi di manutenzione invece di sprecare i soldi per risibili iniziative di marketing o di “valorizzazione mediatica” del sito. Appeal pubblicitario che avrebbe dovuto attirare i visitatori come mosche e che ha allargato la voragine nel disastrato bilancio della sovrintendenza campana. Come se si investissero migliaia di euro per decorare con affreschi preziosissimi le pareti di una casa senza costruirvi un tetto che le protegga. Ma cosa si poteva sperare di ottenere da un manager della protezione civile come Marcello Fiore che viene nominato (ragionevolmente per intercessione della Madonna di Pompei) commissario straordinario per l’area archeologica? Un uomo che sa di archeologia quanto io di uncinetto e che ha destinato solo il 28% del bilancio alla manutenzione ordinaria e straordinaria del sito. E gli edifici crollano. Mentre gli studiosi e i tecnici, che si immaginano competenti e con fior di lauree in tasca, servono ai tavoli dei bar senza più alcuna speranza.

